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"Il momento della solidarietà", di Vittorio Emiliani

L’antica torre civica di Finale Emilia spaccata verticalmente a metà, quei quattro operai intrappolati sotto le macerie della fabbrica mentre la gente si riversava nelle strade. Uno di loro è un giovane maghrebino, appena sposato: era tornato dentro per salvare i macchinari. Un altro era arrivato anni fa dalla Campania. La tragedia che ha colpito l’Emilia-Romagna, soprattutto le province di Ferrara e di Modena, rimanda a questi simboli, a queste storie, mentre piove forte sulle macerie e sulle tendopoli in allestimento.
Molti i centri colpiti. I morti sono sette, i feriti decine. Gli sfollati in aumento, forse cinquemila. Ma qui la gente è abituata a reagire in positivo, a darsi da fare, a solidarizzare coi più deboli. Non si ferma a piangere. Sa di trovare nelle torri civiche, nella Regione, nella Protezione civile punti solidi di riferimento. «Regione sazia e disperata», la definì maldestramente, anni fa, un cardinale non emiliano.

Mi trovavo, per caso, con un suo confratello di queste parti. Scosse il capo: «Se si informasse, saprebbe che da noi il volontariato è una forza e che siamo la seconda regione d’Italia nella raccolta di fondi per le missioni». Davvero qui la solidarietà ha un cuore antico, senza distinzione di credo politico. Come l’ente locale, malgrado i tagli subiti, ha efficienza e concretezza.
Quelle fabbriche che lavorano a ciclo continuo raccontano di una regione fattiva, non rassegnata alla recessione. Due degli scomparsi lavoravano nella ceramica che ha attraversato lunghe crisi, un altro in fonderia, il quarto in una fabbrica di polistirolo. Ora ci saranno inchieste, doverose. Come e perché certi capannoni sono crollati. L’edilizia, spesso frettolosa, degli ultimi sessant’anni, si fonda sul cemento armato che è, paradossalmente, un materiale che invecchia presto e che, non essendo elastico, risulta più fragile di mattone-pietra-legno. Poi ci sono i danni, gravi, al patrimonio antico, a cominciare dal Castello-simbolo di Ferrara. Saranno affrontati con serietà. I tecnici non mancano.
Stanotte, nelle strade, nelle piazze, fra la gente uscita di casa dopo la forte scossa delle 4,04 erano tanti i volti degli africani, degli asiatici. Novellara, al centro del sisma, è uno dei Comuni italiani con la più alta percentuale di immigrati, l’Emilia-Romagna, con oltre l’11,3 per cento, è la regione italiana con la più alta quota di immigrati. Più della Lombardia, o del Veneto. E però qui gli episodi di intolleranza razziale non popolano come altrove le cronache. In questi momenti di dolore e di paura presumo di sapere che – qualunque sia il colore della pelle, l’accento delle lingue, dei dialetti – reagiranno con grande dignità e spirito civico. Dobbiamo però dar loro, e a tutti gli italiani, la speranza concreta, ravvicinata, di un piano per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio: occorrono 40 miliardi di euro in più anni? Vanno assolutamente trovati e pianificati. I terremoti non si prevedono. Però si prevengono. Eccome.

l’Unità 21.05.12

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“Se si ribella la terra gentile”, di CARLO LUCARELLI

È VERO, dalle nostre parti non ci siamo abituati a certe immagini. Non ci siamo abituati, in Emilia Romagna, ad avere paura di una natura che da tanto tempo consideriamo così gentile e sottomessa – più sottomessa che gentile – da non creare mai nessun tipo di problema, anzi. Strade dritte, campi squadrati come col righello degli antichi romani in un alternarsi di vigneti, centri commerciali, pesche nettarine, torri dirigenziali, centri storici, capannoni, kiwi, porcilaie e villette a schiera ecocompatibili. E se c´è qualcosa di ancora selvatico è parco naturale o presidio Slow Food.
Non ci siamo abituati, qui da noi, a vedere le guglie dei nostri campanili sbeccate come da un morso, cumuli di mattoni impolverati nelle piazze, vecchi palazzi a metà come tornati indietro col rewind e capannoni stesi proni sui corpi di chi c´è rimasto sotto.
Ma soprattutto non siamo abituati a stare fuori casa, a guardarci in faccia spaventati, preoccupati che quella natura Doc e Dop ci scrolli di dosso all´improvviso come abbiamo visto fare da altre parti che consideriamo meno sottomesse e gentili delle nostre.
Non siamo abituati, qui, ad avere paura della terra.
O meglio, non ci siamo abituati noi – o non lo siamo più – perché le generazioni precedenti con quella natura, con i capricci dei fiumi, per esempio, ci hanno lottato parecchio per renderla così sottomessa da non spaventare più nessuno e a non produrre più leggende horror, come quella della Borda, il fantasma della nebbia.
E nonostante recentemente il lungo periodo di piccole ma decise scosse che ogni notte ha mandato la gente di Faenza a dormire in macchina ci abbia ricordato che l´Italia è zona sismica, l´Italia tutta, e che anche in Emilia Romagna si possa avere paura della terra.
Ora, io sono uno che con la paura ci convive per scelta – e per fortuna – nel senso che ho fatto del crearla e dell´indurla agli altri il mio mestiere. Non ne ho mai provata molta – ripeto: per fortuna – e quella dei terremoti non è mai stata in cima alla lista, anche se so quanto possa essere terrorizzante e capisco quanto possa essere spaventata la gente delle mie parti in attesa che l´allarme cessi.
Ma rispetto la paura degli altri e la paura in generale, che ho sempre considerato come qualcosa di positivo. Come una forma di conoscenza: il buio che intravediamo nello spiraglio di una porta socchiusa prima o poi ci poterà ad aprirla. E come uno spunto di riflessione: perché non l´ho aperta prima, quella porta, e cosa faccio adesso che l´ho spalancata?
Ecco, un terremoto è un evento imprevedibile, come un fulmine dal cielo, ma viene da pensare che i danni siano stati quelli che sono stati e soltanto quelli perché in effetti le nostre zone sono più fortunate e organizzate di altre, dove invece i danni sono stati maggiori. E questo è bene, ma non dobbiamo fermarci qui.
Dobbiamo tenerla d´occhio, questa terra, attenti che non sia cementificata, depotenziata, scavata e riempita contro le regole e contro la logica, insomma, contro la natura. Come è negli interessi di alcuni – per esempio la criminalità organizzata che anche qui ha messo radici – ma non di tutti gli altri.
Insomma, bisogna che questa paura ci insegni ad amarla di più, questa terra, a pensarla, capirla e rispettarla.
Altrimenti lei si arrabbia e come sta facendo in tante parti del mondo, si muove e ci scrolla di dosso.
Anche qui da noi, in Emilia Romagna.

La Repubblica 21.05.12

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Celati: “Le macerie di Bondeno e Sant´Agostino nei luoghi della mia infanzia è crollato il cielo”, di Dario Pappalardo

“A Ferrara si può ancora passeggiare: c´è un senso di comunità che aiuterà a risollevarsi”. «Il mese prossimo andrò a vedere di persona cosa è successo: sono i luoghi della mia infanzia. Non ho ancora contattato i miei parenti che vivono ancora lì. Mi pare che il centro storico di Ferrara non sia stato danneggiato, temevo per il Palazzo Ducale…». Da Brighton, in Inghilterra, dove si è trasferito ventiquattro anni fa, lo scrittore Gianni Celati segue le notizie del terremoto collegato a Internet. Guarda le foto e riconosce i posti in cui ha vissuto da ragazzo, gli scenari che hanno ispirato le sue storie e i documentari.
Celati, lei nella provincia di Ferrara è cresciuto…
«Sì, mio padre era proprio di Bondeno. Le immagini che vedo adesso sono insolite per una città come la mia, che si trova in una conca. Non abbiamo mai vissuto davvero i danni del terremoto. Certo, non si può paragonare con quanto successo all´Aquila, ma è stato un grave colpo».
Cosa l´ha impressionata di più?
«Sant´Agostino, con il municipio di primo Novecento che è praticamente venuto giù e poi le chiese ferite, le macerie. Per fortuna è una zona che scende verso il mare e non c´è stata la tragedia, ma ci sarà da ricostruire. È stato colpito uno dei territori più curati e valorizzati del nostro Paese».
Torna spesso a Ferrara?
«Ci vado raramente, ormai non abito più là da anni. Ma, quando arrivo, ammiro la straordinaria pulizia, l´ordine, la funzionalità dei servizi. Trovo spazi dove si può ancora passeggiare. Nei secoli, i ferraresi hanno creato una città con muri e strade bellissime che ancora adesso non è “invasa” da costruzioni orribili e situazioni estreme come è accaduto nei dintorni di Milano. Ecco, vedere ora tutto quanto che cade…».
Negli anni Sessanta girò in Emilia un documentario intitolato Visioni di case che crollano…
«Era dedicato alle vecchie case coloniche lasciate in rovina, a nord di Reggio Emilia e fino alla foce del Po. Ho girato molto in quelle terre. Documentavo anno dopo anno le costruzioni abbandonate che crollavano lentamente. Era il racconto di un´architettura rurale che non esiste più».
Che risposta si aspetta al terremoto dalla comunità che vive in quei luoghi?
«Spero ci sia la coesione che si viveva ai tempi in cui io sono cresciuto lì. La mia famiglia e miei parenti vivevano coesi. C´era un senso di comunità che ora si è perduto un po´ dappertutto. Bisogna ricostruire e salvare il bello che c´è. Ci andrò presto, voglio esserci».

La Repubblica 21.05.12

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“Sotto la torre ferita che veniva giù Finale Emilia come L’Aquila” , di Rita Querzè

Aveva ragione mio figlio grande. Un saggio di otto anni non ancora compiuti. «Mamma, papà, vi prego, non andiamo da quella parte, mi fa paura. Non voglio entrare in questo paese, ci sono troppe pietre per terra, crepe nei muri. Torniamo a casa». «Ma dai, non ti preoccupare, è tutto finito — gli abbiamo risposto in coro, genitori e fratellino più piccolo con una sola voce — il terremoto c’è già stato stanotte. Vedrai, non succede nulla. Diamo un’occhiata al centro e alla casa dei nonni, solo dal di fuori, per vedere se è tutto a posto, e poi ce ne andiamo».
Errore. La terra comincia a tremare di nuovo. Una prima volta, leggermente. E poi una seconda, fortissimo, alle 15 e 18 minuti di ieri. «Viaaa, viaaa, via tutti. Bambini, in mezzo alla piazza, correte!». «Papà, papà, dov’è papà?». «Correte, e basta».
Davanti a noi quello che era rimasto della Torre dei Modenesi — il monumento di cui i finalesi andavano forse più orgogliosi — rovina a terra in una nube rossa di polvere e calcinacci. Le grida si mescolano alle grida. Ci viene incontro una donna urlando con tutto il fiato che ha in gola: «Ettore! Ettore! Ettore è in casa, era tornato dentro a prendere qualcosa proprio lì, di fianco alla torre, aiuto, fate qualcosa».
Scappiamo. Via, via, via. Lontano, più lontano che si può. Esitiamo un attimo. Quale strada scegliere? Le vie sono strette, incombono tegole e cornicioni. «Tutti di là, dove la strada è più larga. E adesso ragazzi, correte con tutta la forza che avete». Obiettivo: l’automobile, la salvezza. Quattro gomme e una meta obbligata: la campagna. Lontano dalle case e da nuovi crolli. Lungo la strada, alla nostra sinistra, vedo un vigile del fuoco a terra, ferito, un suo collega che cerca di soccorrerlo come può. «Bambini, avanti, guardate avanti, correte».
Ci sono pezzi che un cronista non vorrebbe mai scrivere. Sono quelli in cui ci si trova a raccontare qualcosa senza aver avuto nessun merito. Quelli decisi dal caso, che ti ha fatto essere in un certo posto in un preciso momento. Sono soprattutto quelli in cui sei parte in causa e anche solo tentare di essere obiettivi e distaccati diventa una sforzo irragionevole. E questo è il caso.
Allora scopriamo le carte. Finale Emilia è il paese dei miei nonni, dei miei studi, degli affetti e delle radici. È un posto di confine, dove non arriva nemmeno il treno. Qui la gente è fatta di una stoffa spessa e ruvida, almeno all’apparenza. Gente abituata a chinare la testa e a lavorare sodo. Contadini, fino agli anni Sessanta. Poi sono arrivate le fabbriche, le ceramiche in particolare. E i contadini hanno lasciato cadere a terra zappe e rastrelli per indossare le tute blu degli operai. Le strade sembrano disegnate con il righello, più che in chilometri si misurano in pedalate. Le case molti se le sono costruite da soli, negli anni Sessanta, lavorando nel fine settimana, e rafforzando l’abbrivio del boom con una buona dose di olio di gomito.
Il clima è afoso d’estate e brumoso d’inverno. Tollerabili solo la primavera e l’autunno. Forse proprio per reagire a un ambiente non sempre felice, questi strani modenesi di confine, con l’accento più simile a quello dei vicini ferraresi, compensano con solidarietà e un carattere gioviale che li porta a organizzare sagre, carnevali e feste del patrono a ciclo continuo.
Questa presenza di spirito ha aiutato, ieri, a preparare le auto per la notte senza lasciarsi troppo prendere dallo sconforto. Nessuno aveva voglia di attardarsi troppo a far le valigie e così molti hanno semplicemente preso i sacchi neri della spazzatura e hanno buttato dentro quello che capitava a tiro: abiti, il pupazzo preferito dei bambini, qualcosa da mangiare. E poi tutti a dormire — si fa per dire — lontano dal paese, in mezzo ai campi.
Il centro storico è in pezzi. Con quello dell’Aquila (che pure è in una condizione infinitamente peggiore, un paragone in questo senso sarebbe fuori luogo) ha in comune il silenzio dei luoghi morti, abbandonati. Per descrivere la notte di sabato più che di paura bisognerebbe parlare di panico. La facciata del Duomo: crollata. La Torre dei Modenesi, in piazza Baccarini: una montagna di macerie. Eppure, costruita nel 1213, aveva resistito dando ottima prova per 800 anni. Sfregiata anche la torre campanaria del municipio. Seriamente danneggiate le chiese di San Francesco, quella dell’Annunziata, quella di San Francesco da Paola. Mentre il mastio del castello estense ora è un enorme, indistinto, cumulo di pietre.
«Il terrore è quello di chi capisce che la propria vita e quella dei propri cari è in pericolo», sintetizza con il sorriso nella voce, nonostante tutto, Celso Malaguti, 65 anni, a capo della polizia locale della cittadina fino a due anni fa e oggi in pensione. «Ma più che di questo nel suo articolo parli dello smarrimento nel vedere il nostro paese, la nostra storia, ridotta in un cumulo di polvere — continua l’ex vigile —. Mai come ora capiamo quanto questi monumenti fossero un pezzo di noi, della nostra identità».
Gli abitanti di Finale, come quelli di Sant’Agostino, di Mirandola o di San Felice non vogliono più raccontare per l’ennesima volta il terrore della notte del terremoto. Quello lo condividi con chi l’ha vissuto come te, nella speranza di liberarti di un incubo. Ma poi capisci che anche questo non serve a nulla. E allora meglio non ricordare più, tantomeno con chi non sa di cosa si sta parlando.
Certo è che gli abitanti della pianura sono arrivati del tutto impreparati a questo dramma. «La vostra non è terra sismica», hanno sempre detto tutti. E allora se c’era da costruire un capannone o una casa non si è mai guardato troppo per il sottile. Che errore. Lo hanno capito tutti bene sabato notte, quando il letto si è trasformato in una barca senza nocchiero nel mare in tempesta. «Fuori!!!! Fuori!!! Tutti fuooori». Urla, la gente per strada in mutande e maglietta, abbracciata per non sentire il freddo. I cellulari impazziti per capire che ne è dei propri cari in un altro paese, in un’altra città. Maschi e femmine che d’istinto resuscitano vecchie divisioni di ruoli: «Tu stai vicino ai bambini, io entro dentro a prendere una coperta». E poi, all’alba un innaturale arcobaleno che si staglia sul cielo quasi sereno.
«Laggiù, tra Gavello e San Martino Spino, la terra si è aperta e dalle sue ferite è uscito un misto di acqua e sabbia azzurra color del mare», racconta il vigile urbano in pensione. Leggenda, realtà, suggestione? Per ora la certezza è una sola. La gente della pianura ha perso l’innocenza di chi non ha mai visto la terra tremare.
Il Corriere della Sera 21.05.12

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