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"Quella terra è il nostro futuro", di Clara Sereni

Ho in mente un ricordo, come una fotografia: nella sua ultima apparizione pubblica una grande donna, Maria Cervi, arriva a un’iniziativa di solidarietà in mezzo all’Umbria più deserta, fiera di portare in dono una forma intera di parmigiano reggiano da mangiare insieme, per fare comunità. E dopo fa un piccolo discorso, e chi c’era aveva una grande groppo alla gola, per dire che la nuova resistenza è questo, stare insieme e aiutarsi e guardare avanti e progettare anche quando le cose sono difficili: perché quando un raccolto viene assassinato non ci si può arrendere, bisogna arare seminare e curare, e una nuova messe crescerà. Senza dimenticare mai che ogni germoglio, ogni spiga, ogni zolla fa parte del mondo intero, e a quello non si deve smettere di rapportarsi: adesso diciamo “glocale”, il mappamondo
inalberato sull’aratro dai fratelli Cervi cominciò a dirlo più di settant’anni fa. E ancora: nella narrazione famigliare, le prime notizie che ho avuto dell’Emilia Romagna erano le storie dei treni dei bambini di Napoli, di Cassino, delle zone più affamate e distrutte dell’Italia post-bellica accolti lì da famiglie di contadini e operai appena appena meno sfortunati, ma comunque pronti a dare una mano, a nutrire i corpi e anche le anime di chi si trovava in difficoltà più gravi e devastanti. Questa lunga tradizione oggi si confronta e ci confronta con una catastrofe, e per la prima volta le parti appaiono rovesciate: quelle terre chiamano in causa ogni capacità che abbiamo di solidarietà profonda, di sguardo verso il futuro. Fra le immagini terribili di questi giorni, una mi ha colpita particolarmente: le vie deserte di Mirandola, le macerie, il silenzio rotto quasi con violenza da un canto forte di uccelli. Come se la natura riaffermasse così la propria forza invincibile, o addirittura la sua vendetta contro di noi che l’abbiamo violentata e offesa. Tutta l’Italia è violentata e offesa. Fragile. Tutta l’Italia è un Paese in cui l’emergenza di un disastro «naturale» in qualche modo cancella la memoria di quello immediatamente precedente. Passiamo da un terremoto a un’alluvione, da un bradisismo a un’eruzione vulcanica, e ogni volta le stesse domande, e – quasi sempre – anche le stesse risposte: frettolose e comunque tardive, insufficienti, raffazzonate. Ogni evento luttuoso fa storia a sé, e si tira avanti. Senza mai nulla prevenire. Non lavorando a un’altra semina, a un altro raccolto possibile, ma limitandosi a sopravvivere con quel che c’è, predisponendo in questo modo un’altra carestia. Ognun per sé, e non c’è un Dio per tutti. E a far da cornice buia c’è la crisi mondiale, di cui non si vede la fine. Tutto sembra congiurare per farci arrendere, per farci abbassare la testa. Arrenderci no, abbassare la testa può essere
una buona cosa da fare. A capo chino si guarda intanto con più attenzione quanto c’è e si muove sotto e intorno ai nostri piedi. Con gli occhi bassi si può smettere di occuparsi di consumi inutili e inutilmente indotti, per tornare a puntare su ciò che serve davvero. In questo senso la proposta avanzata da Monti di sospendere il campionato di calcio per un certo periodo è certo un segno del desiderio di legalità e moralizzazione che ci attraversa, ma può essere letta anche come una diversa allocazione di risorse non solo economiche: se le forze dell’ordine – per fare un esempio – non fossero impegnate ad ogni pié sospinto nella gestione di eventi sportivi, è ragionevole sperare che il controllo del territorio ne avrebbe un beneficio percepibile. Se la bolla di speculazione in cui il calcio dei campioni pagati a peso d’oro è imbozzolato si afflosciasse, lo sport di tutti potrebbe avvantaggiarsene. E si potrebbe continuare con gli esempi.
Non c’è dubbio alcuno che il terremoto, come la crisi, è e resta una tragedia. Da cui si esce ripiegandosi su se stessi e rimpiangendo il passato, oppure ri-progettando il futuro su basi nuove, con un orizzonte diverso e più lungo. Gli emiliani l’hanno sempre fatto, e di sicuro lo faranno anche in questa occasione tremenda. Ma questa volta, con l’umiltà e la consapevolezza che occorrono, tocca a tutti noi mostrare che la lezione durissima l’abbiamo imparata, che non siamo più alunni ma sappiamo invece affiancare i maestri: per una semina nuova, per il raccolto che verrà.
Avendo davanti un orizzonte finalmente lungo, il più possibile sgombro da inutili orpelli. Un orizzonte per crescere davvero, dentro e fuori.

l’Unità 31.05.12

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