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"“Quota 96" un gioco che è durato anche troppo", di Giuseppe Grasso

La mannaia dell’ingiustizia si è abbattuta, per una seconda e inesorabile volta, sui lavoratori della scuola del 1952, calpestati nel loro diritto da una tremenda spending review, una riforma congegnata dal governo Monti più in termini ideologici che di effettiva utilità per il nostro paese. Dopo l’appoggio incondizionato delle due onorevoli del Pd Mariangela Bastico e Manuela Ghizzoni – che si sono spese tantissimo a favore della battaglia di questi professionisti e delle loro giuste rivendicazioni, che hanno partecipato a ben due manifestazioni nazionali assicurando loro l’appoggio di tutto il partito – il Comitato Civico «Quota 96», da sempre agguerrito nell’affermazione dei diritti al pensionamento con le regole ante Fornero, non ha mai smesso di lottare e di ingegnarsi con ogni rimedio, sia esso giudiziario o politico, per arrivare dritto allo scopo.
La speranza si è riaccesa alcuni giorni fa, dopo la fallita votazione nel «mille proroghe» dello scorso febbraio, con la presentazione al Senato, da parte della senatrice Bastico, di un emendamento, il 22.45, che comprendeva, per i lavoratori della conoscenza che avessero maturato il diritto a pensione entro il 31 agosto 2012, la possibilità di uscire dal lavoro con la cosiddetta quota 96, parametro dato dalla somma del requisito anagrafico e del requisito contributivo.
La votazione dell’emendamento è stata respinta inverosimilmente, nonostante le promesse dei tre maggiori partiti che appoggiano l’attuale esecutivo, da tutti i componenti della Commissione a causa del parere negativo sia dei relatori sia del governo, rappresentato da quell’inflessibile sottosegretario Polillo che, pur riconoscendo la specificità del settore della scuola e la fondatezza del suo sacrosanto diritto ad andare in pensione il 1 settembre di ogni anno, ha continuato a ripetere, ossessivamente, il solito ritornello sulla mancanza della copertura finanziaria. Non stiamo parlando di una o due defezioni. C’è stato, a dirla tutta, un aprioristico veto consociativo contro questi lavoratori che lottano da più di sei mesi per il riconoscimento del loro diritto. E, malgrado l’appoggio assicurato per il tramite delle due deputate democratiche in questione, nulla è stato fatto, concretamente, dal gruppo dirigente del Pd che sostiene, come fosse il gran salvatore della patria, Mario Monti. È inutile affermare il contrario, nascondersi dietro una lampante ipocrisia o, peggio, gettarsi la sabbia sugli occhi per far finta di essere ciechi. Il cronista, che è anche un docente, ha il dovere di dire le cose come stanno, di chiamarle col loro nome e senza infingimenti.
Il governo Monti – appoggiato incondizionatamente dai poteri forti, da Eugenio Scalfari e da un partito che ha rinnegato il proprio tradizionale mandato di portavoce dei lavoratori – ha compiuto un misfatto di cui l’Italia repubblicana dovrà vergognarsi amaramente, da qui alle prossime elezioni e forse anche oltre, come di un’onta che esige una riparazione immediata, quanto meno alla Camera. I deputati, che sono pagati profumatamente e che dovrebbero rappresentare il popolo, non sono i servi dell’esecutivo, soprattutto se si è leso un diritto e non un privilegio. Non hanno forse la loro autonomia di giudizio e di scelta? Vadano ora a spiegare alle famiglie di questi lavoratori della scuola – istituzione sempre più tartassata e umiliata dalle politiche economiche messe in atto da un governo iniquo e retrivo – gli effetti nefasti di una simile scelta.
Per quale motivo si dovevano prima blandire 3.000 poveri cristi quando poi, alla resa dei conti, se ne dovevano disattendere le aspettative? Perché mai si dovevano nutrire illusioni per farle srotolare come sabbia fra le dita? E non ci vengano a dire i governanti, pretestuosamente, che i 24.000 dipendenti pubblici che potranno invece essere collocati a riposo, con minor diritto di quelli, non dovranno essere rimpiazzati dai precari. L’alibi – dopo ben due bocciature al Senato e dopo la presentazione di ben due disegni di legge, il 3361 e il 5293, ad opera della Bastico e della Ghizzoni – non è più sostenibile e anzi insensato, frutto di una bieca alchimia politica. Il diritto di questi lavoratori sessantenni che non sono certo, giova ricordarlo, dei baby-pensionati, diritto formalmente riconosciuto dai due ddl citati, non potrà più essere speso né ripresentato in futuro. Ormai non sarà più possibile, a meno di un provvido e sperabile dietrofront, mandarlo avanti in parlamento stante la chiusura categorica di governo e ragioneria, sordi e irremovibili ad ogni decisione che concerne le politiche scolastiche, sacrificate sull’altare della solita tetragona filosofia aziendalistica. È incredibile che il Pd, mischiatosi promiscuamente ad altri partiti di segno opposto in questo governo delle destre bancarie e tecnocratiche, in questo governo che sa fare cassa solo con i poveri e mostrarsi generoso solo con i ricchi, in questo governo che ha smantellato come mai era accaduto lo stato sociale e che non conosce nemmeno cosa sia la parola equità, tanto gratuitamente sbandierata; è incredibile, dicevamo, che il Pd abbia potuto abbandonare 3.000 persone, fra docenti e personale Ata, che avevano creduto, forse ingenuamente, nella veridicità delle sue promesse.
Riteniamo che il segretario Bersani dovrebbe avviare un lungo e serrato outing in tal senso, un severissimo esame di coscienza che eviti però di scivolare demagogicamente nel tormentone, del resto già pronto in vista delle prossime elezioni e più volte sciorinato, che promette maggior gradualità nell’innalzamento dell’età pensionabile solo DOPO questa legislatura. Ci sarebbe ancora tempo per farlo PRIMA, magari alla Camera, per i lavoratori della conoscenza di Quota 96. Sarebbe il segno di un ravvedimento tardivo, certo, ma pur sempre dignitoso.
Come spiegare ragionevolmente al vasto mondo degli educatori che il partito dei lavoratori, erede del magistero di Gramsci e di Berlinguer, abbia potuto tradire così smaccatamente – dopo aver mandato avanti due sue degnissime esponenti, una già vice-ministro dell’Istruzione nel governo Prodi II e l’altra oggi Presidente della Commissione Cultura alla Camera – una fetta piccola, ancorché rispettosa, del suo elettorato? Perché criticare l’operato del governo e poi continuare, in modo doppio e menzognero, a dargli la fiducia? Perché non fare cassa, ad esempio, con gli aerei da guerra anziché con i tagli alla scuola? Perché questo – si ribatterà – è l’oscuro, tramato e insidioso gioco della politica, di una politica, però, sempre più avulsa dalla base e che magari si meraviglia, guarda caso, se sorgono partiti come il Movimento 5 stelle a intercettare i reali malesseri del popolo. Questo gioco demagogico del Pd ai danni della legione di Quota 96 – di cui la Bastico e la Ghizzoni sono le sole, oggi, a portare sulle spalle tutto il peso – è durato anche troppo e bisognava che qualcuno lo denunciasse.
Il governo Monti dovrebbe smetterla di anteporre i numeri agli esseri umani. E la verità ha sempre il dovere di essere riconosciuta. La riforma delle pensioni targata Fornero – lo abbiamo scritto fin dallo scorso gennaio – non si doveva fare in questo modo drastico e brutale, come ha più volte segnalato l’ex ministro del Lavoro Damiano, con una simile andatura, cioè, da smantellamento sociale e tale da attentare alle progettualità di vita di chi, alle soglie dell’agognata pensione, se l’è vista soffiare dalle mani. Tutte le precedenti riforme previdenziali erano state concordate con i sindacati e diluite negli anni come è accaduto con il sistema delle quote. E tutte prevedevano, anche quella a firma Damiano, un articolo ben preciso che riconosceva che i tempi della scuola sono legati all’anno scolastico il quale non coincide, come tutti sanno, con l’anno solare. Ma che bella figura hanno fatto i tecnici dell’attuale esecutivo! Prima hanno commesso l’errore di omettere un articolo che prevedesse la specificità del collocamento a riposo del comparto scuola, che avviene sempre il 1 settembre di ogni anno, e poi hanno rifiutato di sanarlo senza peritarsi di chiedere scusa per la stortura commessa. È proprio il caso di dire – scomodando Esiodo – che è stolto essere giusti quando chi è ingiusto ottiene migliore giustizia.
Ma tant’è. Nessuno, tranne le summenzionate deputate del Pd, ha preso davvero a cuore questo spinoso problema del pensionamento dei professionisti della scuola del 1952, penalizzati con 4 e anche 5 anni di lavoro in più rispetto agli stessi lavoratori del 1951 sempre di Quota 96. Speriamo che almeno i Giudici del Lavoro delle moltissime città italiane presso cui sono stati depositati i ricorsi degli interessati possano riscattare le loro sorti e vendicarli di tanta insensibilità e di tanto inspiegabile ostracismo. L’ultimo auspicio, qualora nemmeno i tribunali dovessero bastare, è che si torni a votare presto, magari a ottobre, e che si mandi finalmente a casa questo governo illiberale e conservatore, un governo che è frutto dell’inciucio di comodo imbastito da Pd, Pdl e Fli con l’avallo del supremo regista.

da www.tecnicadellascuola.it

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