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"Non solo Indicazioni…", di Manuela Ghizzoni

Ora che il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione (CNPI) ha espresso il suo parere sulla bozza revisionata delle Indicazioni Nazionali per il primo ciclo (25 luglio 2012), ci sono tutte le condizioni perché il documento assuma il carattere di testo programmatico giuridicamente definito e stabile per le scuole dell’infanzia, elementari e medie del nostro Paese, a far tempo – ma con gradualità – dal prossimo anno scolastico 2012-13. Si pone così fine ad un periodo di incertezze che si protrae ormai da molto tempo, per le molte forzature che sono state imposte alla vita delle scuole in questi ultimi anni. Dopo le turbolenze di un decennio caratterizzato dall’alternarsi di diverse ipotesi transitorie di Indicazioni (De Mauro, Moratti, Fioroni, Gelmini…), bene ha fatto il Ministro Francesco Profumo a prendere sul serio la delega, contenuta nel regolamento del primo ciclo (DPR 89/2009), che consentiva al Governo a dare stabilità agli indirizzi culturali e curricolari della scuola di base entro il 31 agosto 2012. E bene ha fatto a ripartire dal testo che più aveva raccolto le adesioni del mondo della scuola, cioè le Indicazioni del 2007 (firmate dal Presidente della Commissione Mauro Ceruti), stante l’esito del sondaggio tra le scuole effettuato dal Ministero dell’istruzione nel novembre-dicembre 2011 (CM 101/2001).

Si è così evitata l’affannata ricerca di una improbabile armonizzazione ed assemblaggio tra testi troppo diversi e si è scelta la strada maestra, ben impersonata dal Sottosegretario Marco Rossi-Doria e dai suoi collaboratori, di inserirsi nell’alveo delle parole-chiave della scuola di base degli ultimi 25 anni: curricolo, ambiente di apprendimento, inclusione, valore formativo delle discipline, classe e laboratorio, qualità delle relazioni educative.

Apprezzabile è stato anche il metodo scelto che, nonostante si fosse ormai agli sgoccioli del periodo utile alla revisione (ma di chi il ritardo, se non del precedente dicastero?), ha visto procedere per bozze pubbliche successive, con il coinvolgimento “discreto” di numerosi esperti di scuola e con un passaggio di consultazione con oltre 5.000 scuole che hanno risposto – in modo articolato ma positivo – ad un questionario elaborato dall’apposito gruppo redazionale.

I problemi che restano

Dunque, tutto bene quel che finisce (per ora) bene? Non vogliamo anticipare giudizi nel merito dei contenuti culturali, compito che spetta pienamente alla scuola ed ai suoi operatori. Qui vogliamo solo segnalare la migliore leggibilità del testo, la maggiore chiarezza di traguardi ed obiettivi (a volte quasi la loro puntigliosità), la scelta della prospettiva della verticalità del curricolo (alla luce della generalizzazione dei comprensivi), lo scenario europeo di riferimento. Certo faranno discutere i richiami ad una più sicura padronanza degli alfabeti, della lingua italiana (dall’ortografia alla grammatica) e delle altre conoscenze fondamentali, quasi un segnale alle scuole (ma anche ai genitori) a non rassegnarsi di fronte ad una certa fragilità delle competenze dei ragazzi. Questioni su cui ritornare, nella consapevolezza che un testo di Indicazioni non sia “per sempre”, ma debba essere quotidianamente fatto vivere nel rapporto tra scuola reale, comunità scientifiche, mondo della politica e dell’amministrazione.

E qui si innesta una domanda per la politica, proprio per rispondere a quelle domande che scaturiscono dagli interrogativi delle scuole di fronte ad un progetto culturale, tutto sommato condiviso. Se i traguardi sono più ambiziosi, se le competenze delineate sono da raggiungere e da valutare, se la scuola di base non deve lasciare indietro nessuno (apprezzabile quel richiamo chiaro all’art. 3 della Costituzione nell’incipit delle finalità), allora occorre rispondere alle seguenti domande: quali sono le condizioni in cui la scuola si trova ad operare? Quali i mezzi (umani, finanziari, di tempo) a disposizione? Quali i rapporti e gli impegni che ogni comunità – e il nostro Paese in generale – sapranno esprimere verso le proprie scuole?

Domande non semplici, soprattutto in tempi di crisi finanziaria, di spending review, di sfiducia della società civile nei confronti dei nostri servizi pubblici, di sottile diffidenza che a volte coinvolge la nostra scuola, i nostri insegnanti. Costretti negli ultimi anni a far fronte ad una riduzione consistente di risorse (con un vistoso – 4,86% certificato dai tecnici) che ha colpito indistintamente realtà virtuose e zone grigie, bisogni effettivi o richieste aleatorie, buona amministrazione o ritardi inammissibili.

Tempo di scelte politiche

Occorre cambiare passo, risolvendo gli annosi problemi di governance all’interno delle scuole: ecco perché è urgente un ripensamento delle funzioni di governo, di partecipazione e di valutazione di sistema, come abbiamo cercato di delineare nelle proposte di riforma degli organi collegiali che la Camera, in prima lettura, è in procinto di approvare. Bisogna superare difficoltà e ritardi nella governance complessiva del sistema, nel rapporto tra Stato centrale, ruolo delle Regioni e degli Enti locali ed iniziativa responsabile delle autonomie scolastiche.

Ci sono decisioni politiche da prendere, risorse da predisporre, leggi da portare avanti. Le Indicazioni nazionali certamente faranno fatica a conquistare la priorità nella difficile agenda d’autunno, però sarebbe un bel segnale se, una volta tanto, fosse la scuola – ed in particolare la scuola dei piccoli, la scuola di tutti – a diventare il parametro di quello sviluppo di cui tutti a parole dicono di volersi preoccupare:

– rinnovamento qualitativo del parco-scuole (e messa in sicurezza totale);

– eliminazione delle liste d’attesa per la scuola dell’infanzia e risposta alle istanze di tempo pieno;

– formazione iniziale degli insegnanti;

– turn-over del personale e stabilità da raggiungere nel reclutamento (questione aperta, ma non chiusa, con il provvedimento sull’organico funzionale, previsto dalla legge 35/2012);

– innovazione nella didattica e nelle tecnologie.

Sono solo alcuni dei nodi da aggredire con più convinzione, con un programma politico di respiro, che partendo dall’emergenza di oggi, sappia guardare all’indispensabile speranza di un futuro migliore (non solo per la scuola). Solo così una vicenda apparentemente tutta interna alla scuola, come è la riscrittura dei programmi didattici, potrà trasformarsi in una occasione di risveglio e di riscatto per un ruolo più centrale e rispettato della scuola nella vita del paese. E’ ciò che tutti auspichiamo e che cercheremo di fare, ognuno con le sue possibilità e le sue energie, nelle aule scolastiche e nelle aule parlamentari.

da Educazione&scuola 01.08.12

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