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"Non si spenga l'altoforno. E' una questione nazionale", di Guglielmo Epifani

La vicenda dell’Ilva di Taranto mette in contrapposizione due diritti fondamentali: il diritto alla salute e alla sicurezza di cittadini e lavoratori, il diritto al lavoro e all’occupazione di migliaia di persone dell’area interessata e dell’intera filiera della siderurgia italiana. Non deve perciò preoccupare la durezza del confronto in atto quando questo non travalica, come in parte è avvenuto, i limiti della correttezza e del rispetto che si deve alle posizioni in campo quanto piuttosto il ritardo e le modalità con cui la comunità nazionale ha preso coscienza dei rischi che stiamo correndo. Rischio da una parte di ulteriore contrazione della base produttiva del Paese, nel Mezzogiorno ma non solo, e rischio dall’altra di compromettere le esigenze di sicurezza ambientale e delle condizioni di lavoro. Arrivati a questo punto, il problema che si pone per tutti magistratura, azienda, governo e forze sindacali è lavorare per una soluzione che provi a contemperare tutti i legittimi interessi in campo, evitando sia di considerare il tema della sicurezza come un nodo secondario della vicenda produttiva, sia di pensare che si possa staccare la spina ad una attività produttiva strategica per il Paese e soprattutto ad alta densità occupazionale. Il governo, d’intesa con le amministrazioni interessate, sta lavorando ad una soluzione che provi a dare risposte ai due bisogni fondamentali ed è necessario che tutti i soggetti in campo, a partire dall’azienda, cooperino lealmente e responsabilmente, nella stessa direzione. Anche la magistratura, a cui tocca un compito difficile dopo tanti ritardi e sottovalutazioni, è chiamata a scelte che si muovano nella stessa direzione. Evitare la chiusura dell’impianto, e definire contestualmente un piano di investimenti in grado di intervenire sui fattori di inquinamento per l’ambiente e le persone, è l’unica via razionale per provare a dare una soluzione accettabile al problema e salvaguardare livelli diretti e indiretti di lavoro e di occupazione. Ogni volta che si è provato a fare il contrario, chiudere gli impianti e poi successivamente operare il risanamento necessario, ha portato infatti ad una doppia sconfitta: aziende che non si sono più riaperte e fattori di nocività ambientali che non sono stati più rimossi. C’è poi una ulteriore questione. Siamo diventati un Paese spaventosamente disattento alla politica industriale e negli ultimi dieci anni nulla si è fatto per avere un indirizzo in grado di arrestare il declino produttivo e la marginalità tecnologica a cui stiamo andando incontro. Le aziende che ce l’hanno fatta ci sono riuscite da sole, innovando prodotti ed internazionalizzandosi verso i mercati a più alto tasso di crescita. Ma sono enormemente di più i settori in cui stiamo perdendo possibilità e futuro: l’auto innanzitutto, e il suo indotto, i settori strategici della difesa, le tecnologie della green economy e dell’Ict, le catene commerciali ed una parte di quelle agro-alimentari. Tutti presi oggi dall’altalena degli spread, abbiamo smarrito ogni altra attenzione e dedizione ai temi dell’economia reale, quasi che anche qui fosse possibile una politica dei due tempi: prima il risanamento, obiettivo ovviamente necessario e imprescindibile, e poi dopo tutto il resto. Il governo di centrodestra, che ha governato otto degli ultimi dieci anni, non ha fatto solo danni sull’aumento della spesa corrente, la riduzione della spesa in investimenti e l’aumento del debito, ma ha insieme trascurato qualsiasi progetto e strategia di sviluppo per il sistema Paese. Per questo siamo messi così male. Per questo se vogliamo provare ad uscire dalle nostre difficoltà abbiamo bisogno di farlo tenendo assieme le due prospettive: il risanamento dei conti e la riqualificazione del nostro sistema produttivo. E dalla Germania proviamo ad imparare non soltanto l’etica della responsabilità fiscale, ma anche come si fa impresa e come si sostiene l’interesse nazionale.

L’Unità 03.08.12

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