ambiente, attualità

"Non siamo giapponesi", di Leonardo Tondelli

Io credo che il rumore della scossa del 29 non me lo scorderò più. Però è anche vero che assomiglia ad altri rumori, che da quel giorno in poi mi fanno un po’ male al cuore. I tuoni, per esempio, e questo mi ha fatto odiare gli acquazzoni estivi. Anche gli aeroplani certe volte mi spaventano. Lo sciame sismico è snervante: puoi mantenere i nervi saldi durante una scossa di magnitudo 5.9 per poi impazzire perché hai sentito un tuono. E ogni tanto le sirene alla finestra ti dicono che qualcun altro ha il cuore più debole del tuo. Mentre notavo queste cose, e in farmacia il Lexotan andava via come il pane, un giornalista prestigioso, uno di quelli che girano il mondo e chiacchierano con tutti, visitava le tendopoli, assaggiava i tortellini, e decideva che il morale era alto, perché… Perché gli emiliani sono così, sempre di buonumore. Siccome poi il giornalista riteneva necessario trovare un compromesso sul tema del giorno – l’annosa polemica della parata – decise testé di proporre su internet il seguente referendum consultivo: che ne pensate di far volare le Frecce tricolori, invece che a Roma, sui terremotati? Sarebbe un bel gesto di solidarietà, non è vero? Un bell’invito a… come si dice da voi? A tener botta.

Racconto l’episodio perché secondo me è indicativo di dove ci porta la retorica dell’emiliano solare e proattivo. Quello dopo un piatto di tortellini aveva partorito l’idea di esprimerci solidarietà facendoci sentire il rombo delle Frecce tricolori, a tutti quanti. E se a tre o quattro anziani, in case di riposo dislocate in luoghi di fortuna, fossero saltate le coronarie, nessuno avrebbe fatto il collegamento. Bisogna smettere di offrire tortellini alla gente. Poi si convincono che noi stiamo bene e siamo pronti a ripartire. Non stiamo affatto bene. Forse non siamo pronti a ripartire.

Su internet c’è un brano che è girato così tanto che non riesco più a capire chi lo abbia scritto (dev’essere almeno passato per «Il Resto del Carlino»). Ormai è di tutti quelli che l’hanno condiviso. Il motivo di tanto successo credo sia evidente:

«Gli emiliano-romagnoli sono così. Devono fare una macchina? Loro ti fanno una Ferrari, una Maserati e una Lamborghini. Devono fare una moto? Loro costruiscono una Ducati. Devono fare un formaggio? Loro si inventano il Parmigiano Reggiano. Devono fare due spaghetti? Loro mettono in piedi la Barilla. Devono farti un caffè? Loro ti fanno la Saeco. Devono trovare qualcuno che scriva canzonette? Loro ti fanno nascere gente come Dalla, Morandi, Vasco, Ligabue e la Pausini. Devono farti una siringa? Loro ti tirano su un’azienda biomedicale. Devono fare quattro piastrelle? Loro se ne escono con delle maioliche. Sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, ed utile a tutti… Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali».

Questi sono i tipici discorsi che l’emiliano amerebbe ascoltare – se esistesse. Ma forse non esiste, e comunque chi non amerebbe sentirsi descrivere così. Siamo bravi, abbiamo fatto la Ferrari e il Parmigiano Reggiano, quindi uno sciame sismico cosa vuoi che sia? Ci risolleveremo, perché pare sia una caratteristica tipica degli emiliani, risollevarsi. Questi discorsi ci aiutano a crearci un’identità – una cosa piuttosto labile, in Valpadana, dove tanti sono arrivati negli ultimi sessant’anni – e a farci coraggio; e indubbiamente in questo periodo ne abbiamo bisogno. Però, se uno ci riflette un attimo, sono solo parole. Non vogliono dire quasi niente.

Per accorgersene basta riandare al terribile sisma dell’Aquila, rileggere gli articoli, riascoltare le dirette tv. Per scoprire che in Italia c’era, a detta dei commentatori, almeno un altro popolo indomito e fiero che non si sarebbe fatto impressionare dal terremoto, gli aquilani appunto. Anche loro avrebbero ricostruito tutto alla svelta. Quando si è capito che non sarebbe andata così, a uno stereotipo (il fiero aquilano indomito ricostruttore) ne è immediatamente subentrato un altro: il pigro meridionale fatalista, se l’Aquila è ancora una maceria è colpa sua. Quando dopo il sisma del 20 maggio pensarono bene di intervistare il ferrarese Vittorio Sgarbi, la condanna fu senza appello:
«Sono molto ottimista perché conosco la disponibilità psicologica emiliana, il senso civico, imprenditoriale, amministrativo. Insomma, non staranno fermi e sono convinto che tra un mese saranno già ripartiti. All’Aquila son passati tre anni, ma è tutto esattamente come all’indomani del sisma. Stanno mani in mano, ad aspettare».

Conviene ricordarsele, le parole di Sgarbi, per capire cosa potrebbe capitare tra qualche anno, se le cose non vanno per il verso giusto – e le cose potrebbero non andare per il verso giusto, Ferrari o non Ferrari, Parmigiano o non Parmigiano.

Al posto dell’emiliano intrepido, ricco di inventiva e voglia di fare (in sostanza uno stereotipo del lumbard con l’etichetta sovrapposta all’ultimo momento) potrebbe subentrare quella dell’emiliano fatalista, dell’emiliano retrivo, rassegnato alla palude e al sottosviluppo: dopotutto certi comuni della Bassa sono rimasti zone depresse fino agli anni Sessanta. Insieme al Polesine, erano incluse in quel «meridione del Nord» da cui si fuggiva in cerca di lavoro a Milano o Torino. Dopotutto il fascismo agrario non è nato proprio qui, nella Bassa dei braccianti e dei mezzadri? E non è qui che la guerra civile proseguì ben oltre il 25 aprile, come ha scritto Giampaolo Pansa nei suoi ultimi novecentocinquantasei libri? Non che questo c’entri molto col terremoto, ma se è per questo, nemmeno la Ferrari, e quindi?

La statuetta dell’emiliano autonomo e fiero di rimboccarsi le maniche è l’espressione di un desiderio: noi non siamo necessariamente così, ma è così che gli altri ci vorrebbero vedere. Se fossimo così gentili da rimboccarci le maniche e risolvere tutto senza pianger troppo miseria, ecco, il resto d’Italia questa cosa la apprezzerebbe molto.

Noi però non siamo così. Non necessariamente. Non abbiamo inventato né la Ferrari, né il Parmigiano: tutte cose che abbiamo ereditato dai nonni, ma in quanto a creatività dobbiamo ancora dimostrare di saper reggere il confronto. Se davvero c’è una caratteristica emiliana che abbiamo conservato, forse è quella sensazione di incredulità, di scetticismo nei confronti dei mali del mondo, che non ci ha reso un buon servizio: noi nell’eventualità di un terremoto del genere semplicemente non ci credevamo, non sono cose che potevano accadere da noi, perché da noi non accade mai niente di male.

Scoprire che le cose non stavano così è stato un choc dal quale forse non ci siamo ancora ripresi. Questa – come definirla – ingenuità, questa dabbenaggine non la mostriamo soltanto nei confronti delle calamità naturali. Siamo per esempio una terra di camorra, una terra dove la criminalità organizzata ha trovato nicchie molto comode dove prosperare, un senso della legalità molto friabile dove infiltrarsi: e non doveva venire per forza Saviano a dircelo. Invece no, è dovuto venire proprio lui, e in molti ancora non ci credono: per molti c’è ancora una frattura insanabile tra gli incendi dolosi dei nostri capannoni e la criminalità che si vede alla tv; in fondo è la stessa difficoltà ad ammettere che le macerie dei nostri paesini possano finire nel telegiornali. Da noi non ci si ammazza, non si muore, giusto qualche delitto ogni tanto, ma passionale…

Forse è il momento e il luogo peggiore per fare del disfattismo, però da qualche parte dobbiamo pur dircelo, che il modello emiliano era in crisi molto prima del terremoto. Continuare a ripetere che ce la faremo come ce l’hanno fatta i friulani dopo il 1976 non ci avvicina neanche di un centimetro né al Friuli né al 1976. Non è solo questione di statuto speciale (che pure fa la sua differenza). I friulani a quei tempi potevano agganciarsi a un’economia che, sbuffando un po’, continuava a tirare e, con qualche sosta per prender fiato, avrebbe tirato per tutti gli Ottanta e un po’ dei Novanta. Questo terremoto è terribile anche e soprattutto per il momento in cui arriva. Per tante realtà produttive della nostra zona era già il momento peggiore dal dopoguerra prima del terremoto. Dopo, c’è almeno la sensazione che le cose non possano andare peggio di così. Se qualcuno delocalizza e non torna, non date per forza la colpa allo sciame sismico: in certi casi sarà stato solo un pretesto.

La crisi del modello emiliano ha un simbolo in comune col terremoto: il capannone. Non quello anni Sessanta, col profilo seghettato, che in generale ha retto bene (sembra quasi che allora ci fosse più consapevolezza sismica di oggi; o forse semplicemente si preferiva costruire edifici solidi). Il capannone minimale, rigorosamente rettangolare, un quadratino grigio nelle foto dal satellite, accostato a tanti altri quadratini grigi fino a creare le ZI, Zone Industriali.

In Emilia ne sono stati fatti tanti, sempre più semplici, sempre più in fretta, finché anche l’idea di saldare le travi al tetto deve esser parsa un eccesso di prudenza. Non importa che tanti di questi alla fine siano rimasti sfitti, uno degli aspetti di una bolla immobiliare che stava cominciando a sgonfiarsi anche senza il terremoto. I capannoni emiliani mantengono tutto il loro potenziale simbolico.

Per prima cosa, sono piccoli, eppure sempre un po’ troppo grandi per l’impresa media a conduzione familiare. Così capita che un solo capannone sia diviso tra più aziende. Fino a un certo punto, oltre a essere capannoni, erano anche insediamenti: la famiglia spesso costruiva il suo appartamento a fianco, o sopra. In sostanza i capannoni erano l’evoluzione dei fienili colonici: nel 1940 ogni casa aveva il suo fienile, spesso contiguo; vent’anni dopo ogni capannone aveva il suo appartamentino sul tetto o sul fianco. Vita famigliare e imprenditoria erano la stessa cosa, il figlio del tipografo cresceva sopra la tipografia. Perlomeno doveva andare così, ma in tanti casi non ha funzionato: il figlio è cresciuto, ha studiato, e a un certo punto ha cambiato città o regione e a volte nazione; un capannone su tre è rimasto senza eredi.

Il capannone emiliano è l’emblema di una società rimasta forse bloccata nel passaggio tra civiltà contadina e industriale: ha smesso di coltivare la terra e si è messa a costruire e riparare macchinari. Ma fino a un certo punto ha continuato a pensare di potersi organizzare come nei casolari: la famiglia patriarcale che aveva campato per secoli in una corte col fienile avrebbe prosperato anche sul tetto del capannone; bastava aggiungere un piano ogni volta che un figlio prendeva moglie.

Il nanismo imprenditoriale rivendicato come identità: una distesa di placidi villaggi di hobbit, ognuno con la sua fabbrichetta, e tanto peggio se nel resto del mondo i concorrenti crescevano, si fondevano, ottimizzavano le risorse, diventavano sempre più concorrenziali: noi siamo fatti in un certo modo e andiamo avanti così, crollasse il mondo – finché a un certo punto è crollato.

Un terremoto non si augura a nessuno, tantomeno al proprio tessuto produttivo, però da qualche parte si può anche scriverlo, che in molti casi lo sciame sismico ci libera dalla necessità di demolire capannoni già sfitti, di chiudere attività decotte. Un terremoto qualcosa deve pure insegnarci, non sarebbe male se c’insegnasse che l’unione fa la forza, e che da soli non si stava andando da nessuna parte. E l’umiltà: anche quella necessaria a rivolgersi al resto d’Italia e d’Europa e dire, ehi, sapete una cosa? Noi non siamo l’Emilia che pensate voi. Non abbiamo inventato la Ferrari, l’ha inventata un ingegnere che adesso è morto, e il suo successore ha speso molto per restare competitivo, ma non ci sta riuscendo. Non abbiamo inventato il Parmigiano, è una ricetta che abbiamo ereditato dai nonni, noi non abbiamo aggiunto niente, non abbiamo nemmeno pensato a luoghi di stagionatura antisismici, finché non è arrivato il botto e ci è cascato il mondo per terra. Noi probabilmente abbiamo qualche dote nascosta, però col passare del tempo si nasconde sempre di più.

In questo momento per esempio siamo nei guai, guai seri, mai sperimentati né dai padri né dai nonni, e abbiamo bisogno del vostro aiuto, più delle vostre nostalgie dei paesini di Don Camillo e Peppone. Sono morti da un pezzo, Don Camillo e Peppone, alla milionesima replica su Rete4. I nostri preti non assomigliano al primo, i nostri sindaci hanno poco da spartire col secondo. Sono più simpatici, in generale: nell’emergenza hanno fatto molte cose giuste e qualche cazzata, però non lasciateli soli. Non erano pronti per una cosa del genere, neanche loro. Erano emiliani.

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