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"La Germania, l'Italia e i veleni dell'Unione", di Carlo Galli

Il sentimento antitedesco in Italia esiste. Si nutre di stereotipi antichi e collaudati, di memorie non remotissime, di dolori ancora brucianti. Di luoghi comuni letterari presenti in padri della cultura italiana e europea come Dante e Petrarca (i “tedeschi lurchi”, il “furor di lassù, gente ritrosa”) e, spesso, di trivialità da bar sui “crucchi” e le loro cancelliere. Ed esiste un sentimento anti-italiano in Germania. Anche in questo caso, si va dalla polemica di Lutero contro il Papa e la curia romana, al pregiudizio negativo, alimentato anche dai giornali, contro la nostra mediterranea cialtroneria e la nostra subdola viltà – l’emblema degli italiani sarebbero Machiavelli, suggeritore di frodi e di inganni (l’esatto opposto della Deutsche Treue, della lealtà tedesca di cui parla lo stesso inno nazionale germanico) e, insieme, l’inqualificabile Schettino –. Ovvero, l’Italia è quella che tradisce la Germania in due guerre mondiali; è l’Italia della copertina dello Spiegel nel 1977, con il piatto di spaghetti dei “makaroni” e la pistola dei terroristi.
Di quando in quando, tutto ciò esce dalle sentine delle mentalità meno acculturate e diventa discorso pubblico: nulla di meglio, a questo scopo, del calcio, grande veicolo di identificazione nazionale. Così, dal Messico nel 1970 alla Polonia del 2012 ogni nostra vittoria era la risposta alla solita, eterna, arroganza teutonica. Finché la polemica sfugge di mano: al naufragio della Costa Concordia, su cui in Germania si era fatta facile e sprezzante ironia, i giornali di destra hanno risposto con Auschwitz; stupida la posizione tedesca, blasfema quella italiana che usa per una querelle grottesca il più grande Male della storia.
Che oggi stereotipi e pregiudizi divengano questioni politiche non è un caso. Deriva dal cattivo funzionamento della macchina della Ue, il cui aspetto più facilmente percepibile, e più utile alla propaganda, è la effettiva e innegabile potenza economica tedesca. Che ha messo a suo tempo la Germania in grado di esigere un euro funzionante come il marco, e di ottenerlo; e, ora, di opporsi a strappi troppo bruschi e palesi al sistema di regole che da Maastricht in poi sono state poste e rafforzate per fare della moneta unica europea una fortezza inespugnabile.
Il che non è avvenuto – con grande rabbia e paura dei tedeschi – perché la moneta senza unità politica, almeno federale, non regge. E infatti su questa moneta si riverberano come crepe minacciose i differenziali di efficienza e di serietà organizzativa dei singoli Paesi – gli spread misurano, salvo distorsioni speculative, proprio questo –. Si dirà che stare alle richieste tedesche implica accettare un’Europa germanizzata, costruita intorno alla produzione per l’esportazione – e quindi impossibile da realizzare –. Si dirà che la pretesa tedesca che si pensi all’Unione federale – in sostanza, a mettere in comune i debiti, o almeno una parte di essi – solo dopo che i singoli Stati hanno fatto ordine nei propri bilanci effettuando le riforme strutturali che servono a mantenerli a posto, è solo un pretesto per lucrare, nel frattempo, sullo squilibrio esistente fra Germania e resto d’Europa: uno squilibrio che porta i capitali a rifugiarsi in Germania, e quindi la Germania a rafforzarsi sempre più rispetto agli Stati più deboli. Che, insomma, la Germania per la terza volta in meno di cent’anni sta cercando di dilagare in Europa – senza sangue, questa volta, ma con maggiore efficacia –.
A queste argomentazioni si può rispondere che il dislivello economico e organizzativo fra la Germania e il resto d’Europa (soprattutto quella del Sud) è reale, che ha precise e oggettive radici storiche e politiche: senza essere una potenza di dimensioni continentali, tuttavia la Germania ha una scala fisica, demografica, economica, scientifica, superiore a quella degli Stati europei; e che, proprio per questo, per togliere alla Germania la paura dell’Europa (che l’Europa distrugga l’euro, e anche la zona di libero scambio) e all’Europa la paura della Germania (che la Germania dilaghi in Europa) c’è un’unica soluzione: l’Europa federale. Ovvero il passaggio consensuale a una dimensione continentale della politica (almeno fiscale) e dell’economia, l’unica dimensione in grado di reggere le spinte della globalizzazione. Un passaggio che deve vincere la miopia di una parte dell’opinione pubblica e del ceto politico tedesco, certo, ma anche una miopia uguale e contraria presente anche in altri Stati. Non è quindi una questione di vecchi stereotipi, ma di una grande sfida del presente, che forse non molti leader politici europei sono in grado di affrontare. Ma arrendersi ora sarebbe davvero l’ultimo grande errore della storia del vecchio continente.
Quando gli Stati nazionali erano il futuro e il progresso, un pittore tedesco, Johann Friedrich Overbeck, nel 1828 dipinse un quadro in cui Italia e Germania sono raffigurate come due fanciulle meste che attendono, unite e amiche, la libertà. Oggi, invece, per certi profili, lo Stato nazionale è il passato, e gli stereotipi xenofobi, che hanno preso il posto di quella fiduciosa raffigurazione, sono una risposta vecchia, perdente e subalterna ai problemi dell’oggi. Una risposta che nasce da politiche di basso profilo che al protagonismo preferiscono il piccolo cabotaggio fra i giganti dell’età globale; che hanno in mente, per gli italiani, un futuro antico, fatto della solita furbizia, condita di vittimismo e patetico e di nazionalismo che sarebbe ridicolo se non fosse, come si sa, l’ultimo rifugio dei mascalzoni.

La Repubblica 06.08.12

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