attualità, politica italiana

"Gli ultimi fuochi del populismo italiano", di Michele Prospero

Una destra molto malandata per risollevarsi dalla polvere intende riproporre il suo eterno gioco deviante che mescola populismo e leaderismo. Da una parte tocca a Maroni scaldare gli umori del populismo più sfrenato con la proposta di un referendum sull’euro che taglia la testa alla complessità dei problemi e, in prossimità del baratro, riduce il confronto a opzioni lugubri sulla migliore morte da augurarsi. Dall’altra riappare il Berlusconi di sempre che si incarica di ridestare le ormai spente emozioni riposte sul carisma e ha già prenotato la nave crociera per sperimentare la gestazione di nuovi rapimenti misticheggianti.

Il territorio, un tempo occupato con i riti pagani della Lega, e l’immaginario, sollecitato ad arte con la seduzione dei desideri illimitati, si ritrovano di nuovo insieme. Molte volte questa accoppiata di leaderismo (che cuce coinvolgenti emozioni sul corpo sacro del capo) e populismo (che nel radicamento in un angusto spazio assediato difende una finta identità etnica coesa) ha funzionato. Il rude territorio padano che reclama l’esclusione dell’altro e l’immaginario che ricama il desiderio hanno vinto diverse battaglie. Questa antica ricetta è ora però solo una caricatura perché a smontarla in maniera irreparabile ha provveduto la grande crisi. Il territorio si è liberato della Lega infangata dagli scandali e l’immaginario scappa in preda all’incubo del Cavaliere che ritorna dal mare nelle sembianze di un novello Schettino.
Gli illusionismi contorti, le deviazioni semantiche sfornate dalla grande fabbrica dell’immaginario a nulla hanno potuto di fronte alla asprezza della crisi che ha travolto nella vergogna il fantomatico governo del fare. Il principio di realtà riapparso grazie alla scossa della crisi si è vendicato delle costruzioni simboliche che in diretta Tv narravano di esigibili contratti con gli italiani, di ricostruzioni a tempi di record, di ristoranti pieni e di aerei stracolmi.
Il timido principio di realtà ridestato dalla crisi ha indotto un elettore pigro a prestare un po’ più di attenzione per gli spaccati di mondo rimossi dal Candido dell’ottimismo, ovvero dai media al sevizio della privatizzazione del potere. Ma questo ancoraggio al reale non significa che la via della politica sia diventata del tutto trasparente e rassicurante. Maroni e Berlusconi sono soltanto i residui malconci di esperimenti falliti ed è difficile che la loro ridicola sceneggiata possa di nuovo incantare. Però la polveriera della società italiana non è affatto spenta, solo che la cenere rimasta in giro dovrebbe trovare altri interpreti per tornare ad ardere in modo minaccioso. La magia di una nuova semplificazione mitica viene esplicitamente evocata dagli editorialisti del Corriere della Sera che raccomandano la creazione di partiti personali a getto continuo e la imposizione di iniezioni a raffica per rigonfiare i muscoli di un novello capo carismatico da venerare per le sue sovrumane sembianze.
Le infinite vie della semplificazione (intraprese dal comico, dal manager, dall’ex magistrato) reclamano l’eterno incastro di populismo e leaderismo perché, in tempi di crisi, diventa assai più agevole cavalcare il negativo che incombe e coltivare sconce illusioni. Commetterebbe però un madornale errore la sinistra se contrapponesse al dialetto blasfemo dei populismi aggressivi la lingua aulica di una ragione complessa e distaccata che si culla nella sua vantata superiorità. Questa scorciatoia tardoazionista (che, dimenticando la grande lezione di Locke e Hume, mette l’etica contro le passioni, la complessità della ragione contro la semplificazione delle emozioni) porterebbe al naufragio. Molto meglio sarebbe invece per la sinistra attingere dalla antropologia negativa di un grande pensatore della crisi come Machiavelli. Egli rifletteva proprio su come guidare i comportamenti di soggetti incerti e spaesati che in tempi di crisi paiono anzitutto assillati dal «timore di scendere».
La paura di una rapida discesa sociale, la paralizzante percezione di una imminente perdita di status, rendono più agevole, in una contesa politica, il trionfo di una destra irresponsabile che fa leva sulle pulsioni elementari ai danni di una sinistra leggera che si limita a predicare stancamente la superiorità dei valori immacolati del bene pubblico. Fuor di metafora. La sinistra può vincere anche in tempi di crisi purché non scimmiotti l’avversario sul suo terreno minato (leaderismo e populismo) e abbia la forza politica per imporre un altro gioco. Vedere la politica dalla parte delle sue radici, ossia alla luce dei grandi interessi sociali coinvolti, è la leva con la quale la sinistra può tornare a vincere. Muovere dalla rappresentazione della propria parte di società per ridefinire il generale, premere sulle passioni del proprio mondo per ricostruire una ragione: questo è il compito di una sinistra in grado di dare scacco alla destra in agguato che le tenta tutte per mare e per terra.

L’Unità 17.08.12

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