attualità

"Il pugno di Putin ci riporta al Medioevo", di Viktor Erofeev

La scelta di percorrere una nuova strada. La Russia ha deciso di muoversi nella direzione di Teheran, dell’oscurantismo politico- religioso. «È uno schiaffo a ogni persona che pensi con la propria testa!» ha esclamato Katja, la mia moglie venticinquenne, non appena ha saputo che le ragazze del gruppo punk Pussy Riot erano state condannate a due anni di carcere.
È vero. Io, per esempio, non pensavo che il tribunale di Mosca avrebbe scelto la pena della reclusione. Lo ritenevo impossibile. Centinaia tra gli esponenti più celebri del mondo della cultura russa si sono pronunciati a favore della loro liberazione. Poi si sono aggiunte le star della musica internazionale, in testa Paul McCartney, Madonna e Sting. Ma l’impossibile è diventato possibile. Aver eseguito (quaranta secondi di esibizione) la canzone-performance punk “Madonna, liberaci da Putin!” sull’altare della cattedrale di Cristo Salvatore alle ragazze è costato la prigione. Se avessero cantato “Madonna, proteggi Putin!”, anche nel luogo più sacro dell’ortodossia, con il tempo avrebbero potuto ambire a ottenere un posto da deputato della Duma. Ma loro, al contrario, sono parte di quel movimento sociale di protesta che nega la legittimità delle elezioni della Duma e dello stesso Putin. Perciò tale verdetto è una forma di intimidazione e di vendetta personale. Non lo si potrebbe definire altrimenti.
Il verdetto di colpevolezza pronunciato dal tribunale rappresenta la crisi del potere dello stato russo. Invece di instaurare un dialogo con le fasce più progressiste e illuminate della popolazione, il Cremlino propone paura per tutti. Il potere, sentendosi illegittimo agli occhi di una parte della società, ha deciso di passare al contrattacco. È evidente che Putin non voleva confrontarsi con un partner politico come Khodorkovskij. Ma se il processo a Khodorkovskij del 2004, per alcuni cittadini inclini alla riflessione, lasciava adito a dubbi (e se avesse veramente rubato somme stratosferiche?), quello alle Pussy Riot è chiaro come la luce del giorno. La Russia ha rinunciato a essere un paese moderno e civilizzato, ha preferito tornare al suo medioevo.
Il verdetto di colpevolezza rappresenta la crisi dell’ortodossia russa attuale. In epoca sovietica la religione aveva il sostegno degli intellettuali: la Chiesa era perseguitata. Oggi è la Chiesa stessa a perseguitare i propri oppositori e odia qualsiasi idea di stampo liberale. Bisogna essere ciechi per non capire che dopo tale verdetto la maggior parte dei giovani non varcherà più la soglia di una chiesa. All’interno della Chiesa Russa Ortodossa hanno trionfato le forze più oscure.
Il verdetto di colpevolezza rappresenta anche la crisi della mentalità russa. Se gli strati più europeizzati della società si schierano in difesa delle Pussy Riot, gran parte della popolazione è soddisfatta del verdetto, vorrebbe “farle nere”, frustarle pubblicamente. Il nostro è un paese arcaico.
Il verdetto di colpevolezza rappresenta anche la crisi del neofita. Il potere, dal presidente fino al più insignificante funzionario pubblico, ha deciso di avvicinarsi a Dio, di avere fede. Ma si tratta appunto di neofiti, comunisti del giorno prima che non conoscono le tradizioni della fede cristiana e che non hanno imparato a essere cristiani pensanti. Si sentono offesi dalla blasfemia come se fosse una minaccia per la loro fede.
Il verdetto di colpevolezza sulle Pussy Riot è uno sparo contro il futuro della Russia. Solo grazie alla comparsa di una nuova generazione potremo tornare a ragionare e voltarci verso l’Europa. Per ora, ciao, Europa! Noi prendiamo un’altra strada.

La Repubblica 18.08.12

******

“La condanna della Russia pop”, di Matteo Tacconi

Due anni di reclusione senza condizionale per le Pussy Riot. Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Yekaterina Samutsevich si sono prese due anni di reclusione a testa. Uno in meno di quelli che aveva chiesto, la settimana scorsa, l’accusa. È questa l’unica variazione all’esito già scritto del processo alle Pussy Riot, terminato ieri. Il giudice Marina Syrova, pronunciando la sentenza, ha confermato che le tre del collettivo punk anti-Putin hanno violato l’articolo 213 del codice penale russo, che descrive il reato di hooliganismo. Le regole sono state infrante con la celebre preghiera punk – «Vergine Maria, caccia via Putin» il ritornello – inscenata lo scorso febbraio a Mosca, all’interno della cattedrale del Cristo Salvatore.
Secondo una parte degli osservatori la sentenza era stata in una certa misura anticipata dalle frasi rilasciate dal patriarca Kirill e da Putin. Il primo, già a febbraio, aveva bollato la preghiera punk come «atto di blasfemia che non può passare inosservato». Il secondo, più recentemente, s’è invece augurato un giudizio «non troppo duro», lasciando intendere – secondo i più – che un minimo di pena andava comunque comminata. Una sorta di condanna ante litteram, come dire.

Tra fede e flash mob, le due anime del paese
Il processo alle Pussy Riot, con tutta la fanfara mediatica che s’è scatenata attorno, non verrà dimenticato presto. Le Pussy Riot, evoluzione punk di Voina (Guerra), gruppo di street-art nato nel 2006 e politicamente molto attivo, hanno incassato la solidarietà di mezzo mondo. Giornalisti, parlamentari, ong e musicisti di levatura internazionale si sono mobilitati a loro favore. Tuttavia la vicenda che le vede coinvolte si misura non in virtù di questo, ma sulle ricadute politiche interne. Ci si chiede, volendo tagliare corto, se il sistema putiniano esce vincitore o vinto da questa storia. È prematuro tirare le somme.
Di certo c’è che il processo ha irrobustito o messo in evidenza, a seconda dei segmenti, le divisioni della società russa. Una corre lungo la linea che separa Mosca e San Pietroburgo dal resto del paese; i due storici centri della nazione dall’enorme periferia. Da una parte c’è una classe urbana che consuma, cerca il benessere individuale e a volte, s’è visto con le proteste di piazza dell’inverno e della primavera scorsi, rivendica aperture politiche. Dall’altra, come annota Catherine vanden Heuvel, direttrice della rivista The Nation, c’è una Russia che ha nella patria e nella fede ortodossa due importanti valori di riferimento.
Più che una manifestazione di dissenso, questa porzione di paese – ha argomentato Catherine vanden Heuvel – ha visto nella performance delle Pussy Riot al Cristo Salvatore un insulto ai valori.
Ora, la questione interessante è che anche l’accusa e la sentenza finale si basano sulla lesione di questi sentimenti. Quello delle Pussy Riot è stato «un complotto per indebolire l’ordine civile, motivato da odio religioso» ha riferito ieri il giudice Syrova. L’accento viene spostato dalla dissidenza all’irriverenza, dalla contestazione al “peccato”.
È forse questo che il potere voleva? Possibile – viene da domandarsi – che l’obiettivo del Cremlino sia stato esacerbare il confronto tra classe urbana e Russia profonda, così da rafforzare il consenso (la periferia è l’immensa roccaforte del putinismo) e mortificare al tempo stesso quell’opposizione, incarnata da Alexei Navalny e dalle Pussy Riot, che affonda le radici nella grande città e si esprime usando gli strumenti della modernità, quali Internet e i flash mob)? La questione valoriale, nonché le frasi di biasimo nei confronti delle Pussy Riot e la tesi secondo cui la fede è sott’attacco, espresse in più occasioni dalle gerarchie ecclesiastiche, hanno esposto la chiesa ortodossa a inevitabili critiche, provenienti anche dall’interno del suo stesso gregge – ecco un’altra divisione causata dall’affaire Pussy Riot.
C’è infatti chi ha visto nella posizione radicale e netta dei prelati una forma esagerata di ingerenza nella vita politica del paese e la conferma di un’alleanza troppo stretta con il Cremlino. Dall’altra parte c’è chi ha appoggiato l’approccio duro. Probabilmente motivato dall’esigenza di distrarre l’attenzione del pubblico da una serie di scandali (anche finanziari) che stanno ultimamente minando l’immagine della chiesa, come spiegato qualche giorno fa dal sito dell’emittente ingleseBbc.

Al pop non piace il punk
Ci si è scissi anche all’interno della scena musicale russa. Alcuni artisti hanno appoggiato le Pussy Riot. Yuri Shevchuk, fondatore del gruppo rock Ddt, attivo dai tempi dell’Urss, è stato uno di quelli che hanno alzato più la voce. Anche altri musicisti hanno preso le parti delle Pussy Riot. Alcuni l’hanno fatto, con le loro liriche, nel White Album. Una recente operazione che prende il nome dal nastro bianco usato dai manifestanti anti-Putin nei mesi scorsi e che ha riunito duecento artisti. Ognuno ha inciso una canzone e la mega-compilation è fruibile in rete. Qualche lirica parla esplicitamente del caso Pussy Riot.
Dall’altra parte della barricata non s’è certo taciuto. Valeria, veterana della canzone pop russa, s’è meravigliata del chiasso mediatico fatto all’estero nei confronti delle Pussy Riot. Mentre Yelena Vaenga, anche lei regina del pop, ha affidato i suoi pensieri al suo sito. «Brinderò alla salute del giudice che le schiafferà dentro per un po’», ha scritto alla vigilia della sentenza. Ma perché c’è chi, soprattutto sulla scena pop, ce l’ha con le Pussy? Questi artisti vengono mantenuti dal sistema.
Suonano agli eventi di Gazprom e dei grandi colossi di stato, oppure vengono chiamati dagli oligarchi a rallegrare qualche banchetto. Gli ingaggi sono alti e assicurano la lealtà.

da Europa Quotidiano 18.08.12

Condividi