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"Il conto salato della crisi. Trentamila attività chiuse", di Felicia Masocco

Dalla A di Adelchi alla X di Xerox: in mezzo c’è l’elenco di 86 aziende, l’ordine alfabetico della crisi. Del loro futuro si discute al ministero dello Sviluppo, si cerca una soluzione perché non chiudano, ma i tavoli sono totalmente aperti, e c’è molto (se non tutto) da fare. C’è poi un’altra lista che va dall’A. Merloni alla Yara: 53 tavoli di vecchia data, questi, per i quali è più facile confidare in qualche esito. In tutto 141 imprese che cercano di non sparire e più di 168mila lavoratori che sperano di non diventare esuberi. Va detto che è una parte soltanto del conto pagato alla recessione dal sistema produttivo italiano. Ci sono tutti i settori, nessuno escluso e tutte le regioni sono interessate: dal 2009 ben 30mila imprese hanno chiuso i cancelli. I mali dell’industria sono tornati sul proscenio nelle ultime settimane, il dramma dell’Ilva e di Taranto ha restituito il carattere dell’urgenza alla politica industriale, grande assente degli ultimi anni. Ottimismo e omissioni Il laissez-faire del governo Berlusconi, quell’ottimismo a ogni costo mentre tutti gli indicatori suggerivano allerta, ha portato alla situazione attuale. Vertenze come quelle di Vinyls, di Alcoa, di Eurallumina, Videocon sono vecchie di anni, con un maggior dinamismo dei predecessori di Corrado Passera forse sarebbero state risolte. E non c’è, purtroppo, solo l’industria. Sul sito del Mise (che sta per ministero dello Sviluppo economico) l’ultimo comunicato che racconta l’Italia della recessione è su Wind Jet, compagnia aerea low cost arrivata al capolinea: «Ha comunicato di voler ricercare una soluzione per la continuità aziendale», recita la nota. Mercoledì sapremo se ce la farà o se prenderà altre strade. Data di pubblicazione, 14 agosto. Una settimana prima si era discusso del polo tessile di Airola, Campania: si pensa a reindustrializzare, con il contributo degli enti locali. La Confindustria di Benevento farà arrivare il suo progetto dettagliato di investimenti. Se ne riparlerà prima della metà di ottobre. Il 31 luglio a sedersi intorno al tavolo sono stati i protagonisti di un’altra vertenza, quella della Memc Electronic, la sede è a Saint Louis, negli Usa, ma la produzione di silicio iperpuro, monocristallino per l’elettronica e di policristallino per il fotovoltaico è qui. In Europa sono solo due gli stabilimenti di questo tipo, l’altro è in Germania. Si parla molto e si punta sulla green economy, di questi tempi, ma la multinazionale statunitense sembra voler tornare indietro. Gli addetti che rischiano di andare a casa hanno una professionalità altissima: su 550, 300 sono in cassa integrazione, di cui 200 a zero ore. L’indotto conta un altro centinaio di posti, c’è poi un altro stabilimento a Novara, un altro nel reatino. Finiti gli incentivi per il fotovoltaico e con il dumping cinese, produrre a Merano non è più conveniente. Questo in rozza sintesi. Solsonica, Richard Ginori, Valtur, Termini Imerese, Alpitour, Parmalat, Indesit, Italcementi, Alcatel: un comunicato dopo l’altro, un aggiornamento di tavolo dopo l’altro. Soluzioni, purtroppo, poche. Se ne riparla a settembre, intanto le statistiche non perdonano: nel secondo trimestre di quest’anno il calo del prodotto interno lordo (Pil) è stato dello 0,7% rispetto al periodo gennaio-marzo 2012 ed è ormai un intero anno che l’economia del Paese arretra. Confermata dunque la recessione. Su base annua il calo del Pil è stato invece del 2,5%, il peggiore dato dalla fine del 2009. Non si salva nessun settore. Dall’industria arriva anche il dato choc della produzione che in un anno ha lasciato sul terreno l’8,2%. Sono dati Istat, che calcola in sei mesi una perdita dell’1,6% del prodotto interno lordo. Le previsioni non sono buone, il 2012 rischia di chiudersi con un Pil a -1,9%. Colpa della crisi internazionale, d’accordo: però, sempre considerando il secondo trimestre dell’anno, nel Regno Unito che pure non sta benissimo il calo annuo è dello 0,8% mentre negli Usa il Pil aumenta del 2,2%.

L’Unità 20.08.12

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