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"Alcoa verso la chiusura, riesplode la rabbia", di Giuseppe Vespo

La rabbia degli operai dell’Alcoa, gigante dell’alluminio con una sede a Portovesme in Sardegna, è riesplosa ieri con il blocco del traffico di circa due ore all’ingresso dell’aeroporto di Cagliari. Molti dei cinquecento dipendenti della multinazionale hanno partecipato alla manifestazione, l’ultima di una serie inaugurata ormai due anni fa. Alcoa vuole lasciare la Sardegna, la deadline il termine ultimo è fissata per il 31 agosto, quando l’azienda avvierà la chiusura. Secondo l’ultimo accordo ministeriale, Alcoa si impegnerà a mantenere i livelli occupazionali fino al 31 dicembre e lo stabilimento pronto a ripartire per un anno, nell’ipotesi che arrivi un nuovo investitore. Ieri i sindacati hanno rivolto l’ennesimo appello al governo affinché si faccia carico della questione. La Cgil chiede che non venga permesso «l’avvio del programma di spegnimento almeno fino al prossimo incontro del 5 settembre al ministero dello Sviluppo, e chiediamo al governo di garantire il futuro produttivo». Dice la segretaria Elena Lattuada: «Solo facendo ripartire il motore industriale del Paese è possibile immaginare l’uscita dal tunnel della crisi». La vertenza dell’Alcoa è tornata sulla ribalta all’inizio del mese con il fallimento delle trattative per la cessione dello stabilimento al fondo tedesco Aurelius. La Fiom-Cgil, con Gianni Venturi, responsabile nazionale di settore, chiede alla multinazionale americana di «riaffermare la disponibilità a mantenere attivi gli impianti, pur in un quadro di programmata riduzione dell’attività, fino al 31 dicembre, salvaguardando l’occupazione di tutti i lavoratori». Questo per garantire la possibilità per governo e parti sociali «di valutare eventuali, concrete manifestazioni di interesse». I sindacati parlano di contatti con la svizzera Glencore, già proprietaria della Portovesme srl.

«MANTERREMO GLI IMPEGNI» Alcoa manterrà gli impegni presi al ministero, assicura a l’Unità Alessandro Profili, responsabile delle relazioni istituzionali del gruppo in Europa. Il manager spiega che, fallite le ultime trattative con il fondo Aurelius al momento «non ci sono altre manifestazioni di interesse». Lo stabilimento sardo resterà disponibile e pronto a ripartire per tutto il 2013 e questo richiederà l’impiego di «un presidio» di qualche decina di lavoratori: «Non sappiamo ancora indicare quanti, a Fusina due anni fa ne servirono circa venti. Portovesme ne richiederà di più, ma è un elemento che valuteremo quando discuteremo degli ammortizzatori sociali». Il prezzo dell’alluminio scende, così come la domanda. E alla base della decisione di chiudere lo stabilimento ci sono due problemi: «L’alto costo dell’energia, che per noi rappresenta il 40 per cento dei costi di produzione, e la chisura di Eurallumina», azienda che distava poche centinaia di metri da Alcoa e alla quale forniva la materia prima. «Da allora abbiamo dovuto far arrivare la materia prima con le navi». Mentre per quanto riguarda l’energia, il manager sottolinea come a differenza di altri Paesi, dove pure i costi sono alti, all’Italia mancano fonti alternative a quelle tradizionali. Non sarà che all’Italia manca prima di tutto una politica industriale? «Manca all’Italia e manca all’Europa. Annunci di chiusure sono stati fatti in Germania, Francia, Spagna», dice Profili: «Bruxelles mette i paletti sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato alle aziende, e agli Stati lascia la politica industriale. È una contraddizione». Il 31 dicembre scadrà il decreto del governo Berlusconi che aveva concesso ad Alcoa per due anni un prezzo agevoleto sull’energia. Oltre a Portovesme, in Europa, la multinazionale Usa ha ridotto del 50 per cento due stabilimenti spagnoli. L’obiettivo diminuire del 12 per cento la produzione in tutto il mondo.

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