attualità, politica italiana

"All’Italia non serve il Monti bis", di Claudio Sardo

Il governo Monti bis non può diventare l’obiettivo di un grande Paese come l’Italia. Sarebbe anzi una sconfitta, un certificato di minorità, una dichiarazione di impotenza. E, si badi bene, la sconfitta non riguarderebbe soltanto il centrosinistra, come taluni sostengono, ma anche i cittadini, le istituzioni, gli uomini e le imprese che più di altri si trovano ad affrontare la competizione globale e che dell’Italia sono di fatto ambasciatori. Perché il nostro Paese non può avere un governo, nato da una competizione democratica tra alternative legittime ed europee? Perché non può scommettere su un nuovo progetto, per l’Italia e per il Continente, che cerchi di correggere l’inerzia (peraltro drammatica) delle politiche economiche e sociali e, al tempo stesso, dia garanzie sugli impegni assunti come nazione? Perché bisogna cancellare dall’orizzonte ogni speranza di cambiamento e vanificare la partecipazione (persino le elezioni) nel timore di recare fastidio al conducente?
Mario Monti è molto più saggio dei suoi sostenitori, e nel dichiarare la propria disponibilità a restare premier oltre le elezioni del 2013, ha aggiunto: «Speriamo di no». Sa che quella previsione contiene il fallimento politico del suo governo tecnico, perché questo è nato esattamente per ricondurre l’Italia – umiliata dai governi Berlusconi – ad una normalità istituzionale. Sa che per lui sarebbe comunque molto più difficile, perché non si riprodurrebbero le condizioni eccezionali della «strana» intesa politica: non solo i conflitti aumenterebbero nella maggioranza, ma fuori da essa si ingrosserebbe l’area della sfiducia verso la politica, verso l’Europa, verso la stessa democrazia.

Non basta come lezione ciò che è accaduto in Grecia? Se gli elettori si trovano di fronte ad una soluzione obbligata, preconfezionata, per di più priva di ogni autonomia rispetto a mandati e verifiche esterne, il loro potere democratico residuo viene spinto con forza verso opzioni populiste, proteste radicali, contestazioni di sistema.
È vero che l’Europa, come l’intero Occidente, oggi non può permettersi il fallimento neppure della più piccola banca spagnola (e pensare che da noi, qualche professore liberista addirittura esultò il giorno del crack di Lehman Brothers, proclamando la vittoria definitiva del mercato: ancora viene ascoltato come un vate, e ovviamente pontifica sul Monti bis). Ma il collasso democratico di un Paese non avrà un contagio minore sull’economia e la società: soffiare sul fuoco dei populismi vuol dire inceppare le opportunità di sviluppo e spezzare il circuito della fiducia, necessario per il mercato non meno che per la solidarietà sociale.

Siccome Monti sa di aver restituito all’Italia prestigio e credibilità, è consapevole anche che una paralisi post-elettorale sarebbe un pericoloso fattore involutivo. Anche Giorgio Squinzi, neopresidente di Confindustria, si mostra assai più attento e sensibile di molti campioni del capitalismo nostrano. Ieri ha detto di essere pronto a rinunciare agli incentivi alle imprese, in cambio di tagli fiscali a favore del lavoro e delle famiglie. E sul Monti bis ha aggiunto: «Mi auguro che un Paese di 60 milioni di persone, la settima-ottava economia al mondo, sia capace di esprimere con il voto popolare un governo capace di governare». Ancora: «Se Monti si presenta e raccoglie la maggioranza per me va benissimo». Parole normali di un democratico normale. Che però nel nostro dibattito pubblico appaiono quasi rivoluzionarie. Nella borghesia italiana prevale un’altra tendenza: seminare sfiducia nella democrazia, strizzare semmai l’occhio alla protesta di Grillo, trasformare la giusta indignazione per la dilagante corruzione in una opposizione assoluta, indistinta verso tutti i partiti. «Sono tutti uguali» è il motto del disimpegno che porta ad acclamare la soluzione tecnocratica e oligarchica.
Purtroppo, la cecità di parte della classe dirigente è uno degli handicap competitivi più gravi del nostro Paese. Non vogliono i partiti e i corpi intermedi, detestano le autonomie sociali perché pensano così di difendere meglio i loro interessi di fronte al mercato globale e alla progressiva cessione di sovranità verso l’Europa. Ma, così facendo, azzoppano ancor più l’Italia, accelerano il declino e sottraggono opportunità ai loro stessi figli. La partecipazione democratica, la competizione tra alternative è parte essenziale di un Paese che deve, anzitutto, dimostrare al mondo di essere vivo. Non malato, o moribondo.

C’è anche chi dice: se proprio volete fare le elezioni, almeno firmate davanti a Monti un patto che vincoli qualunque governo futuro. La chiamano Agenda Monti, giocando con le parole. Se per Agenda Monti si intende l’impegno europeista, la continuità della presenza italiana nelle sedi internazionali, la tenuta dei conti pubblici nelle condizioni di mercato, non si capisce cosa ci sia da firmare. È ovvio che qualunque alternativa politica parte da lì. E il centrosinistra ha già dimostrato altre volte la propria affidabilità, a cominciare dal primo governo Prodi, che salvò l’Italia agganciandola all’euro e che pagò un prezzo alto di consenso per mantenere la coerenza nelle politiche di bilancio. Semmai è il centrodestra a non essere mai stato capace di tenere insieme i conti pubblici con un minimo di respiro vitale dell’economia reale.
Ma purtroppo l’Agenda Monti è per i più un pretesto per dimostrare l’inevitabilità del Monti-bis. Dal Monti dell’emergenza al Monti dell’impotenza democratica. Evitare questo esito sarà una battaglia politica difficile, non meno di quella che ha portato alla nascita dell’attuale governo Monti. Una battaglia che per il centrosinistra comincia con le primarie.

Diciamo la verità: molti dubitano che siano davvero uno strumento utile. Portano acqua al mulino del dubbio sia coloro che si mostrano indifferenti al rischio di inquinamento del voto, sia coloro che ora declassano le primarie ad una sorta di scampagnata, propedeutica all’«inevitabile» Monti bis. Le primarie devono essere invece l’avvio della sfida per il governo, devono disegnare il profilo della proposta del centrosinistra al Paese e all’Europa. Abbiamo davanti scelte di portata storica. Il cambiamento deve essere una bandiera anzitutto per il Paese. Chi vuole fare delle primarie un congresso di partito, per favore, aspetti un turno perché altrimenti rischia di favorire i Berlusconi e i Grillo che pagherebbero oro per avere un Monti bis da occupare (pro quota) o da contrastare (indicando tutti i partiti come complici). La vera sfida delle primarie consiste in questo: dimostrare che il centrosinistra può offrire all’Italia un progetto di maggiore equità sociale, di maggiore sviluppo, di maggiore riforma rispetto al governo tecnico. E dimostrare al tempo stesso che lo si può fare assicurando i nostri partner europei, anzi consolidando le alleanze con i progressisti d’Europa.

L’Unità 30.09.12

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