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"L'Aquila, il verbale dello scandalo", di Stefania Maurizi

I sei esperti non sono stati condannati per «non aver previsto il terremoto» ma perché la Commissione Grandi Rischi, strafinanziata da Bertolaso e guidata da Boschi, liquidò in meno di un’ora quello stava accadendo in Abruzzo senza alcuna analisi scientifica. Ripubblichiamo questo pezzo del 2009 alla luce della condanna degli esperti a sei anni per aver dato ai residenti avvertimenti insufficienti sul rischio sismico.
Nella comunità scientifica, la tragedia abruzzese ha riaperto una ferita: quella della prevenzione. Nessuno ha il coraggio di uscire allo scoperto. Ma scossa dopo scossa, tornano in discussione vecchi dubbi, che riguardano l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, da 26 anni regno di Enzo Boschi. Una struttura unica nel mondo della ricerca italiana. Mille dipendenti tra precari e stabilizzati, fondi per 94 milioni nel 2008, Boschi e la sua creatura sono riusciti a sopravvivere a tutti i terremoti italiani, quelli reali e quelli politici.

L’Ingv è l’unico ente di ricerca che ha assunto un ruolo strategico nella vita del paese grazie alla convenzione con la Protezione civile. Senza questo legame, ammette lo stesso Boschi, sarebbe stato condannato all’estinzione: “Negli anni ’80”, racconta a ‘L’espresso’, “era un ente di sole ottanta persone”. Ma la convenzione per ‘la sorveglianza sismica e vulcanica’ è uno strumento efficace per fronteggiare le catastrofi?

Il servizio di monitoraggio dell’Ingv è considerato ottimo: con 400 stazioni e una vigilanza 24 ore su 24, ha portato l’Italia tra i paesi all’avanguardia. Basta ricordare la situazione al tempo dell’Irpinia. “Allora la rete era semi-inesistente”, ricorda Franco Barberi, vicepresidente della Commissione grandi rischi della Protezione civile: “ci vollero 3 giorni per avere le coordinate dell’epicentro, tanto che, non conoscendo con esattezza l’area colpita, i soccorsi venivano fermati nei paesi meno danneggiati”. Da allora progressi e investimenti non sono mancati: dei 21,5 milioni versati ogni anno da Bertolaso all’ente di Boschi ben 15 vengono assorbiti da questa rete.

I dati così raccolti vengono valutati dalla Commissione grandi rischi della Protezione civile, che esprime il parere consultivo sull’allerta. Si è riunita il 31 marzo: sei giorni prima della scossa che ha ucciso quasi 300 persone. Lì siedono, tra gli altri, Boschi, Claudio Eva, Giulio Selvaggi e Gian Michele Calvi: le massime intelligenze dell’Ingv. Sul tavolo ci sono i dati sullo sciame che da gennaio tormenta l’Abruzzo ma la riunione dura un’ora: dalle 18.30 alle 19.30. ‘L’espresso’ ha letto il verbale: è un documento puramente descrittivo. Non riporta valutazioni tecniche, né l’analisi scientifica delle scosse. “Boschi spiega che… la semplice osservazione di piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore (di una grande scossa, ndr)”. E ancora: “Barberi conclude che non c’è motivo per cui si possa dire che una sequenza di bassa magnitudo possa essere considerata precursore di un forte evento”. La linea dell’Istituto è sempre stata chiara: la previsione è impossibile. Boschi lo ribadisce a ‘L’espresso’: “Dobbiamo solo fare quello che in gergo si chiama early warning”. Una posizione che venne contestata nel 2002, dopo la scossa di San Giuliano, dall’allora presidente della Società Geologica Italiana, Uberto Crescenti: “Non è possibile affidare solo alla sismologia il compito di difendere il paese: non riusciranno mai a interpretare i dati, perché gli manca la conoscenza della storia geologica del territorio”.

In 26 anni, questa è stata l’unica sfida ufficiale a Boschi, allievo di Antonino Zichichi e di quella scuola di scienziati che non disprezzano l’abbraccio con la politica. Nell’estate 2008 la sua stagione sembrava finita. Ma ecco che a fine luglio arriva la proroga, rinnovata a gennaio dal ministro Gelmini, con indennità annuale di 125 mila euro. E con la Gelmini, Boschi arriva a solidarizzare in modo totale: “Ha fatto l’esame da avvocato a Reggio Calabria perché era più facile? L’avrei fatto anch’io”, dichiara alla ‘Stampa’ nel settembre scorso: “Anch’io ho fatto tutto quello che in genere si fa per fare carriera. Ho leccato il sedere quando c’era da leccarlo, ho assecondato, ho chinato la testa: non ho paura a negarlo.

da l’Espresso 24.10.12

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