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"Il governo studia un decreto per gli studenti Erasmus", di Raffaello Masci

In attesa che si trovi una soluzione legislativa, gli studenti Erasmus che non vogliano far mancare il loro voto alle prossime elezioni, si procurino 99 euro per il biglietto aereo «a tariffa agevolata» che Alitalia ha messo a loro disposizione. Fino a questo momento l’iniziativa della compagnia aerea è l’unico provvedimento concreto a favore del voto dei circa 25 mila ragazzi che si trovano temporaneamente a studiare in altri atenei europei. Molto meno sollecita e capace di trovare soluzioni, specie in un tempo così breve, è apparsa la politica, nonostante le pressioni comunitarie in questo senso. Al Viminale ieri pomeriggio gli alti papaveri ministro Cancellieri in testa – erano in conclave per cercare di sbrogliare la matassa. Alla Farnesina stavano facendo altrettanto, perché i due titolari degli Interni e degli Esteri, oggi si devono presentare in consiglio dei ministri con una proposta condivisa e che stia in piedi.

Il timore di dire mezza parola in più su una materia così delicata, ha consigliato di innalzare una barriera mediatica impermeabile ad ogni indiscrezione e, in questo senso, la dichiarazione rilasciata dal ministro degli Esteri Giulio Terzi è di una prudenza estrema: «La Farnesina – ha detto – si tiene in stretto coordinamento con il Viminale per valutare ogni possibile intervento. Qualsiasi soluzione dovrà naturalmente tener conto dell’esigenza di assicurare parità di trattamento tra tutte le categorie di “temporanei” egualmente interessate».

Si sa, per esempio, che la via del decreto d’urgenza ha trovato qualche opposizione tra i tecnici del Viminale, in quanto la materia elettorale risolta con un simile strumento potrebbe incappare in riserve di costituzionalità. Al più potrebbe essere estesa agli studenti la formula adottata per far votare i militari in missione all’estero, ma anche questa ipotesi presenterebbe delle controindicazioni: perché gli studenti sì e i lavoratori no? E perché quelli che fanno Erasmus si e quelli che stanno facendo – per dire – uno stage in una azienda estera no?

Si è pensato anche al voto per corrispondenza, ma secondo la normativa vigente (DL 223/2012), possono votare con questo sistema solo tre categorie di cittadini: gli appartenenti alle Forze armate impegnati nello svolgimento di missioni internazionali, i dipendenti di amministrazioni dello Stato, di regioni o di province autonome, temporaneamente all’estero per motivi di servizio e i professori e ricercatori universitari.

La questione è complicatissima, dunque. Tanto più – dicono fonti del ministero dell’Istruzione – che non è facile neppure fissare «la platea» degli erasmiani che saranno all’estero nei due giorni delle elezioni, perché la massa è magmatica, in quanto alcuni si trovano ora all’estero ma potrebbero essere rientrati per il 24 febbraio, mentre altri, ora qui, potrebbero essere partiti. Il ministero di viale Trastevere, tra l’altro, non può verificare la situazione ora per ora di questa massa di nomadi del sapere, dato che a gestire questi studenti sono le singole università in piena autonomia. Insomma un rompicapo. A fronte del quale, però, esiste una pressione politica fortissima affinché una soluzione si trovi. Ieri hanno speso la loro autorità a favore del voto agli erasmiani, una quantità di candidati di tutti i partiti. Oltre ai sindacati degli studenti, ovviamente, anche la coordinatrice dell’Unione degli studenti europei Karina Ufert e Dennis Abbott, portavoce della commissaria europea alla Cultura e istruzione Androulla Vassilou: «L’Unione europea – ha detto – sostiene fortemente gli sforzi dell’Italia per assicurare che gli studenti del programma Erasmus non siano discriminati nell’esercizio del voto». Oggi il consiglio dei ministri dirà se questi sforzi hanno portato ad una soluzione. Resta un interrogativo: Erasmus è un programma attivo dal 1987, da quella data in avanti si sono tenute una ventina di elezioni tra nazionali e locali. Ce ne siamo accorti solo ora che bisognava far votare anche questi migranti della cultura?

La Stampa 22.01.13

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