attualità, memoria

Shoah e solitudine, di Giulio Busi

La Shoah, spina che lacera il XX secolo, è stata anche un dramma della solitudine. Che sei milioni di vittime possano essere “sole” sembra a prima vista un paradosso. Eppure, nella Germania della persecuzione e in gran parte dell’Europa teatro dello sterminio, gli ebrei furono deportati ed eliminati in una indifferenza pressoché totale, abbandonati al loro terribile fato senza alcun clamore o indignazione, in uno spettrale silenzio. Lasciati morire mentre gli “altri”, con poche benché straordinarie eccezioni, facevano finta di non accorgersi di nulla. In tedesco esiste un verbo che descrive con efficacia questo processo di negazione: “wegschauen”, “distogliere lo sguardo”, rifiutare la propria attenzione e privare così chi soffre della più possente e misteriosa dote umana, la compassione.
Certo, mentre i treni viaggiavano verso Auschwitz, la guerra divampava ovunque, e tutti – chi più chi meno – avevano i loro guai. Altrettanto indubbio è che i nazisti mettessero molto impegno nell’occultare le dimensioni e la vera natura della soluzione finale. Ma la tragedia comune e la campagna di disinformazione non smussano gli angoli acuminati dell’abissale disinteresse. Per di più, la condanna alla solitudine perdurò anche dopo la fine del conflitto. Per molto tempo, dell’Olocausto si parlò poco e assai mal volentieri, quasi che la “damnatio memoriae” gravasse ancora, assurdamente, sui perseguitati e non sui persecutori. La svolta giunse solo con il rapimento, il processo e l’esecuzione in Israele di Adolf Eichmann, nel 1961.
Lo scalpore suscitato dal colpo di mano del Mossad in Argentina, l’eco del dibattito pubblico sulle responsabilità del funzionario tedesco, il collegamento, inedito e per molti inaspettato, tra il giovane Stato ebraico e la punizione dei crimini perpetrati dai nazisti, sono gli elementi che portarono, se non a un risveglio tardivo delle coscienze, almeno a un primo, decisivo riconfigurarsi della memoria. Quale che sia il giudizio sul l’evento, e sulla legittimità giuridica del l’operazione, è indubbio che, dopo Eichmann, la Shoah abbia trovato l’attenzione mediatica che non aveva mai conquistato in precedenza.
Per una singolare, e macabra ironia della Storia, la vicenda di questo burocrate delle SS fu la “novità” che indusse l’Occidente a ripensare l’Olocausto. Si trattò, bene inteso, di un valore simbolico, che trascendeva il ruolo effettivamente svolto da Eichmann. È fin troppo chiaro che nessuna responsabilità individuale può fare da contrappeso al sovraccarico morale dell’Olocausto. Ma proprio il fatto che, nel processo Eichmann, i metodi dello sterminio avessero acquisito un volto, e fossero stati teatralmente legati a un individuo, attirò gli sguardi su quanto si era preferito non vedere.
Quale volto, e che razza di individuo? L’interpretazione di gran lunga più influente del personaggio o, se si vuole, della maschera Eichmann, è quella che ne diede la pensatrice ebreo-tedesca Hannah Arendt. Un’interpretazione a caldo, durante le fasi del dibattito, negli articoli scritti da Gerusalemme per il «New Yorker». Esegesi tagliente, provocatoria, persino scandalosa, quella della Arendt, che ben si presta a una messa in scena, parallela e simmetrica al processo. In un film appena uscito in Germania, Margarethe von Trotta ha sfruttato con molta abilità il contrasto tra Eichmann e la Arendt. La regista tedesca ci ha abituato a brillanti riletture di figure femminili del passato, come la mistica Ildegarda di Bingen o la rivoluzionaria Rosa Luxemburg. Nel caso di Hannah Arendt, impersonata da un’intensa Barbara Sukowa, il tema fondamentale è quello della dignità. Alla Arendt, Eichmann non parve un grande criminale ma un grigio esecutore di ordini, un individuo mediocre animato da un ottuso desiderio di efficienza. È la celebre tesi della «banalità del male», che all’epoca provocò aspre polemiche, poiché sembrava sminuire i delitti nazisti e annacquare le efferatezze dei singoli.
A ben guardare, però, la Arendt lasciava a Eichmann e ai suoi compari una colpa grave e radicale. Quella di aver abdicato alla propria dignità, ovvero alla capacità di pensare. Nella trasposizione cinematografica, la von Trotta trasforma questa facoltà di pensiero nello spunto che sostiene tutta la trama. Solo chi mantiene il discrimine interiore tra bene e male può alleviare la solitudine delle vittime.
da Il Sole 24 Ore

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