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"Concentrarsi sull'Europa", di Alessandro De Nicola

L’Italia è certamente distratta dalla campagna elettorale. Ma non fino al punto di non rendersi conto di quel che sta succedendo in Europa e che potrebbe avere conseguenze estremamente negative per il nostro paese.
Il punto di partenza è il discorso del primo ministro britannico Cameron il quale mercoledì ha annunciato un referendum sull’Europa da tenersi entro il 2017 e ieri al World Economic Forum di Davos ha tentato di chiarire la sua posizione. Agli elettori britannici dovrebbe essere posta una domanda molto semplice: volete rimanere nell’Unione Europea o uscirne? La scommessa di Cameron è azzardata: pensa di poter rinegoziare condizioni più favorevoli con l’Unione, ottenerle, presentarsi davanti al popolo come lo statista duro ma moderato che, avendo migliorato la condizione del Regno Unito all’interno dell’Europa, ora fa appello ai sudditi di Sua Maestà affinché optino di rimanerci. Dovrebbe andare proprio tutto bene, però, ivi compreso il voto finale che, se fosse isolazionista nonostante il pacchetto di concessioni ottenute dal giovane premier, ne sancirebbe la fine politica.
Inoltre Cameron non sembra nemmeno considerare l’ipotesi che i partner europei non siano disposti a concessioni. Che farebbe in quel caso? Indirebbe il referendum raccomandando la separazione?
La partita, insomma, è molto complessa ma non riguarda solo il destino politico del leader conservatore (di cui, onestamente, poco ci interessa) o il futuro economico della Gran Bretagna. Infatti, i motivi di disagio alla base del malumore inglese non sono riconducibili solo alla tradizionale diffidenza isolana (“nebbia sulla Manica, il Continente è isolato”) o alla crisi dei paesi mediterranei dell’area euro. L’insofferenza si può ricondurre a temi molto pratici che devono interessare anche la politica italiana a oggi del tutto assente, se non ignara, del dibattito in corso.
Primo punto: l’Europa rischia di trasformarsi in una fortezza commerciale chiusa in se stessa? Nei discorsi di Cameron sono sempre presenti i riferimenti all’America, all’Asia e all’Africa. Uno dei punti più qualificanti dell’agenda europea dei prossimi mesi dovrebbe essere l’apertura di negoziati per concludere un trattato di libero scambio con il Nord America. Inutile dire che un’economia esportatrice come la nostra sarebbe la prima a trarre beneficio da un accesso non ristretto al mercato d’Oltre Oceano.
Secondo: la liberalizzazione del mercato interno. La Ue negli ultimi anni si è dedicata a imporre regole di bilancio e emanare regolamentazioni che spaziano nei campi più vari, ma si è dimenticata lo scopo originario della sua esistenza, quando ancora si chiamava Mercato Comune Europeo, vale a dire l’instaurazione di un vero mercato unico. L’ultimo tentativo europeo di liberalizzazione è stata la Direttiva Servizi. In Italia la sua piena attuazione è stata ostacolata da leggi regionali (sui maestri di sci, sulle agenzie di viaggio o sui centri commerciali, ad esempio) o regolamenti comunali ed in più i servizi professionali possono essere soggetti a regimi speciali anti-concorrenziali (prova ne sia la recentissima approvazione della restrittiva riforma forense). La direttiva stessa è stata annacquata rispetto all’intento originario e l’ultima fatica della Commissione, il Single Market Act, giace nei corridoi di Bruxelles.
La terza lamentela britannica riguarda la scarsa democraticità dell’intero processo di costruzione europea. Dal punto di vista di Cameron questo difetto si rimedia con un ruolo maggiore dei parlamenti nazionali. Chi ha un approccio più federalista, invece, reclama un ruolo più incisivo, sia dal punto di vista legislativo che di controllo, per il Parlamento Europeo. I referendum, per i passaggi più importanti, dovrebbero essere la regola e non l’eccezione.
Penultimo obiettivo degli strali inglesi è la politica agricola europea che è ormai una
enorme macchina di distribuzione di sussidi senza riuscire a realizzare alcunché sul piano della competitività.
Infine, Londra non apprezza per niente gli sforzi di armonizzazione in settori che dovrebbero essere prerogativa degli Stati nazionali per il principio di sussidiarietà. Balzano agli occhi i ricorrenti tentativi di armonizzazione fiscale che, se possono aiutare a diminuire i costi di transazione formando un quadro unico di regole a livello europeo, non possono spingersi fino a determinare le aliquote da applicare: gli stati virtuosi devono essere liberi di attrarre investimenti grazie al loro miglior trattamento fiscale o a un diritto del lavoro più competitivo.
Che ne pensano i politici italiani di queste sfide? Sono disposti a sfidare le lobby agricole o professionali, a indire referendum, a ridurre i poteri di blocco di regioni ed enti locali, a cedere sovranità nazionale in cambio di maggiore democrazia, a sopportare la concorrenza fiscale di paesi parte dello stesso mercato?
In una campagna elettorale in cui si discetta di alleanze e ci si trastulla tra chi appare più rigoroso, chi più tranquillo e chi più cabarettista, il tema dell’Europa, e quindi del nostro futuro, dovrebbe essere invece al centro del dibattito. Vediamo se qualcuno si distrae dal futile e ci parla dell’utile.

La Repubblica 25.01.13

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