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Fermare il declino della valutazione, di Alberto Baccini

La valutazione è stata presentata come una medicina miracolosa capace di risollevare università e ricerca italiane dal declino, e l’agenzia di valutazione (Anvur) come dotata di poteri taumaturgici. E dire che arrivare per ultimi alla valutazione sarebbe stato un vantaggio. L’Italia avrebbe potuto impostare la valutazione sulla base delle migliori esperienze internazionali. E avrebbe potuto adottare estrema cautela nel definire meccanismi e procedure le cui conseguenze non sono note, come dicono gli esperti Ocse. Invece si è costruito un monstrum istituzionale. Tutto gravita intorno al ministro che nomina i membri del consiglio direttivo di Anvur e vigila direttamente sull’operato dell’agenzia. Ad Anvur sono attribuite sia le funzioni di valutazione della ricerca che quelle di «assicurazione della qualità» dell’insegnamento universitario. Una volta che il governo Hollande avrà chiuso, come annunciato dal ministro dell’istruzione, l’agenzia francese Aeres, Anvur sarà la sola agenzia nel panorama internazionale a gestire le due funzioni. Questa configurazione attribuisce indirettamente alla politica e ad una ristrettissima élite di consulenti scelti dall’esecutivo e raccolti in Anvur un potere enorme e senza contrappesi su ricerca ed università. Si sta così verificando una commistione tra politica e valutazione che non ha eguali nel mondo occidentale. La valutazione è costruita per giustificare le decisioni politiche e le decisioni politiche sono basate su una valutazione disegnata appositamente per giustificarle. Nella VQR, il costosissimo esercizio di valutazione della ricerca in corso, questa commistione è avvenuta in modo eclatante. Mentre il Ministro (Maria Stella Gelmini) scriveva un decreto che dettava le metodologie e gli strumenti della valutazione, quasi fosse l’Agenzia di valutazione, uno dei membri del consiglio direttivo dell’Anvur (Sergio Benedetto) spiegava a un quotidiano nazionale, quasi fosse lui il ministro, che la VQR serve a introdurre la distinzione tra researching university e teaching university, e soprattutto a chiuderne qualcuna. Intorno ad Anvur si è costituita una élite di baroni, designati direttamente o indirettamente dal ministro cui sono demandate tutte le decisioni rilevanti. I 7 membri del consiglio direttivo sono stati nominati dal ministro; i 7 membri del consiglio direttivo hanno nominato i 14 presidenti dei Gruppi di esperti della valutazione e poi insieme i membri di quei gruppi che nomineranno i revisori (anonimi). Queste nomine a cascata riguardano individui «organici» o «allineati» rispetto a chi esercita il potere di nomina. Nel caso del gruppo di lavoro per economia, ad esempio, i circa venti membri potevano essere scelti tra gli oltre mille 1000 economisti accademici italiani. Sono stati scelti economisti in gran parte coautori tra loro e del coordinatore che li ha nominati; ben 7 sono tra i fondatori di Fermare il declino. Se la composizione della giuria è iniqua, come sappiamo dai film giudiziari americani, anche il verdetto lo è. La concentrazione del potere e la selezione di soli «intellettuali organici», ha evidentemente indebolito le capacità critiche di Anvur. II sito www.roars.itlavora ininterrottamente da più di un anno, documentando gli errori dell’agenzia. Tra questi il caso delle “riviste pazze” ha guadagnato addirittura la ribalta internazionale, con un lungo articolo su Times Higher Education. Per chi se lo fosse perso: Anvur ha certificato come riviste scientifiche un numero elevatissimo di pubblicazioni che di scientifico non hanno niente, tra cui IlSole24ore, la Rivistadi Suinicultura e Yacht Capital. Anvur da soluzione di tutti i problemi, è diventata il problema, a mio avviso il principale, per l’università e la ricerca italiane, tanto che la prestigiosa rivista Science ha dedicato un articolo molto preoccupato alla situazione italiana. È il caso che il prossimo governo intervenga per evitare che il delirio burocratico di Anvur dia il colpo di grazia alla già prostrata ricerca italiana.
Da l’Unità

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