attualità, politica italiana

Comizi addio? Spostarono voti ma solo fino al 48, di Paolo Conti

Per capire cosa fosse un comizio nell’immediato dopoguerra (magari può venir utile anche a Mario Monti che ha ammesso ieri a La7 di non «saper bene cosa sia un comizio») e quale complessa macchina organizzativa si avviasse per realizzarlo, basta analizzare il filmato «Togliatti è ritornato» così come appare, in forma integrale, su www.cinemadipropaganda.it, in cui sono congiuntamente confluiti i materiali storici della Dc e del Pci.
È il 26 settembre 1948, al Foro Italico di Roma i comunisti festeggiano il ritorno del loro segretario alla vita politica dopo l’attentato del 14 luglio. L’evento è raccontato puntigliosamente: l’arrivo a Roma di camion e autobus, i treni strapieni, il lavoro degli artigiani e del servizio d’ordine, i cortei per Roma, l’organizzazione dei banchi alimentari, le bandiere, i bambini in fila con i palloncini, gli striscioni ideologici. Un rito complesso. Lungo. Preparato nel dettaglio.
Tutto questo è oggi scomparso, probabilmente per sempre, perché «ormai l’unica piazza della politica è quella televisiva, come dimostrano le continue variazioni dei sondaggi subito dopo le apparizioni dei leader», come spiega Pier Luigi Ballini, docente di Storia contemporanea alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze e curatore, con Maurizio Ridolfi, di una «Storia delle campagne elettorali in Italia», Bruno Mondadori. Oggi la tv ha soppiantato la vera piazza, aggiunge Ballini: «Nell’immediato dopoguerra la sola agorà era quella vera, in cui si ritrovavano le ragioni di una scelta politica ma si dava anche vita a un grande seminario collettivo. Chi ascoltava poi riferiva nei paesi, nelle campagne, sui luoghi di lavoro, nei bar, nelle Case del popolo e nei circoli cattolici. Si aprivano confronti. I comizi servivano soprattutto a questo». L’opposto della tv che narra tutto a tutti nello stesso momento. Storicizzando, chi sono stati i migliori comizianti? «Certamente Togliatti, Nenni, De Gasperi. Aggiungerei, dopo, Moro e Fanfani, infine Berlinguer e Zaccagnini».
I numeri, nell’immediato dopoguerra, sintetizzano fenomeni di massa: centinaia di migliaia di persone a piazza San Giovanni a Roma (valutazioni incerte, visti i tempi). E decine di migliaia in piazza Duomo a Milano, piazza della Signoria a Firenze, piazza Maggiore a Bologna, piazza del Duomo a Trento se si trattava di Alcide De Gasperi, piazza del Plebiscito a Napoli. Racconta Edoardo Novelli, docente di Comunicazione politica all’Università di Roma Tre, e autore, tra gli altri volumi, di «Le elezioni del Quarantotto. Storia, strategie e immagini della prima campagna elettorale repubblicana», edito da Donzelli: «Tra il 1946 e il 1948 i grandi comizi spostano effettivamente voti perché gli italiani ascoltano per la prima volta proposte politiche dopo vent’anni di dittatura. Sono anche gli anni delle migliaia di comizi nelle piazze minori, dei discorsi trasmessi in diretta nelle altre città con i cavi telefonici. È la stagione in cui i comizi sono spettacoli con fuochi d’artificio finali e balli popolari. I partiti distribuiscono persino opuscoli in cui si spiega come disturbare i discorsi dei leader avversari, a Bologna entravano in azione i “frati volanti” del cardinal Lercaro che interrompevano i discorsi dei leader del Pci».
Conclusa la fase di emergenza, qualcosa (anzi: molto) cambia nella grammatica dei comizi italiani, come dimostra ancora Edoardo Novelli: «A partire dal 1953 il comportamento elettorale si stabilizza. Quindi il comizio non serve più a conquistare voti ma diventa luogo di rafforzamento identitario, di galvanizzazione della base. Comunque, anche nei primissimi anni Sessanta, quando Tribuna politica era già una realtà televisiva, i comizi conclusivi si contavano a migliaia». In quel periodo occorre adeguato allenamento in retorica da piazza. Afferma Novelli: «Si tratta di capacità evocativa, immaginazione, sapienza nell’alzare e abbassare i toni, buttare lì ogni tanto una risata». Negli anni Ottanta il comizio si contamina con la tv. Arrivano megaschermi, scenografie, presentatori: eppure è proprio nel giugno 1984 che Enrico Berlinguer muore poco dopo un comizio (il suo, tradizionalissimo) a Padova.
Per Novelli la metafora della fine del comizio all’italiana è ciò che avviene da anni il 1° maggio a San Giovanni: «Lì dove parlavano di lavoro i tre leader sindacali Cgil-Cisl-Uil oggi c’è solo musica interrotta ogni tanto da un discorso di pochi minuti. Iniziativa indubbiamente intelligente che crea simpatia e vicinanza. Ma nulla a che vedere col comizio». A pensarci bene, il più famoso comizio-non comizio degli anni Duemila è quello «del predellino», del 18 novembre 2007, quando Berlusconi annunciò dalla sua auto la nascita del Pdl. Tutto in piazza, certo: ma in funzione del popolo delle tv.

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