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Nell’asilo senza confini tra l’Italia e la Slovenia, di Jenner Meletti

Avrà un recinto robusto, l’asilo nido, così i piccoli potranno giocare in giardino, salire sullo scivolo, senza paura delle auto che passano. Ma sarà un asilo senza confini. «Poslus slavic, kuo puoje/poslus, kuo ljubo klice», canteranno i bambini sloveni. «Ascolta come l’usignolo canta / ascolta come chiama l’amata», risponderanno i piccoli italiani.
Senza bisogno di traduzioni, perché nel primo asilo senza confini Paul, Zuan, Josef scambieranno i giocattoli e anche le parole con Luigi, Antonio, Pietro. «In questa terra — dice Piergiorgio Domenis, 57 anni, sindaco di Pulfero — il confine era davvero una cortina di ferro. Qui finiva un mondo e al di là della sbarra ne cominciava un altro. Siamo stati separati e “nemici” per decenni. Adesso, nel nuovo asilo nido, cresceranno assieme i bambini di Pulfero e quelli di Caporetto, oggi Kobarit, in Slovenia. I loro genitori passano da qui, per andare a lavorare a Cividale. In questa terra spaccata, costruiamo il nuovo sulle ceneri della frontiera».
L’edificio esiste già e sono arrivati 40.000 euro della Regione Friuli per trasformare l’ex scuola elementare in asilo nido. I confini non hanno mai portato ricchezza. A Pulfero e nelle sue frazioni,
nel 1945, c’erano 11 scuole elementari con 569 alunni. Dal 2010 anche l’ultima scuola elementare è stata chiusa e i bambini prendono lo scuolabus per San Pietro. «Per l’asilo contiamo di avere dieci bimbi, e altri dieci arriveranno da Kobarit. Apriremo a settembre, con il nuovo anno scolastico».
Non nasce a caso, l’idea dell’asilo senza confini. «Il 21 dicembre del 2007, con l’accordo di Schengen — racconta il primo cittadino — io e l’allora sindaco di Kobarit abbiamo segato assieme la sbarra del confine. Ci fu una festa incredibile. Tante sono le iniziative per vivere meglio in una terra che soltanto l’uomo, e non la natura, ha saputo dividere. Il nostro bellissimo fiume, il Natisone, nasce in Italia, passa per la Slovenia e poi torna in Italia.
Come il fiume, vogliamo vivere senza barriere. Ogni anno facciamo una marcia della pace, che parte da Kobarit e arriva a Stupizza, la nostra frazione più vicina all’ex confine. Ma queste iniziative non bastano. Vogliamo vivere come fossimo una grande comunità, e l’asilo sarà
un buon inizio».
È abbandonata da anni, la caserma di confine. I ladri hanno già rubato il rame e tutto ciò che poteva essere venduto. «Venivo qui da bambino — racconta Piergiorgio Domenis — a guardare quella che sembrava la fine del nostro mondo. Carabinieri e
Finanza dalla nostra parte e, oltre la sbarra, i “graniciari”, i militari della Jugoslavia che arrivavano dal sud, Montenegro e Serbia, così non familiarizzavano con noi, che parlavamo sloveno come chi era oltre la sbarra». Gli adulti, allora, avevano il «prpustnjca », il lasciapassare che permetteva
quattro ingressi al mese in Jugoslavia. «Andavano a comprare benzina, carne, zucchero, sigarette e anche il pane. Chi faceva il viaggio inverso, veniva a vendere alimentari e comprava vestiti, soprattutto jeans».
A cento metri dall’ex caserma italiana, quella slovena è già stata
trasformata in un Mercator, con mesnica — macelleria e market — alimentari. Un cartello annuncia «a 5 km Aurora, casinò & cabaret». La valle si restringe e poi si allarga in campagne con vacche al pascolo. Caporetto è stato un incubo per gli italiani. Alle 2 della notte del 24 ottobre 1917 iniziò qui «la più grande disfatta dell’esercito italiano ». C’è un bel museo, sulla Grande Guerra, che fa venire una grande voglia di pace. Soldati — italiani e austro ungarici — che scavano trincee e anche grotte per conservare le patate e non morire di fame. Cannoni e tagliole, bombe e gas, tutto ciò che è stato inventato per uccidere.
«Queste croci — racconta Darko, guida del museo — sono state trovate nel cimitero di Socia. Lì c’era uno degli 80 cimiteri austriaci della valle dell’Isonzo. Cimiteri abbandonati durante il dominio jugoslavo, con le croci buttate nel fiume Isonzo». «Nelle fotografie del museo — dice il sindaco Piergiorgio Domenis — ho visto i volti di gente del mio paese. Voglio portare almeno una parte nel museo anche a Pulfero, almeno per qualche mese. C’è anche una sezione su “le retrovie del IV Corpo d’armata dell’esercito italiano”. Ora sembra normale, fare questi scambi. Ma quando andavo a scuola, non potevo nemmeno parlare sloveno, il maestro ci sgridava se mi scappava qualche parola nel tema ».
Prima i «nemici» che avevano cacciato l’esercito italiano fino alla linea del Piave, poi i «titini», quelli delle foibe, che avevano chiuso queste terre oltre cortina. Il confine di Stupizza ha davvero tagliato il mondo in due parti. «La nostra valle — dice il sindaco — era tutta una servitù militare. Solo nel capoluogo Pulfero avevamo due caserme della Finanza e due dei Carabinieri. Non c’era terra per avviare una fabbrica».
Delle caserme sono rimasti gli scheletri, le sbarre sono state segate. «Sono convinta — dice Darja Haumtman, sindaco di Kobarid — che l’asilo senza confini ci apra una strada importante, per la cooperazione e una buona qualità della vita in questa che era terra divisa». C’è anche un’altra idea, per continuare su questa strada: una casa di riposo a Kobarit, aperta anche agli anziani di Pulfero. Precedenza comunque ai bambini. I giochi in giardino sono già pronti.

Da La Repubblica

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