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Due innovatori a Firenze, di Stefano Menichini

Stasera torna sulla scena Matteo Renzi. Non sarà un one-man-show dei suoi, anzi l’opposto: sarà l’esaltazione dello spirito di squadra e di partito, lo spettacolo rassicurante e rinvigorente del candidato Bersani sostenuto dall’ex giovane sfidante. La rappresentazione, per una sera sola, del ticket che tanti ingenuamente sognavano ancora nel pieno dello scontro.
La gran parte del Pd ha imparato ad apprezzare Renzi solo da sconfitto. Un po’ per un riflesso antico non proprio dei migliori, un sentimento collettivo che possiamo cogliere con un precedente illustre: quanto era popolare Pietro Ingrao nel Pci, a patto che rimanesse sempre ai margini…
Molto però ha contato, in questa crescita di popolarità renziana ex post, il suo comportamento: fedele alla comunità (quando tanti amici e nemici lo davano per sicuro fuoriuscito), attento a non calarsi nel ruolo classico di capocorrente (alla fine davvero manderà in parlamento solo “i suoi amici”, alla lettera però, non in senso lato), non appiattito su una linea che aveva criticato e su un tipo di partito che voleva rovesciare dalle fondamenta.
Quando Renzi dice di puntare solo alla piena vittoria democratica alle elezioni, c’è da credergli: nessuno, neanche lui, ricaverebbe alcunché di buono dalla crisi terribile che nel Pd scaturirebbe da una eventuale improbabile sconfitta.
La questione vera – che naturalmente non uscirà dalla manifestazione fiorentina di stasera – è che in questi mesi dopo le primarie non abbiamo imparato solo ad apprezzare un Renzi fedele alla ditta. Abbiamo anche avuto la conferma di quanto vitale sia per il Pd una rottura di continuità quale quella che il sindaco di Firenze ha impersonificato anche con le sue asprezze.
Il Pd si sta difendendo con le unghie e i denti (alla lettera, quasi) dalle strumentalizzazioni odiose sul caso Mps. Rimane il fatto che l’unica, enorme vicenda che potrebbe frenare la corsa di Bersani verso palazzo Chigi scaturisce proprio da un passato al quale può dirsi totalmente estraneo solo un Pd radicalmente rinnovato, diverso, inconfondibile con i partiti che l’hanno fondato.
Bersani è stato bravo, nell’ultimo anno, a calarsi anch’esso nel ruolo dell’innovatore, del rottamatore di tradizioni e se necessario di persone. È grazie a questa intuizione (“aiutata” da Renzi) che oggi può rigettare a testa alta e con buoni argomenti le accuse che investono il passato. È grazie a questa trasfigurazione anche personale che gli scandali grandi e piccoli non ne intaccano l’immagine e le chances.
Quindi stasera a Firenze vedremo sulla scena due innovatori. La cronaca ci sta segnalando che il lavoro, il lavoro di entrambi, e fatalmente molto di Matteo Renzi, è di là da finire.

da europaquotidiano.it

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