attualità, politica italiana

L’eterno show del candidato Silvio, di Filippo Ceccarelli

Nel Paese dei Balocchi, che di norma va alle urne insieme al limitrofo Paese di Acchiappacitrulli, nell’arco di vent’anni e di 14 campagne elettorali, l’infinita replica della promessa berlusconiana ha fatto in tempo a sedimentarsi con una sua inconfondibile espressività.
Per cui anche stavolta la voce è solenne, lo sguardo è fiammeggiante, ma il braccio non è più teso, e il Cavaliere non garantisce più il suo impegno puntando il dito indice verso le telecamere, bastone del comando, bacchetta magica, radar, antenna e connettore di consenso a buon mercato. Forse non ci crede più neanche lui.
Oggi il rimborso dell’Imu, e vabbè. Ma già prima delle elezioni del 2006, impostatosi con le consuete movenze, aveva assicurato l’abolizione dell’Ici, “Sì, avete capito bene!”, durante il duello con Prodi. Di lì a qualche giorno il leader del centrodestra fu sconfitto, sia pure di un soffio. Ma due anni dopo, di nuovo sfoderando quell’indice con l’accattivante sicurezza del presentatore di televendite, da vincitore l’Ici l’abolì sul serio, e subito. Dal che si deduce — e anche dai disastri dell’economia italiana — che purtroppo non sempre egli promette a vuoto, come la maggior parte dei politici. Lo specifico guaio, semmai, è che l’ottimismo elettorale berlusconiano è per natura temerario, per vocazione impudente e quasi sempre, nei suoi risultati, catastrofico.
Le tasse — non solo “meno tasse”, ma anche per “per tutti” — rientrano tuttavia nel novero del generico e prevedibile impegno, per quanto iscritto in giganteschi cartelloni che nel 2001 invasero le strade italiane. Così come all’insegna dell’ordinario miracolismo si può ormai storicamente collocare il “milione di posti di lavoro” che nel 1994 costituì il primo esperimento sociale di parola data e non mantenuta.
Berlusconi infatti non teme verifiche. Sia nel 2001 che nel 2008 le tasse, anziché diminuire, aumentarono. Studiosi e statistiche possono documentarlo.
Ma lui certamente saprebbe spiegare meglio di loro che questo non è vero: con lui diminuirono, o comunque non è questo il punto. La foga di enumerazioni e parole ha il potere di trasportare chi ascolta in una dimensione irreale. Per sfinimento, a quel punto, più per convinzione, si finisce per credere che tutto è relativo, e la politica lo è anche di più.
Così ieri Berlusconi ha potuto permettersi di fare perfino lo spiritoso. “Sei un mito!” gli ha gridato una fan dalla platea, e lui ha accolto l’invocazione con una specie di sospiro, facendo notare che c’è chi, al colmo dell’assurdità, lo ritiene un “contaballe”. In realtà si può considerare l’imperatore di quella diffusa categoria. Più che sulla pressione fiscale o sulle politiche dell’occupazione lo si capisce nelle promesse mirate, settoriali e a sorpresa di cui si perde facilmente la memoria. Il bonus bebè, per
dire, o la “Golden Card”.
E’ su questo terreno che il Cavaliere dà il meglio di sé lasciando credere ai prediletti vecchietti che con la sua vittoria non pagheranno il cinema, la partita, l’ingresso al museo, il viaggio in treno. A tali vani benefici nel 2006 si sommarono anche delle dentiere (“Operazione Sorriso”) e la possibilità, non meglio precisata, di acquisire un animale di compagnia. E se pure la campagna elettorale a volte assume i toni della commedia nera, è anche vero che l’ideologia berlusconiana, mutuata dalla cultura pubblicitaria, dispone di codici emotivi che con la scusa del sogno pescano nell’inconscio; ma a volte non ce n’è nemmeno bisogno, per cui prima del voto del 2008 il futuro presidente arrivò a promettere ai pensionati, dotati o meno che fossero di cani gatti e pappagallini, nientemeno che la sconfitta del cancro e l’allungamento della vita attraverso la
medicina predittiva.
Per il resto, al discount delle meraviglie trovano posto prodotti semplificati come le “tre i” (impresa, inglese, internet), misteriosofiche, ma risolutive semplificazioni delle procedure, la sempiterna abolizione del canone Rai, l’istituto del poliziotto di quartiere e anche un certo “modello universale” al quale, prima dell’inevitabile oblio, venne affidato il salvifico rapporto tra i cittadini e la Pubblica amministrazione.
Sotto elezioni, e a dispetto di un popolo che per secoli si è ritenuto orgogliosamente furbo, la Cuccagna e Bengodi erano sempre a portata di mano. Furono promesse e ri-promesse ad esempio le Grandi Opere: e agli automobilisti che ancora oggi percorrono imprecando la Salerno-Reggio Calabria vale senz’altro la pena di ricordare il Berlusconi che disegnava come sarebbe cambiata l’Italia del futuro; e a chi fa la fila a Messina i molteplici filmati mandati in onda per illustrare le virtù del Ponte sullo Stretto come se esistesse già.
Nel 2001, dopo un immane lavorio demoscopico, Berlusconi firmò sulla famosa scrivania di ciliegio di Porta a porta il “Contratto con gli italiani”, che poi disse di essersi appeso nel bagno di casa (di cui resta preziosa documentazione fotografica grazie alle amiche di Tarantini). Ma già nel 2005 una pensionata si era rivolta a un giudice perché alcuni dei cinque punti erano stati disattesi. Fu anche aperto un procedimento, poi archiviato. Di recente Berlusconi ha spiegato che secondo l’Università di Siena gli impegni erano stati realizzati per l’84 per cento. Ma poi nel Parlamento dei Balocchi e di Acchiappacitrulli si è capito che la percentuale riguardava disegni di legge presentati, ma non approvati.
E insomma: se vince, promette di rimborsare l’Imu. Poi si vedrà.

da La Repubblica

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