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Scandalo Maddalene mea culpa di Dublino sulle ragazze schiave, di Enrico Franceschini

Forse le “sorelle di Maddalena” avranno pianto, un pianto liberatorio, ascoltando le sue parole. Perlomeno quelle che sono ancora vive, che non sono impazzite, che chiedono giustizia. Enda Kenny, primo ministro irlandese, ha presentato ieri le sue scuse formali, a nome del governo e delle stato, alle “Magdalene sisters”, come sono soprannominate le migliaia di donne rinchiuse in case di “rieducazione” della chiesa cattolica in Irlanda tra gli anni Venti e la metà degli anni Novanta, costrette a lavorare anche dieci ore al giorno senza ricevere un soldo, praticamente prigioniere, detenute pur senza avere alcuna colpa. Erano considerate ragazze “perdute”, in realtà erano spesso soltanto orfane o vittime di abusi familiari o di violenze sessuali, che invece di essere aiutate e difese venivano escluse dalla società, nascoste come se fossero portatrici di una infamante lettera scarlatta, sfruttate e di nuovo abusate. Ma per ora il governo non ha offerto altre riparazioni o indennizzi, e il pianto delle ex-lavandaie potrebbe anche essere di rabbia. L’ultima delle “Magdalene laundries”, le lavanderie di Maddalena, com’erano chiamate dal nome di uno degli ordini religiosi che le gestiva, ha chiuso nel 1996. Un film del 2002 (“Magdalene sisters”) ha svelato al mondo cosa succedeva in quei luoghi. Ma sono dovuti passare quindici anni affinché nel 2011 la Commissione delle Nazioni Unite contro la Tortura denunciasse questo crimine della Chiesa cattolica, commesso nel più cattolico paese d’Europa, con la connivenza delle autorità. E ne sono trascorsi altri due affinché l’inchiesta ordinata dall’Onu all’Irlanda fosse conclusa. Presieduta dal senatore John Macaalese, l’indagine ha prodotto un rapporto di mille pagine che è stato consegnato ieri al governo. Il premier Kenny ha risposto con un’immediata dichiarazione di scuse alle sopravvissute e ai familiari delle vittime. Il Parlamento irlandese discuterà il contenuto della relazione tra due settimane, prendendosi dunque il tempo per leggerlo approfonditamente. Ma intanto qualcosa sul corposo documento già trapela. Il rapporto afferma che circa 10 mila donne (altre stime parlano di 30 mila) passarono per le lavanderie degli ordini di suore, che lavoravano a pieno ritmo, avendo come clienti le forze armate, la polizia e altri apparati dello Stato, che non si sono mai chiesti chi puliva e stirava le loro lenzuola e le loro camicie, e con quale paga (nessuna, come sappiamo adesso). Quelle case di lavoro operavano «in un’Irlanda crudele e inflessibile», riconosce il primo ministro, pur negando che le prigioniere fossero sottoposte anche ad abusi sessuali. Sempre secondo l’inchiesta, il 10% delle giovani donne furono spedite dalle loro famiglie in quelle che erano in effetti delle prigioni, il 19% sarebbero entrate «di loro volontà» e le altre su indicazione di forze dell’ordine o della chiesa, di fatto condannate senza processo. «Che pena diabolica abbiamo patito», ricorda una di esse, Maureen Sullivan, oggi 60enne. «Io ci entrai a 12 anni. Mia madre era rimasta vedova e si era risposta, il mio patrigno abusò di me e come risultato mi spedirono dalle suore. In teoria doveva essere una scuola, ma non mi fecero mai studiare niente, lavoravo giorno e notte gratis e mi hanno fatto tanto male». Le superstiti chiedono ora un atto riparatorio da parte del governo e una compensazione economica. «Ma soprattutto – dice la Sullivan – vogliamo che sia resa nota la verità».
Da La Repubblica

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