attualità, partito democratico, politica italiana

"La sinistra non deve chiudersi", di Alfredo Reichlin

Non serve questo gioco di reciproci veti tra Monti e Vendola. Nichi consentirà a un vecchio amico di ricordare che la sinistra italiana (quella vera, quella che cerca di cambiare la storia) non ragiona così, non parte dai veti sui nomi ma dalle cose. Dalle situazioni in cui combatte e dagli obiettivi che si pone. Non sto a ricordare che se l’Italia non si lacerò in una sorta di guerra civile tipo Grecia e si trasformò in una Repubblica con questa straordinaria costituzione democratica fu anche perché Togliatti fece il governo Badoglio.
Consentendo così a noi, i giovani di allora, di prendere le armi non in nome di Stalin ma del Tricolore. Davvero i nomi non corrispondono alle cose. Così oggi.
Hai ragione, caro Nichi, che non ci servono gli «inciuci». Il Pd e il tuo partito si sono messi insieme per cambiare l’Italia e farla più giusta. E questo faranno, sapendo però che la cosa è impossibile se non salviamo il Paese dal degrado sociale e dalla regressione storico-politica che incombe sul suo destino. Questa è la «cosa». Ma noi una simile impresa la vogliamo affrontare sul serio? Come? Non credo che basti approfittare del fatto che l’attuale legge elettorale regala un largo premio di maggioranza a chi arriva primo e potrebbe quindi consentirci di governare da soli.
Ecco. Io vorrei dire la mia su cosa bisognerebbe intendere con questo «non da soli». Provo allora a dire qualcosa che va oltre il problema, certamente ineludibile delle alleanze politiche senza le quali sarà impossibile affrontare le grandi riforme. Ciò che vorrei aggiungere è che per affrontare questa dura prova dobbiamo dotarci di uno sguardo più vero e più profondo su ciò che è oggi il popolo italiano. L’interrogativo che mi pongo è questo. In un mondo in cui la potenza dell’economia finanziaria si è mangiata non solo l’economia reale ma ha distrutto larga parte delle funzioni pubbliche e delle capacità di governare utilmente gli interessi che sono in gioco, che cosa diventa il problema del riformismo? Tante cose, evidentemente. Ma nella sostanza e per dirla in breve io credo che il problema attuale del riformismo sia la costruzione di un nuovo potere sociale. Detto in altro modo, è il protagonismo della gente. Se guardo allora a questo Paese dove sono nato, sono cresciuto e ho lottato io non vedo solo la decadenza economica. Mi colpisce l’intreccio ormai inestricabile tra il collasso di larga parte delle strutture dello Stato e la precarietà del lavoro, la disoccupazione giovanile, la corruzione. Penso al Mezzogiorno e alla difficoltà da parte di tanta gente che conosco di impadronirsi della propria vita. Mi sembra chiaro che il Mezzogiorno non potrà risorgere se gli daremo solo un governo dall’alto. Non illudiamoci. Chiediamoci perché tanto popolo minuto e disperato non vota noi ma Berlusconi.
Noi dobbiamo ragionare così. Ed è alla luce di questi problemi che io non comprendo come si possa costruire un partito moderno del riformismo se si resta paralizzati dalla preoccupazione di non fare accordi con il partito di Monti. Il professore è troppo un tecnocrate e un conservatore? Può darsi, ma il problema che io mi pongo è capire il mondo fuori di noi. Io non capisco come la sinistra possa governare se non considera compito suo rimettere in gioco il mondo delle professioni e dell’impresa, del saper fare e dalla cooperazione, il mondo del capitale sociale e delle forze produttive. Le ricette degli economisti sono importanti ma, dopotutto, le conosciamo a memoria e in buona parte sono dettate dell’Europa. Ciò che mi serve è capire per fare un esempio perché l’Emilia è risorta così presto dal terremoto.
Ecco come io vedo i «compromessi» con il Centro. Il professor Monti può pensare quello che vuole, ma io parlo al suo mondo e noto che il suo partito va dal miliardario Cordero di Montezemolo alla gente straordinaria che lavora con la Comunità di Sant’Egidio. Perché allora il Pd non sarebbe compatibile con Nichi Vendola? Ecco perché mi è tornato in mente quel rapporto tra il movimento partigiano e il governo con Badoglio, senza il quale non so se avremmo potuto salvare l’Italia. E la conseguenza non è stata affatto quella di mettere acqua nel nostro vino.
La verità è che le dispute attuali restano molto al di qua dei problemi reali. Può essere giusto polemizzare con il sindacato ma con quale animo? Da un lato bisognerebbe prendere atto che è finita la «rappresentanza socialista del lavoro», cioè quella grande idea che è stata alla base del movimento operaio e socialista: lo sfruttamento del lavoro dipendente come base dell’accumulazione capitalistica, e quindi la liberazione del lavoro come via al socialismo (l’operaio che, spezzando le sue catene, prende il potere). Dall’altro lato la sinistra riformista non può pensare di declassare il tema del lavoro moderno a un problema sindacale, considerandolo solo come fattore più o meno flessibile dell’economia. Quelli che guardano solo alle regole del mercato del lavoro non vanno lontano. Il fatto su cui far leva è che la potenza sociale del lavoro un lavoro che presta sempre meno fatica fisica e sempre più intelligenza non è affatto diminuita. Io dico molto di più. In una economia che produce beni immateriali, conoscenze, reti, desideri, bisogni, e bisogni non più solo del corpo ma della mente, il lavoro crea ben più che un surplus per l’economia. Crea società, crea relazioni.
Il punto nuovo è questo. Su questa base poggia il nostro programma per l’Italia. Qui sta la debolezza di una certa tecnocrazia. Ma qui sta anche il ruolo storico dell’Europa, il luogo dove si affermò quella grande conquista del Novecento che abbiamo chiamato «civiltà del lavoro». Parlo di quell’insieme di diritti ma soprattutto del riconoscimento sia pure in linea di principio (ma non solo) di una pari dignità tra il lavoro e l’impresa. Finiva davvero il secolare rapporto tra padrone e servo, e questo dava alla democrazia politica il suo fondamento. Perciò io penso che si gioca qui, sui diritti del lavoro una partita decisiva non solo per la sinistra ma per la democrazia. E tuttavia per vincerla non basterà rimanere chiusi nei vecchi confini della sinistra. Perciò è così importante che tutti gli uomini che guardano alla sinistra e credono nel progresso lavorino per la vittoria di un partito come il Pd.

L’Unità 09.02.13

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