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«Violenza sulle donne, serve l’impegno di chi vuol governare», di Rachele Gonnelli

Il 14 febbraio l’evento mondiale contro il femminicidio. L’appello delle sostenitrici da Roma: «Investimenti e più informazione». Un miliardo di donne e di uomini balleranno per strada, nelle piazze di tutto il mondo il prossimo 14 febbraio contro il femminicidio. È l’evento globale One billion rising lanciato dalla scrittrice Eve Ensler, autrice di «I monologhi della vagina», gli stessi che furono letti dal palco di piazza del Popolo nella grande manifestazione «Se non ora quando» che segnò la fine culturale del berlusconismo. In Italia le donne continuano a morire per mano dei loro mariti, fidanzati o ex, a un ritmo vertiginoso di una ogni due giorni, ma il tema del femminicidio non ha neanche sfiorato la campagna elettorale. Perciò le donne, singole e in associazione, che sostengono la festa-protesta di One billion rising si sono ritrovate ieri alla Casa internazionale delle Donne a Roma per chiedere che questo vuoto, questo silenzio, venga colmato e la battaglia contro il femminicidio sia assunto come una priorità della politica.
«Siamo qui per chiedervi un patto di sangue», ha esordito Serena Dandini, rivolta alle molte candidate presenti nella sala strapiena dell’ex Buonpastore. Un «patto» e un impegno unitario contro le discriminazioni di genere, per i diritti delle donne, contro «la famiglia violenta», contro mistificazioni come la cosiddetta sindrome di alienazione parentale o pas «inventata dalla lobby dei padri separati, una patologia che magicamente smette di esistere al compimento del diciottesimo anno». «Serve l’adesione anche dei leader perché dobbiamo creare un’onda», «sensibilizzare, informare», dice ancora la conduttrice tv, spiegando di aver finora ottenuto la risposta di Antonio Ingroia e di Nichi Vendola. «Bersani ha i suoi tempi, arriverà», aggiunge. Tra le candidate che hanno lanciato l’appello ci sono, del resto, la deputata Rosa Villecco Calipari e Laura Puppato, l’unica donna tra i cinque sfidanti alle primarie del centrosinistra, ieri collegata in videoconferenza dal Veneto dove è impegnata come capolista Pd, più tutto il Forum delle donne democratiche. «Monti non ci ha mai risposto, ma magari ci riceverà per San Valentino e finita la scenetta con i cani ci regalerà una rosa o ballerà con noi al One Billion Rising, speriamo di no perché non mi sembra portato», scherza la Dandini. Per il centrodestra l’unico ad aver aderito finora è Gianfranco Paglia di Fli.
Il «patto» poi altro non è che la sottoscrizione della convenzione No More: una piattaforma lanciata a ottobre da associazioni come l’Udi o Giulia per le giornaliste, singole personalità, rappresentanti degli enti locali e dei sindacati, un manifesto-proposta che chiede una serie di impegni concreti al prossimo Parlamento e al prossimo governo, a cominciare dal rifinanziamento dei Centri antiviolenza di cui negli ultimi mesi si denuncia «una moria» a causa dei tagli di bilancio degli enti locali, luoghi dove le donne che denunciano percosse e abusi possano rifugiarsi e avere una adeguata assistenza. La ratifica della Convenzione di Istanbul, lanciata dal Consiglio d’Europa nel 2011 contro la violenza di genere è stata approvata tardivamente dal governo Monti ma non in via definitiva da Camera e Senato e le donne di No More sostengono che comunque non basta se mancano i concreti strumenti di attuazione. Come corsi di formazione sulla violenza di genere per poliziotti e giornalisti e una rilevazione sistematica, integrata e omogenea su tutto il territorio nazionale, dei casi di violenza domestica da affidare all’Istat, per una verifica dettagliata della situazione e delle carenze di servizi nel territorio.
La Dandini non è una semplice testimonial o madrina ma una delle promotrici di No More, e porta in giro per l’Italia l’appello insieme al suo spettacolo-denuncia «Ferite a morte», che tornerà a Roma all’Auditorium l’8 aprile. Nel frattempo le rappresentanti della piattaforma No More insieme a quelle del comitato Cedaw (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) Italia, sotto l’egida dell’Onu, ai primi di marzo, cioè subito dopo le elezioni, parteciperanno a New York alla convention mondiale contro la violenza sulle donne. E lì fanno notare le donne l’Italia non potrà vantare una forte riduzione dello «spread» di civiltà. Visto che, come dice Rosa Calipari «in questo Paese siamo diventati tutti centri di costo, perdendo il profilo di persone», Serena Dandini prova a metterla così: «Ogni donna uccisa costa allo Stato un milione di euro, vediamo se ci ascoltano».
Le donne sono decise a «fare rete, lobby, quello che ci vuole». Intendono continuare a lavorare in modo unitario sulla base della piattaforma No More e sono decise a ricovocare le candidate che hanno aderito, una volta e se elette, subito all’indomani del voto. Da Rosa Rinaldi di Rivoluzione civile a Luisa Laurelli del Pd, da Celeste Costantino di Sel a Sara Vatteroni della lista Ingroia, da Titti Di Salvo a Ileana Piazzoni, sempre di Sel, a Puppato e Calipari del Pd. «Abbiamo ripreso la nostra voce negli ultimi due anni e a queste elezioni siamo aumentate perché siamo riuscite a ottenere l’alternanza di genere, anch’io per questo sono candidata, borderline al Senato ma ci sono», dice Ivana della Portella del Pd. «L’importante aggiunge è mantenere quest’intreccio forte, superare la visione in cui ognuno guarda al suo orticello, solo facendo squadra possiamo ottenere risultati».

L’Unità 10.02.13

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