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"Bersani: i progressisti europei «votano» per noi", di Maria Zegarelli

L’ultimo comizio in piazza del Plebiscito a Napoli, piena zeppa, tantissimi giovani, le parole più dure contro Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, l’appello più sentito proprio ai loro elettori, berlusconiani delusi e grillini arrabbiati, la chiamata più decisa al popolo di centrosinistra, «l’arma atomica».
«Noi nun scassamm, accungiamm», noi non rompiamo, aggiustiamo, recita uno dei tanti striscioni che sventolano sotto una pioggerellina lieve ma insistente. Pier Luigi Bersani sceglie il Sud prima a Salerno e poi a Napoli perché «se il Mezzogiorno non si muove anche l’Italia non si muove e Napoli deve fare la sua parte» per chiudere la campagna elettorale in piazza, per percorrere l’ultimo miglio, le ultime ore in cui si gioca tutto. I sondaggi invitano all’ottimismo, certo, ma quante volte hanno raccontato umori diversi da quelli usciti dalle urne?
«Voglio rivolgermi anche agli elettori che hanno creduto alle favole del centrodestra e rimasti delusi, noi possiamo garantire la governabilità e lo faremo senza settarismi. Noi dice tra gli applausi a differenza di Berlusconi non abbiamo bisogno di nemici, abbiamo avversari. Non abbiamo bisogno di rendere il Paese cattivo e astioso, ci rivolgiamo alla parte migliore che abbiamo dentro di noi». E ai grillini: «Non ho niente da dire ai disillusi e agli arrabbiati, a chi non va a votare o vota Grillo. Noi la capiamo bene quella rabbia. Capiamo quello che è uno stato d’animo prima ancora che una scelta politica. Ma io ho qualcosa da dire a Grillo: questo disagio dove viene portato? Dove porta dire che l’Euro non serve? Ci porta fuori dall’Europa. E dove porta uno che non risponde alle domande e comanda solo lui? Ci porta fuori dalla democrazia. Non si può dar fiato e corda a chi vuol vincere sulle macerie, sulle macerie non si vive, solo un miliardario può farlo».
Bersani dunque lancia un appello agli indecisi, ai delusi e agli arrabbiati, quella fetta di elettorato cioè che può decidere il risultato delle elezioni al Nord come al Sud, nelle cinque Regioni ancora in bilico e dove il centrodestra sta perdendo colpi mentre Mario Monti non riesce ad avanzare, «non ci saranno sorprese, non diciamo fandonie, faremo quello che diciamo». Torna su quella frase di Monti, sulla preoccupazione di Angela Merkel se vincesse Bersani (smentita prontamente dalla diretta interessata e ridimensionata dallo stesso premier). «Mi è dispiaciuto replica il leader Pd parlando da Radio 2 mi è sembrata più una gaffe del Professore che un’iniziativa della Merkel. I governi europei si rispettano reciprocamente, e Monti lo sa. E questa è stata anche la mia impressione dopo il viaggio in Germania».
Rapporti freddini con il possibile futuro alleato, soltanto contatti legati alla normale attività di governo in queste ultime settimane, «ognuno sta pensando alla sua campagna elettorale», ma il clima non è sereno e Bersani non nasconde il fastidio per i continui attacchi al suo partito. «La nostra coalizione assicura vincerà, le loro si squaglieranno come neve al sole. Dove sono i loro patti? Voglio vederli». Si dice certo della vittoria «anche in Lombardia», come è certo che non sarà una passeggiata il dopo: «Sarà difficile fare qualsiasi cosa, se non riprendiamo il meccanismo di fiducia tra cittadini e politica», se non si colma «quel baratro» che si è creato in questi anni. Promette «guerra» contro la criminalità e la corruzione, problema «che non è solo del Sud: in Lombardia si vota perché le ronde padane non hanno fermato la ‘ndrangheta». Assicura nei primi cento giorni di governo una legge contro il femminicidio, una legge sui partiti e le posizioni dominanti, contro il conflitto di interessi, «e non venga a dire Berlusconi che gli mando le minacce mafiose… Quando sente parlare di regole gli viene la scarlattina».
Riccardo Nencini, Enrico Letta e Guglielmo Epifani si guardano intorno e sorridono davanti a quel fiume di persone e bandiere e a quegli applausi più forti quando il leader Pd dal palco parla di guerra alla criminalità e all’evasione fiscale. E poi il lavoro, quello che cercano e non trovano i giovani e le donne, quello che si perde a tutte le età e ti spezza il futuro. Come è accaduto a Giuseppe Burgarella, l’operaio che si è impiccato lasciando un biglietto nella Costituzione italiana. Bersani lo ricorda e la piazza gli dedica un lunghissimo applauso: «Il lavoro è anche dignità e non ti possono togliere la dignità».
Ai napoletani promette: «Dobbiamo vincere domenica e lunedì perché l’Europa si aspetta che noi vinciamo, l’Europa dei progressisti. Adesso tocca a noi dare una spinta per cambiare. Andiamo a vincere».

l’Unità 22.02.13

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Schulz: la posta è altissima il pericolo è Berlusconi. Il presidente del Parlamento europeo: se vince Bersani riforme e lotta alla disoccupazione, di Marco Mongiello

I voti a Berlusconi rischiano di riportare l’Italia nel baratro. L’osservazione del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, riportata ieri dal quotidiano tedesco Bild ma risalente a diversi giorni prima, è oramai un’ovvietà a Bruxelles, condivisa da progressisti e conservatori, dalla Commissione europea come dalle cancellerie nazionali. Gli esponenti del Pdl però hanno parlato di «ingerenza» nella campagna elettorale italiana e ieri hanno perfino chiamato in causa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, affinché intervenga per salvaguardare la sovranità nazionale.
Schulz, in questi giorni a letto con la febbre, qualche giorno addietro aveva spiegato alla Bild che «Silvio Berlusconi ha già fatto precipitare l’Italia in fondo al baratro con la sua irresponsabile guida di governo e con le sue scappatelle personali» e che «alle prossime elezioni la posta in gioco è importante». Quindi il socialdemocratico tedesco, probabile futuro candidato progressista alla Commissione europea, ha detto di avere «molta fiducia nelle elettrici e negli elettori italiani, che faranno la scelta giusta per il proprio Paese».
Secondo il presidente del Parlamento europeo il leader del Pd Pier Luigi Bersani è «un buon candidato» per proseguire le riforme, stimolare la crescita e lottare contro la disoccupazione. Del resto sia Schulz, ex leader dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, che Bersani hanno sempre criticato la politica di austerità della Cancelliera tedesca Angela Merkel.
Al Pdl invece le dichiarazioni del presidente dell’Assemblea di Strasburgo non sono andate giù. «Mai si era vista un’intromissione politica così evidente dalla più alta carica istituzionale del Parlamento europeo», ha commentato Giovanni La Via, che dopo il passaggio di Mario Mauro alla lista Monti è il nuovo capogruppo degli europarlamentari Pdl. Per La Via «le dichiarazioni di Schulz sono l’ennesima intromissione partigiana di chi, invece, dovrebbe attenersi all’imparzialità che il ruolo richiede».
Sullo stesso tono gli eurodeputati Pdl Roberta Angelilli e Carlo Fidanza e diversi deputati Pdl al Parlamento italiano, tra cui Alessandra Mussolini. Licia Ronzulli, l’eurodeputata ex infermiera che fu indicata da una delle «papi girl» come l’organizzatrice della logistica dei viaggi delle ragazze a Villa Certosa, quella che negò di esserci stata e poi ammise di esserci stata ma solo col marito, ha ricordato che «solo un anno fa Schulz non disdegnava il sostegno degli eurodeputati del Popolo Della Libertà che servivano ad eleggerlo presidente dell’Europarlamento, promettendo in cambio la garanzia del ruolo super partes, che sta però clamorosamente tradendo».
In effetti l’elezione di Schulz alla presidenza del Parlamento europeo è avvenuta anche con i voti dei popolari del Ppe, il che rafforza l’idea che a Strasburgo le considerazioni su Berlusconi siano oramai «super partes».

L’Unità 22.02.13

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