attualità, politica italiana

"Il realismo che serve al Paese", di Mario Calabresi

Finalmente oggi si vota, la campagna elettorale delle promesse più miopi della storia è finita e si torna alla vita reale. Miopia è avere la vista talmente corta da cercare soluzioni della durata di una settimana dimenticando che la politica e la capacità di governare dovrebbero invece preoccuparsi di costruire progetti per un futuro più decente. Miopia è pensare che esistano soluzioni catartiche, capaci di risolvere ogni problema in un istante spazzando via tutto quello che non ci piace: è illusoria (e alla prova dei fatti dolorosa) l’idea che tutto possa cambiare per miracolo in un sol giorno. E’ un’illusione soprattutto se noi tutti continuiamo a essere gli stessi di prima, se non abbiamo il coraggio di rimetterci in gioco, se non abbiamo l’onestà di riconoscere la complessità e ci rifugiamo nell’autocommiserazione, nella lamentela o nell’eterno gioco di scaricare le colpe su qualcun altro.

«Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose», ci ammoniva Albert Einstein e lo penso ogni volta che vedo gli italiani gridare agli sprechi e nello stesso tempo indignarsi per i tagli che cercano di eliminare quegli sprechi.

Ci vuole serietà, non si può chiedere una sanità più efficiente e ospedali capaci e contemporaneamente pretendere di avere un reparto maternità in ogni paese o in ogni quartiere. La vita reale che ci aspetta da domani è ancora fatta di difficoltà, di piccoli passi, di tentativi, ma dovrebbe essere fatta anche di speranza e di volontà.

Per questo dico che è stata una campagna elettorale deludente, complice l’oscena legge elettorale, perché tutta puntata sull’immediato e senza idee che parlassero di futuro, idee capaci di accendere l’immaginazione, di dare coraggio, di spingere all’impegno. Le campagne elettorali hanno però due soggetti, i politici e gli elettori. Anche noi siamo chiamati ad essere responsabili e credibili: nelle richieste che facciamo come nel voto che esprimiamo.

Abbiamo il dovere della memoria innanzitutto: spiace notare come né i candidati e nemmeno noi elettori siamo stati capaci di attribuire il giusto valore agli sforzi e ai sacrifici fatti nell’ultimo anno, dimenticandoci, immersi come siamo in un pessimismo e in una visione negativa che sembrano impedirci qualunque possibilità di ripartenza, che non saranno certo tsunami o facili scorciatoie a regalarci un Paese sano e migliore.

E abbiamo tutti il dovere di tenere la testa alta. Di pensare non soltanto a noi e all’immediato ma anche al Paese che vogliamo costruire per i nostri figli o i nostri nipoti. Dovremmo imparare a non illuderci di fronte a ricette di cortissimo respiro: ti rimetto in tasca alcune centinaia di euro, come una sorta di una tantum, ma ti nego la possibilità di pensare ad una sanità migliore, che riduca le umilianti liste d’attesa, a un welfare più al passo coi tempi, in cui una madre non sia costretta a scegliere tra il lavoro e la cura dei figli, a una scuola che rispetti gli insegnanti, valorizzi i bambini e non costringa i genitori a portare ogni settimana sapone, fogli e carta igienica.

Quando penso alla responsabilità di essere cittadini penso che questo contenga la necessità di non raccontarsi storielle facili e consolatorie: non è solo eliminando la cosiddetta «casta» che si risolveranno i nostri problemi. Non è sufficiente: è solo sostituendo i ladri, i corrotti e gli incapaci con persone più degne e preparate che ci incammineremo sulla strada giusta.

Il prossimo Parlamento, grazie alla pressione dell’opinione pubblica, avrà il merito di essere più giovane, di avere più donne, più volti nuovi e una percentuale di gran lunga inferiore di inquisiti e screditati. Questa è un’indubbia conquista, ma non pensiamo che questo sia tutto: ci vogliono idee per costruire e capacità di farlo, a questa sfida saranno chiamati tutti gli eletti.

Pensare che basti essere giovani e nuovi per aver risolto ogni problema è un po’ infantile e non riconosce nessun valore all’esperienza e alla capacità: mi immagino il futuro dell’Italia come un pullman che deve superare un passo di montagna, ci sono curve ghiacciate, salita e discesa, vorrei che a bordo con me ci fosse gente per bene, simpatica e solidale, ma mi farebbe anche piacere avere un autista che ha idea di dove andare, che conosca il percorso e magari non sia alla sua prima esperienza di guida…

Mi ha colpito, in questo senso, la seria prudenza con cui il sindaco di Parma Federico Pizzarotti ha parlato sul palco di Piazza San Giovanni dopo il roboante comizio di Beppe Grillo, perché ha riconosciuto che le cose si possono cambiare ma per gradi. La verità è che nessuno ha la bacchetta magica e i debiti le persone per bene li onorano, tanto che la giunta grillina – soffocata dall’immenso debito ereditato – ha dovuto aumentare le rette degli asili nido, l’Imu e le tasse e non sembra in grado di fermare il famoso inceneritore.

Oggi andiamo a votare e l’augurio migliore che posso fare a tutti noi e al Paese è che la prossima legislatura sia stabile, riesca a funzionare e soprattutto sia efficace: si sintonizzi sui bisogni degli italiani e provi a dare risposte vere e credibili. I nuovi deputati e senatori sono chiamati a dare prova di realismo, a convergere sulle leggi di cui abbiamo bisogno e a scegliere le priorità, non a cercare di difendere vecchi privilegi e rendite di posizione ma nemmeno a fare guerre di religione di stampo ideologico. Non si sente il bisogno di nuove macerie e di personalismo ma di ricostruire un’Italia in cui il lavoro non appaia un miraggio irraggiungibile a ogni ragazzo che finisce gli studi e in cui gli anziani pensionati possano andare al mercato a testa alta per comprare ai banchi e non a testa bassa per rovistare tra la frutta gettata via.

La Stampa 24.02.13

Condividi