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"Quell’antipatia senza genialità", di Francesco Merlo

È vero che l’antipatia dei ribelli, come furono Longanesi a destra e Feltrinelli a sinistra, è stata una grande risorsa italiana, ma dare del precario ad un giovane giornalista e disprezzarlo perché è pagato 10 euro ad articolo, come stanno facendo da ben due giorni Beppe Grillo e i suoi replicanti con il cronista Vasco Pirri Ardizzone, non è più antipatia rivoluzionaria, ma banale acidità reazionaria, baronale e classista.
E la “cittadina” deputata Gessica Rostellato, che alla Camera si rifiutò di stringere la mano alla signora Rosi Bindi, già bersaglio della miserabile derisione berlusconiana, non fu una purificatrice sia pure antipatica, ma solo un’antipatica mocciosa dell’Asilo Mariuccia. La stessa cittadina disse alle Iene di non sapere cos’è la Bce né chi è Mario Draghi: «Non lo so, sono fusa». Insomma, è vero che l’antipatia italiana è stata una specie di lievito del progresso, della cultura e dell’arte, a volte squadrista magari e altre volte persino bombarola, mai però così cretina.
E’ infatti, diciamo così sempliciotta, l’antipatia supponente della cittadina Roberta Lombardi che all’appello accorato di Bersani rispose con una battuta, «sentendola parlare mi sembrava di essere a Ballarò», che è un darsi di gomito tra compagnucci e soprattutto un ammiccare alle ossessioni televisive di Grillo, il capo che sorveglia in streaming.
Tutto l’umanesimo italiano è pieno di antipatici sublimi, da Torquato Tasso ad Alberto Moravia. E nella politica furono antipatici, tra gli altri, Aldo Moro, Palmiro Togliatti e Bettino Craxi. Un italiano antipatico, che è stato adorato dal popolo, era padre Pio che spesso cacciava via i penitenti, facendoli addirittura piangere: «Andatevene, sepolcri imbiancati!». E quelli scappavano mortificati e tuttavia fortificati nella fede.
Quando vengono invece cacciati dai grillini, i giornalisti non sono mortificati ma eccitati, e gli insulti — «lingue umide», «servi», «merde», «frustrati » e «precari» — non rivelano mai la miseria del cronista offeso, ma quella del Grillo di turno che insulta, sono il sintomo di qualcosa che è andata a male, come le espressioni dei volti di Crimi e della Lombardi accecati, davanti al povero Bersani, da abbagli scambiati per verità.
L’antipatia come grammatica dell’eversione o del cambiamento, ha infatti assoluto bisogno dell’ironia così come la fede, ha detto Papa Francesco, ha bisogno della tenerezza. La fede senza tenerezza è il fanatismo, sono le facce sapute della Lombardi e di quel Crimi che, dopo il primo colloquio con Napolitano — era “Morfeo”, era “la salma” — ha detto: «Beppe questa volta l’ha tenuto sveglio». Ecco: Crimi è così antipatico perché è grillino o è grillino perché è così antipatico?
Ricordo in piazza a Torino un operatore del Tg3 deriso da Grillo e dal suo servizio d’ordine, e costretto ad abbandonare, tra i lazzi, un luogo pubblico dove solo lui e i suoi colleghi erano lì per lavorare: l’antipatia della folla contro un poveruomo è sempre violenza, un corto circuito del pensiero. Già ad altri cronisti, come per esempio a Gulisano di Quinta Colonna, Grillo aveva gridato: «Non sei un giornalista, sei un precario, sei un pivello». Ma i precari e i pivelli non dovrebbero piacere ad un ribelle? I grillini, per esempio, sono tutti fieri di essere pivelli e precari. E per la verità come pivelli sarebbero persino simpatici se solo coltivassero anche un po’ di umorismo e ridessero qualche volta di se stessi invece di imputare ai giornalisti gli strafalcioni e le gaffe che ora gli amatori raccolgono in rete in una specie di riedizione delle avventure di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.
E si comincia con il senatore Campanella che denunziò con furore i tentativi di corruzione di Vendola, senza sospettare di essere caduto nel tranello di un imitatore e soprattutto senza farsi poi una risata liberatoria. E c’è la senatrice Enza Blundo che pensava che i senatori fossero «cinque o seicento », e il senatore Bartolomeo Pepe non sapeva dov’era il Senato: «Tanto, prendo un taxi». Ed è da risentire Roberta Lombardi che fa l’elogio del fascismo «prima che degenerasse», anche se il cult più ricercato è la sapienza di quel Bernini: «Non so se lo sapete ma in America hanno già iniziato a mettere i microchip all’interno delle persone, è un controllo di tutta la popolazione ». E poi la solita Lombardi ha spiegato in un video di alta economia che «restituire i crediti alle imprese è la manna per le banche». Si potrebbe continuare con questo sciocchezzaio che è grillismo contro Grillo, è gogna antipatica.
Anche Dante Alighieri, a quanto si tramanda nella novellistica, opponeva fra sé e gli altri il pathos dell’antipatia, della distanza: «L’uovo crudo è la pietanza più buona» rispose con la sua nasuta alterigia ad un convivio di sapienti ghiottoni. Quando feci ad Umberto Eco la stessa domanda, che era stata fatta a Dante, sul cibo migliore del mondo, la sua antipatia fu subito trascinante: «I piselli ripieni». L’antipatia, come Grillo una volta sapeva bene, funziona solo se è usata con sapienza. Eduardo De Filippo, che tutti raccontano antipatico, aveva di certi giornalisti la stessa idea che ne ha Grillo, e una volta al direttore del Mattino disse: «Voi dovete pubblicare sbagliato anche l’orario ferroviario, se no io, abituato a non credervi, perdo regolarmente il treno». Era più efficace e virtuosa l’antipatia di Eduardo o lo è quella coprolalica di Grillo che mette alla gogna tutti i giornalisti che non gli piacciono storpiandone il nome o facendolo storpiare — è il solito vizietto dei puri — sui suoi giornali di fiducia?
Nessuno, prima di Grillo e delle sue candide scimmiette, aveva trasformato l’antipatia italiana in un bla bla collettivo, nel codice della volgarità senza fascino, nella fuga dalle domande senza la grandezza antipatica di quell’Enrico Cuccia che sempre più si ingobbiva nel silenzio mentre l’inviato delle Iene lo inseguiva e lo incalzava. Riguardate invece le scene del programma ‘Piazza Pulita’ con gli inseguimenti dei cronisti a deputati e senatori a 5 stelle. Giovedì pomeriggio un giornalista del programma “La vita in diretta” li ha tampinati tutti e a tutti ha rivolto la stesse domande: «Perché non voterà la fiducia?», «Che opinione ha del turpiloquio di Battiato?». Sono domande da dieci euro certo, ma le risposte sono da cinquanta centesimi: «Io non ho opinione», «abbiamo un portavoce», «ognuno parla come vuole ».
Carmelo Bene, un grande antipatico italiano, un giorno fece pipì addosso ai giornalisti che lo avevano criticato. Mai si sarebbe abbassato a fare loro la morale o dar lezioni di deontologia con il linguaggio filosofico di Crimi: «I giornalisti ci stanno tutti sul cazzo». Questi del resto sono i rivoluzionari che a porte chiuse discutono per ore su come allinearsi alla linea del Blog, che è il totem, è l’oracolo che si pronunzia quasi sempre alle ore 15. E se capita che ci siano giornalisti che si battono per la libertà, che rischiano di persona,
contro le leggi bavaglio per esempio, «sono come gli stupratori che protestano contro gli stupri».
Anche l’antipatia italiana sta dunque andando a male. Quando infatti si incontra con la simpatia, si mette a friggere. Così l’imitazione che Fiorello ha fatto del sonno di Crimi ha prodotto in rete reazioni intemerate di dileggio e persino di minacce. Fiorello pensava che mai sarebbe stato indicato da Grillo come candidato alla presidenza della Repubblica ma non immaginava di finire additato come un nemico pubblico: «In Italia si può scherzare sul Papa ma non su Grillo». Ecco: la simpatia è l’acqua benedetta che fa friggere lo zolfo del diavolo.

La repubblica 31.03.13

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1 Comment on ""Quell’antipatia senza genialità", di Francesco Merlo"

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Simonetta rosato
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Questo articolo scritto in maniera esemplare, cattivello divertente e veritiero condensa il pensiero (credo ) di tutti quelli che non hanno votato Grillo. A parte l’analisi politica che lascio ai giornalisti politologi mi sono molto divertita con l’analisi antropologica e comportamentale di questi Nuovi Barbari. Grazie Sig. Merlo è sempre un gran piacere leggerla.

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