attualità, politica italiana

"Fiducia a Letta, anche chi vota no dialoga", di Maria Galluzzo

Chiudere un ventennio di contrapposizione politica e spingere il paese verso la crescita, la coesione e le riforme: per avviare una rivoluzione così importante un paragone biblico non è azzardato. In questi giorni il presidente del consiglio Enrico Letta, impegnato nell’«avventura di servizio al paese», ha pensato spesso a Davide che nella valle di Elah si prepara ad affrontare Golia. Lo dice al termine del discorso con cui mette il suo progetto per il paese e la sua squadra di governo alla prova del voto di fiducia delle camere.

Come Golia, spiega il presidente, oggi «dobbiamo spogliarci della spada e dell’armatura che in questi anni abbiamo indossato e che ora ci appesantirebbero». Di Davide servono «il coraggio di mettere da parte quella “prudenza politica” che spinge a evitare il confronto con le nostre paure», e la fiducia, che «è quella che chiediamo al parlamento e agli italiani».

Una metafora che arriva al termine di un discorso netto, asciutto – 45 minuti – e al tempo stesso a tutto tondo. Un intervento coinvolgente, che sorprende perché il premier, accanto alle linee programmatiche del nuovo governo, ai temi e alle priorità del paese, riesce a richiamare, senza dimenticanze, anche tutti gli interlocutori di questa avventura.

A cominciare dal presidente della repubblica, per «straordinario spirito di dedizione alla nostra comunità nazionale» con il quale ha accettato al secondo mandato; a Pier Luigi Bersani, che con «lealtà» lo sostiene «in questo difficile passaggio»; a Beniamino Andreatta, che gli ha insegnato la distinzione tra «politica, intesa come dialettica tra diverse fazioni» e «politiche, intese come soluzioni concrete ai problemi comuni», ossia quelle su cui si dovranno concentrare ora il governo e il parlamento; a Martina, la figlia del carabiniere gravemente ferito ieri davanti a palazzo Chigi. Ma non solo. Letta cita tutti, donne, giovani, famiglie. E soprattutto i protagonisti dell’Italia solidale, dai disabili, alle cooperative, ai sindacati.

Il programma del governo è molto chiaro. Parte dalla priorità “lavoro” e dalla gravità della situazione economica – «di solo risanamento si muore». Ci sono, fra i molti punti, l’Europa in crisi di legittimità, lo stop ai pagamenti dell’Imu di giugno per poi rimodulare le imposte sulla prima casa, il reddito minimo ai bisognosi, una soluzione strutturale per gli esodati, il no all’aumento dell’Iva. E poi arriva ai costi della politica: via province e finanziamento pubblico dei partiti, no al doppio stipendio dei ministri. E soprattutto mai più al voto con il Porcellum. Sul tema delle riforme costituzionali il premier propone una Convenzione aperta alla partecipazione di esperti che cominci subito a lavorare sulla base degli atti di indirizzo del parlamento. E blinda i tempi per arrivare «verso un porto sicuro»: 18 mesi. Al termine dei quali, altrimenti, trarrà «le conseguenze».

Nella descrizione dell’agenda di governo spuntano parole impegnative come autocritica, responsabilità, autorevolezza, sobrietà, scrupolo. Termini che puntellano un progetto che non ha come obiettivo quello di “vivacchiare” a tutti i costi, ma di portare il paese fuori dalla paralisi della Seconda repubblica.

Il discorso naturalmente non convince tutti. Scontate le critiche della Lega, che però annuncia l’astensione, in aula arriva una raffica di interventi dei 5 Stelle che fanno le pulci su tutto e a tutti i ministri, fino ad arrivare ad accuse molto pesanti.

La borsa invece dà subito un segnale positivo al nuovo esecutivo: Milano chiude con un più 2,2 per cento e lo spread scende a 271 punti.

Dopo la fiducia, Letta è pronto a partire per Bruxelles, Berlino, Parigi per portare all’Europa il contributo di un’Italia che si annuncia molto diversa.

da Europa Quotidiano 30.04.13

Condividi