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"La scuola pubblica della middle-class dove nasce la coesione americana", di Claudio Magris

Chicago. Accompagno Silvio Marchetti, che dirige con rara creatività l’Istituto italiano di Cultura, a tenere una lezione sull’Unione Europea in una scuola pubblica della città, il liceo classico — se così si può tradurre highschool — Foreman. La scuola si trova nel quartiere Belmont, alla periferia alquanto isolata e scialba di quella che forse è la più bella città degli Stati Uniti e quantomeno vanta una delle vie più belle del mondo, il Magnificent Mile.
Il liceo Foreman è frequentato soprattutto da studentesse e studenti ispanici — per lo più di provenienza o di origine messicana — e neri; alcuni, specialmente alcune ragazze, musulmani. È la prima volta che metto piede in una scuola secondaria pubblica americana, di cui spesso si lamentano la bassa qualità, il modesto stipendio e lo scarso prestigio sociale degli insegnanti nel Paese del business, ancorché ora vacillante, e delle grandi università, perfettamente organizzate e attrezzate come in nessun altra parte del mondo, in cui premi Nobel sdottorano come guru e in cui sussiegosi studenti in divisa assomigliano a giocatori di golf. I racconti che riguardano lascuola pubblica si soffermano spesso sulle situazioni peggiori nelle zone più disagiate, che rendono tanto più difficile il lavoro dei docenti con classi di alunni socialmente sbandati e disadattati, la cui scuola talvolta è più la strada che l’aula, anche con la violenza che ciò può comportare e che non favorisce certo, per usare un eufemismo, l’inclinazione allo studio e alla disciplina.
Ma ogni giudizio generalizzato è un pregiudizio, come dimostra quella mattina trascorsa al liceo Foreman, per me uno dei più begli incontri con la realtà americana. A parte i controlli all’entrata — necessari per la demenziale circolazione delle armi anche nelle mani più immature, ma sbrigati con cordiale ancorché scrupolosa lievità, diversamente da quanto accade talora nei contatti con la polizia all’ingresso nel Paese — mi sono trovato, di colpo, in una delle atmosfere che più amo e in cui più mi sento a casa, non troppo dissimile da quella del mio liceo triestino Dante Alighieri, dove hanno studiato pure mio padre e i miei figli e di cui ho celebrato un paio di mesi fa i centocinquant’anni (venendo, ahimè, definito dal giornale «illustre ex allievo ancora vivente»). Un liceo che ci ha insegnato ad amare lo studio e gli insegnanti, ma anche a ridere di essi pur sapendoli migliori di noi; che ci ha dato le coordinate fondamentali dell’esistenza e le amicizie fondanti per la vita, che ci ha insegnato a impegnarci nello studio pur non prendendolo troppo sul serio, a credere e insieme a non credere alle cose. È per questo che, come dice un personaggio di Fontane, il classico, con la sua ironia, «rende liberi». Alcuni di noi erano anche molto bravi con gli aoristi, la perifrastica passiva o l’estetica di Croce, ma quando un professore commetteva l’errore pedagogico di definirli «cavalli di razza» rispetto agli altri, essi ristabilivano subito le cose e l’unità fraterna della classe mettendosi a ragliare rumorosamente.
È quest’aria che ho trovato fra gli insegnanti e gli studenti di quella scuola pubblica americana. Un’atmosfera rispettosa e scherzosa, sciolta e aliena da presuntuosa protesta come da quella saccente supponenza che si ritrova in certi club studenteschi esclusivi di famosi campus universitari americani. Silvio Marchetti illustrava la storia dell’Unione Europea, i suoi meccanismi istituzionali, i suoi organi, le sue competenze, le sue difficoltà. Le domande erano precise, concrete; talune anche elementari, tuttavia mai vaghe o ideologiche. Nelle discussioni, rispettose ma vivaci e senza fronzoli, non emergeva affatto quell’ignoranza, sempre più crescente ovunque, che mi è capitato di incontrare pure in studenti di qualche università americana che non sapevano chi fosse Stalin.
Sguardi vivaci e affettuosamente maliziosi illuminavano quei volti per lo più bruni e quei sorrisi sotto i fazzoletti nient’affatto monacali delle alunne islamiche; alcuni, come è giusto, chiacchieravano, ma con discrezione, ridendo di qualcosa forse non meno importante, nella vita di un ragazzo, del trattato di Schengen o ridendo forse di noi, com’è altrettanto giusto, ma l’interesse generale, stimolato dall’illustrazione di Marchetti, era autentico e le domande rivelavano un’istintiva capacità di cogliere i problemi essenziali. Come appaiono fasulle, di fronte a quella gaia e semplice scolaresca, sia la petulanza delle nostre assemblee studentesche ideologico-pulsionali che chiedevano l’esame di gruppo o il trenta politico, sia l’ingenua arroganza di quei costosissimi percorsi scolastici americani che iniziano alla scuola materna o elementare quella pretesa selezione — intellettuale ed economica — che deve portare dall’asilo di lusso a Harvard, una programmazione grigiamente sovietica nello spirito anche se perfettamente organizzata, diversamente dalla sgangherata inefficienza sovietica.
È su scuole come questa che si basa la vera cultura di un Paese, che consiste nella qualità del suo livello medio, non nelle punte d’eccezione. Un Paese che avesse un Dante e milioni di sottosviluppati sarebbe un Paese barbaro. Occorre certo potenziare, dovunque, i centri di eccellenza da cui dipende la ricerca scientifica e tecnologica, fondamentale per ogni società, ma anche l’istruzione e la civiltà del cittadino medio, lasciando magari perdere, se la tasca è vuota e il piatto piange, festival, eventi e convegni.
Quelle classi accanto a me, quella mattina a Belmont, rappresentavano, contrariamente all’asfittica endogamia dei campus di eccellenza, la varietà della vita vera, in cui si studia e si fa chiasso, in cui ci sono secchioni e discoli, Pinocchio e Lucignolo. Una selezione diversa da quella ridicola dei test attende certo quella garrula scolaresca; una selezione difficile — per le difficili condizioni di partenza della maggior parte di quei giovani — incerta e inevitabilmente per qualcuno dolorosa, in un futuro che non è roseo per nessuno e tantomeno per chi è duramente esposto, senza alcun parapetto o privilegio, alla nuda durezza della vita.
Ma la fresca allegria della maggior parte di quei volti non sembrava inerme. In quelle classi che ci salutavano, uscendo dalla grande aula, chiacchierando e raccontandoci qualcosa della loro esistenza, delle loro famiglie, di ciò che loro piace o non piace, c’era l’America, l’americana varietà delle origini — anche degli insegnanti, una docente ad esempio proveniente dal Kazakhstan — e l’unità che alla fine ne risulta. «Quali sono veramente i confini dell’Europa?», ha chiesto una ragazza proveniente dalla Giamaica. Non è grave che né Marchetti né io sapessimo rispondere, ma che probabilmente non lo si sappia neanche a Bruxelles.

Il Corriere della Sera 17.05.13

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