attualità, partito democratico

"Tocca ai giovani rifare l’Italia", di Alfredo Reichlin

Bisogna uscire da questa situazione di sfiducia, di polemiche, di tristezza e di ricerca del «chi ha sbagliato». Che cosa è successo? Calma e gesso diceva un mio amico che amava il bigliardo. È successo che è cambiato il mondo: ma sul serio, come non mai, per cui accadono cose come milioni e milioni di voti che si spostano senza che ce ne accorgiamo
Calma e gesso. Bisogna lasciare da parte vecchie dispute e ripartire. Per ripartire bisogna ritrovare il terreno della lotta: con chi, contro chi, come.

Con quale idea della situazione e del nostro ruolo andiamo al congresso? A me sembra chiaro che la ricostruzione di un partito come questo non può consistere in una riedizione delle vecchie culture della sinistra. Le cose cambiano. Mi ricordo che non tanto tempo fa, un pezzo della dirigenza di questo partito non solo esultò di fronte alla famosa lettera della Bce che ci imponeva una feroce austerità con i disastri che adesso vediamo. Si arrivò a dire che quello era (finalmente) il programma dei Pd, e che le obiezioni che fece allora Fassina erano quelle di un pazzo. Adesso il governo Letta si batte giustamente perché l’Europa cambi pagina. Ecco come le cose cambiano. Cambiano al punto che non solo gli errori compiuti e le sconfitte subite ma i fatti del mondo chiedono un luogo dove si possa formare una nuova idea del riformismo. Ed è ciò che rende più che mai necessari l’apporto di culture diverse: socialiste, cattoliche, giovanili, europeiste e anche radicali.

Stiano attenti i nostri critici da sinistra a non segare il ramo su cui anche loro sono seduti. Il Pd non ha fatto una «alleanza» con Berlusconi. Sostiene un governo di eccezione per impedire che la crisi gravissima del Paese sfoci in avventure reazionarie e populistiche. Criticate pure limiti ed errori nostri (che ci sono) ma è del tutto evidente che nella situazione attuale, senza un forte partito come il Pd aperto a forze centrali dell’impresa, del lavoro e dell’intelligenza creativa diventa molto difficile impedire che gli interessi profondi del Paese, e in primo luogo quelli del mondo del lavoro, siano travolti da un collasso del sistema democratico e parlamentare.

È con questo animo che bisognerebbe andare al congresso. Prima di tutto –lo ripeto- con la consapevolezza che quello che stiamo vivendo è un passaggio storico. E che, soprattutto da questo dato di realtà, una realtà gra de come una casa, deriva la necessità di una grande svolta. Una svolta vera, anche culturale. Calma e gesso. La nostra crisi non discende solo da errori contingenti ma dal permanere di una visione delle cose non adeguata alle mutazioni che investono non solo i rapporti sociali ma la condizione umana. Perfino la distanza tra le generazioni i è diventata enorme. Di qui la sconfitta: una domanda di cambiamento a cui noi non abbiamo dato risposte. Non era facile, essendo il mondo cambiato non solo rispetto alla Prima Repubblica ma agli ultimi secoli. Ma di questa «semplice» cosa non ci siamo occupati. Il nostro orizzonte era ristretto. Questo io penso e non da oggi. Quindi che congresso vogliamo fare? Le risposte saranno difficili ma cerchiamo almeno di porci le domande giuste, le grandi domande che incalzano la politica.

Che cos’è oggi la politica? Mi piacerebbe discutere seriamente di questo con i giovani che vivono un tempo in cui la politica conta poco per ciò che riguarda le grandi decisioni ed è sempre più disprezzata. Stiamo attenti a non sbagliare. Da un lato dobbiamo evitare le fughe in avanti. Noi non siamo i «pasticceri dell’avvenire» e il nostro dovere anche morale è assumerci le responsabilità che la situazione ci impone, senza sognare «regni che non esistono» (le parole di Machiavelli con le quali Enrico Berlinguer accettò il peso della segreteria del Pci). Questo da un lato. Dall’altro lato dobbiamo evitare una «concretezza» basata essenzialmente sul carisma di un personaggio che si costruisce attraverso i «media». Nulla di male, a condizioni però di non avvilire il protagonismo della società e quindi quella condizione della democrazia che consiste nel rendere possibile il mutamento tra dirigenti e diretti. Non servono a niente le polemiche tra vecchi e giovani. Non si tratta di «rottamare» nessuno né di disprezzare le esperienze passate. L’idea di fondo è un’altra. Io partirei dalla consapevolezza che spetta ormai a una nuova generazione, fare qualcosa di analogo a ciò che seppe fare la generazione –sia comunista che cattolica- che occupò la scena dopo il fascismo. Una politica che si nutriva di cultura e che si pensava come storia. Quella generazione fu concreta perché fece più che qualche riforma: ridisegnò la figura stessa dell’Italia. La ripensò a fronte delle nuove sfide dell’Europa e del mondo, quali erano uscite dalla Seconda Guerra mondiale: il compromesso socialdemocratico, la rivoluzione dei consumi, la durezza della guerra fredda. Quella generazione fece una riforma agraria, sancì la pace religiosa, scrisse la Costituzione, rimise al centro la questione meridionale, cancellò l’analfabetismo, trasformò l’Italia in un grande Paese industrializzato. Perché lo ricordo? Perché sono di questo tipo i problemi di oggi. Essi richiedono di collocare le riforme dentro una nuova visione del mondo che sfida l’Italia e questa visione deve essere storicamente concreta. Fatevi avanti, giovani. Spetta a voi fare ciò che non è riuscito alla generazione di mezzo. Ridefinire la figura e il ruolo dell’Italia: questo è il compito che le cose vi chiedono. Non solo tirare a campare ma mettere l’Italia in grado di contare nella nuova Europa e nel mondo.

Non fatevi illusioni. L’Italia così com’è non regge. Berlusconi ha aggravato le cose ma i guai nostri sono più antichi e più profondi. Bisogna sciogliere il grande nodo che soffoca lo sviluppo. È il nesso tra uno Stato inefficiente e corrotto e la creazione di consorterie e corporazioni. È (come causa ed effetto) un capitalismo che non investe sull’innovazione ma privilegia i bassi salari e le rendite. Serve a poco gridare nelle piazze più giustizia se non sciogliamo questo nodo. La grande novità è che non si può più pensare l’economia nei vecchi termini della polemica tra Stato e mercato. Che aspettiamo a proporre un nuovo modello di sviluppo? Lo fece negli anni 60 del Novecento un moderato come Ugo La Malfa con la «nota aggiuntiva». È di questo che si discuteva nei convegni del Cespe come in quelli di S. Pellegrino. Così l’Italia è andata avanti. L’economia non è una legge naturale, è una scelta. Ed è per fare nuove scelte, più giuste e più umane che noi abbiamo bisogno di una nuova Europa politica, federata. Non c’è solo un problema di giustizia ma di difesa della civiltà europea. L’economia finanziaria attuale non solo è ingiusta è arrivata al termine della corsa. Non funziona. Il rilancio dello sviluppo non è più possibile senza far leva su nuovi consumi umani e nuovi bisogni sociali. Il protagonismo della società diventa essenziale. Questa a mio parere deve essere la bussola della sinistra. E una linea chiara che può essere tradotta dal «latino dei Vescovi nel volgare dei parroci».

L’Unità 23.05.13

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