attualità, politica italiana

"Il declino italiano e i tanti numeri da ribaltare", di Carlo Buttaroni*

L ’Abenomics, la ricetta economica del premier giapponese Shinzo Abe, fa discutere il mondo. Il programma di rilancio giapponese si basa su una forte espansione della spesa pubblica con pesanti interventi a carico del governo centrale (circa 85 miliardi di euro) accompagnati da investimenti da parte dei governi locali e di capitali privati. Complessivamente, un’iniezione di circa 170 miliardi di euro finalizzati a dare slancio all’economia nipponica con investimenti in tecnologie avanzate, ricerca e sviluppo, energia e ambiente, sicurezza anti-sismica, ricostruzione infrastrutturale e abitativa post-tsunami. Nel programma non mancano gli aiuti alle imprese in difficoltà, i sostegni ai redditi per i meno abbienti e gli investimenti nelle aree più deboli del Paese. Questa manovra, secondo il governo, dovrebbe portare, già nel 2013, una crescita del Pil pari al 2%, con conseguente aumento dei posti di lavoro di 600mila unità. Per spingere sulla crescita, la Abenomics punta anche a una forte espansione monetaria, alzando da subito il livello accettabile d’inflazione dall’1% attuale al 2% e, in prospettiva, al 3%. A tutto questo va aggiunto l’obiettivo di deprezzare lo Yen per rilanciare le esportazioni che nel 2012 hanno subito un forte rallentamento. Gli effetti di queste politiche economiche non si sono fatti attendere: il primo trimestre del 2013 ha registrato una crescita importante del Pil (+3,5%) e un calo del tasso di disoccupazione. Le critiche, però, non mancano, soprattutto per quanto riguarda l’inflazione. A tutti ha risposto il premio nobel Paul Krugman in un editoriale pubblicato sul New York Times: un po’ d’inflazione è proprio ciò che serve in questo momento, in Giappone come negli Usa. E anche in Europa. Tuttavia un rischio c’è, almeno potenziale. Le politiche monetarie sono immediate (in negativo e in positivo) mentre le manovre che utilizzano la spesa pubblica richiedono tempo. Il pericolo è che vengano attuate le prime, mentre le seconde stentino a partire. D’altronde, un conto è mantenere vicino allo zero i tassi d’interesse per aiutare la crescita del settore privato comprando titoli di Stato per finanziare la spesa pubblica, un altro è gettare soldi freschi di stampa dall’elicottero. Un’attività, questa, che i critici più feroci annoverano tra i programmi di stampo keynesiano, attribuendo (erroneamente) a Keynes l’idea che stampare denaro sia la medicina migliore per risolvere una crisi. In realtà, l’autore della Teoria Generale la pensava molto diversamente. L’espansione monetaria ha senso solo se serve a finanziare la spesa pubblica ed è utile nella misura in cui aiuta le imprese a investire e assumere, mettendo nelle mani dei propri dipendenti nuovo potere d’acquisto. Per Keynes, le politiche monetarie da sole non bastano. Ecco, infatti, cosa scriveva l’economista di Cambridge nel 1933 a Franklin Delano Roosevelt. «Lo scopo del programma di ripresa economica è quello di aumentare la produzione nazionale e mettere più uomini al lavoro. Nel sistema economico del mondo moderno, la produzione è attuata principalmente per la vendita e il volume di produzione dipende dalla quantità di potere d’acquisto confrontato con il costo primo della produzione che ci si attende arrivi nel mercato. In termini generali, pertanto, un aumento della produzione non può avvenire se non per il funzionamento di uno o l’altro di tre fattori: gli individui devono essere indotti a spendere una parte maggiore dei loro redditi già esistenti; oppure le imprese devono essere indotte da una maggiore fiducia nelle prospettive o da un basso tasso d’interesse a creare ulteriori redditi correnti nelle mani dei propri dipendenti, che è quanto succede quando o il capitale circolante o il capitale fisso del Paese viene potenziato; oppure l’autorit à pubblica deve essere chiamata in aiuto per creare ulteriori redditi correnti attraverso la spesa di denaro preso in prestito o stampato. In tempi difficili, il primo fattore non si può pretendere funzioni su una scala sufficiente. Il secondo fattore entrerà in gioco come seconda ondata contro la recessione, dopo che sarà cambiato il vento grazie alle spese dell’amministrazione pubblica. È, pertanto, solo dal terzo fattore che ci si può aspettare il maggiore impulso iniziale». In poche parole, Keynes riteneva che non si può comprimere il processo di crescita e l’austerità è esattamente l’opposto di ciò che è necessario fare in un momento di crisi. D’altronde, un governo non può liquidare il suo deficit se la fonte delle sue entrate, il reddito nazionale, è in diminuzione. In questo caso è proprio la riduzione del deficit e non il debito a essere controproducente, perché implica lo spreco del capitale umano e fisico disponibile, oltre la miseria che ne scaturisce. Nel 2010, il caposcuola dell’austerità, Alberto Alesina dell’Università di Harvard, ha assicurato i ministri delle finanze europei che «forti riduzioni dei disavanzi di bilancio sono accompagnate e immediatamente seguite da una crescita sostenuta, piuttosto che da recessioni, anche nel brevissimo periodo». Ma ci sono alcuni errori alla base delle «rassicurazioni» di Alesina. Il più grossolano è stato confondere la correlazione con la causalità, tanto che in un articolo del 2012, utilizzando lo stesso materiale di Alesina, gli autori hanno dimostrato che «mentre è plausibile ipotizzare che gli effetti legati alla fiducia siano stati in gioco nel campione statistico dei consolidamenti, durante le recessioni non sembrano essere stati mai abbastanza forti da rendere espansivi i consolidamenti». Un esempio ancora più eclatante è quello degli economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, secondo i quali la crescita dei Paesi rallenta bruscamente se il rapporto debito/Pil supera il 90%. Si è scoperto, per ò, che la loro teoria è viziata da banali errori di calcolo sul foglio Excel e che il risultato riflette la massiccia sovraesposizione di un Paese nel loro campione. Un articolo del blog TheNextNewDealdella Roosevelt Foundation mette in evidenza come, dato un certo rapporto Debito/Pil, è molto più probabile che la bassa crescita sia precedente tale rapporto e non successiva, come ci si aspetterebbe se fosse il debito a causare il rallentamento della crescita. L’aumento del debito pubblico determina, negli anni successivi al «picco», tassi di crescita leggermente maggiori che nel periodo precedente. È quindi la bassa crescita la causa di debiti pubblici elevati e non il contrario. La fragilit à delle teorie alla base delle politiche d’austerità è sempre più evidente e i risultati sono stati quelli che ogni keynesiano si sarebbe aspettato: crescita pressoché nulla nella zona euro negli ultimi due anni e mezzo, un enorme declino in alcuni Paesi, crescita del debito e una modesta riduzione dei disavanzi pubblici, nonostante forti tagli della spesa. Il tutto con effetti collaterali devastanti. In primo luogo, la disoccupazione prolungata, erodendo il «capitale umano» dei disoccupati, distrugge la produzione attuale e anche quella potenziale. In secondo luogo, le politiche di austerità hanno colpito molto più severamente i soggetti che si collocano in fondo alla scala della distribuzione del reddito, semplicemente perché coloro che si trovano nella parte alta della scala usufruiscono molto meno dei servizi pubblici. In Italia, la narrativa prevalente sulla crisi economica e sulle soluzioni per uscirne, ha identificato nell’alto debito pubblico «a rischio insolvenza» la causa primaria dei problemi attuali. Sempre al debito viene attribuita anche la malattia endemica del Paese: la debole crescita economica. In realtà, come tutti gli studi hanno dimostrato, la crescita del debito pubblico dipende dalla mancanza di crescita economica e non il contrario. E poiché è difficile motivare i tagli e il rigore sulla base di modelli macroeconomici di breve periodo, i sostenitori dell’austerità si sono concentrati su spiegazioni di lungo periodo mescolate a considerazioni di tipo etico: il debito pub
blico è un male poiché limita la crescita dell’economia nei decenni a venire e quindi renderà tutti più poveri nel futuro e lo Stato è un parassita che succhia la linfa vitale della libera impresa e dei cittadini. Soffrire oggi per godere dei benefici in futuro: questa, in altre parole, la soluzione acclamata dai sostenitori dell’austerity. E sotto l’insegna di teorie sbagliate e motivazioni indimostrabili, in Italia lo Stato si è ritirato dal governo dell’economia, sono state tagliate o rinviate le pensioni di lavoratori ormai avanti negli anni, effettuati tagli indiscriminati alla spesa pubblica, annullate le leve di sostegno alle imprese e alle famiglie nonché compressi i diritti dei lavoratori. Senza contare quanta disoccupazione è stata «causata» da teorie fondate su errori aritmetici e utilizzo scorretto dei fogli di calcolo. Per non rischiare di diventare poveri nel futuro si è così diventati poveri nel presente.

*PRESIDENTE TECNÈ

L’Unità 27.05.13

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