attualità, partito democratico, politica italiana

"Epifani: questo voto ci incoraggia", di Simone Collini

Un voto «incoraggiante» per il Pd, che a Roma segnala una chiara «volontà di cambiamento» e che nel resto d’Italia «premia la serietà e la capacità di governo» degli amministratori locali democratici e conferma il «radicamento» del partito nei territori. Guglielmo Epifani è soddisfatto dell’esito elettorale ma sa che il lavoro da fare sul partito e con il governo è ancora molto, che come dimostra la bassa affluenza alle urne il divario tra cittadini e politica è profondo e che i problemi con cui l’Italia deve fare i conti sono numerosi e complicati.
Il segretario del Pd lascia Roma di primo mattino, destinazione Terni, per partecipare a un’assemblea di lavoratori organizzata per discutere della vendita del gruppo Acciai speciali Terni da parte della società finlandese Outokumpu. Rientra poco prima che chiudano i seggi e poi segue lo spoglio delle schede dalla sede del partito, chiamando Ignazio Marino per commentare via via il risultato (che alla fine definisce «straordinario» e che «premia il profilo civico»: «Dobbiamo far rinascere questa città, con umiltà e sobrietà»). Il dato del Campidoglio fa registrare una netta bocciatura di Gianni Alemanno «mai nella storia dei sindaci di Roma al primo turno il sindaco uscente ha avuto un numero di voti così basso» conferma il Pd come partito più votato nella capitale e mostra un Movimento 5 Stelle in drastico calo: penalizzato, è l’analisi che viene fatta al Nazareno, dal no al governo di cambiamento tentato da Bersani, che ieri ha letto con soddisfazione i risultati elettorali. Ma al quartier generale del Pd è già il momento di guardare avanti. E infatti Epifani evita di infierire sui Cinquestelle («non è corretto dire qualcosa sul risultato delle altre forze politiche, ma dovrà essere motivo di riflessione per tutti») e lancia un appello in vista del ballottaggio del 9 e 10 giugno: «Sarebbe necessario che tutti coloro che credono e si sono battuti nel rinnovamento trovino nel nostro candidato il punto di riferimento. Se questo avverrà, tra 15 giorni Roma potrà avere quel sindaco di speranza e di rinnovamento che la capitale d’Italia si merita di avere».
Il Pd in queste due settimane dovrà evitare passi falsi e già dalla Direzione convocata per il 4 giugno (che dovrà aprire la pratica congresso) Epifani vuole far uscire un messaggio di unità e di forza del partito. Alcune uscite di ieri, come quella di Debora Serracchiani che ha detto che lei e Marino hanno vinto «nonostante il Pd», non sono piaciute al gruppo dirigente democratico. Il tesoriere Antonio Misiani bolla quella tesi come «stupidaggine», sottolineando che «il Pd è determinante per il buon risultato del centrosinistra in queste amministrative». E lo stesso Epifani parla di un voto «incoraggiante». «Non posso parlare di me e della mia segreteria, questo è evidente», risponde a chi gli domanda se il voto sia un segnale per il suo operato. «È qualcosa che incoraggia il lavoro che ho incominciato a fare, questo sicuramente sì. Credo sia un voto incoraggiante per tutto il Pd. La funzione del partito si conferma forte e il suo radicamento molto vitale. Quando si vuole cambiare si incrocia per forza questo partito e i suoi candidati».
Epifani però sa anche che il Pd, e il governo che sostiene, devono mandare in fretta un segnale di cambiamento affrontando le emergenze con cui deve fare i conti il Paese. Non a caso ha scelto come prima uscita pubblica da segretario del Pd l’assemblea dei lavoratori del siderurgico di Terni. Gli occhi in questo momento sono puntati sull’Ilva di Taranto, che per Epifani non deve smettere di produrre «perché se si ferma quello stabilimento avremmo a cascata conseguenze negative per il grosso degli impianti siderurgici in Italia» e perché solo se si tiene aperto «si possono fare investimenti per bonificare l’area». Ma non c’è solo il caso Ilva, dice il segretario Pd arrivando all’assemblea della Acciai speciali di Terni, che con i suoi 2862 occupati diretti copre il 15% del mercato europeo dell’inox e che ora la finlandese Outokumpu vuole mettere in vendita (dopo averla acquistata 16 mesi fa dalla tedesca Thyssen-Krupp): «Se si vuol dare all’industria italiana una prospettiva e se, come è necessario, vogliamo continuare ad essere un paese manifatturiero, dobbiamo salvare la nostra industria siderurgica», è il concetto su cui insiste Epifani chiamando anche il governo a giocare un ruolo di primo piano in questa vicenda. A Terni parla del destino dell’acciaieria, ma anche di Taranto e di Piombino, di come l’Italia si deve preoccupare se venisse intaccato un settore, com’è il manifatturiero, che copre l80% delle nostre esportazioni. «Il governo si deve muovere con decisione in Europa e nelle politiche interne», è l’appello che lancia a Palazzo Chigi.
Per domani è previsto un incontro in sede governativa a cui dovrebbe partecipare anche un rappresentante della Outokumpu (della quale detiene il 33% il governo finlandese). Sulla vendita dell’impianto siderurgico la nebbia è totale, e i sindacati chiedono che l’esecutivo giochi la partita direttamente anche in sede europea. Lo stesso Epifani giudica necessario «un ruolo attivo e decisivo» del governo perché «quando sono in ballo questioni di mercato europeo, quando devi parlare con multinazionali, è evidente che la sede non può che essere quella del livello nazionale». Ma non solo. Dice il segretario del Pd: «La questione dell’industria delle acciaierie in Italia è forse oggi la crisi industriale più profonda perché, in realtà, è una grande infrastruttura di base che serve a tutta l’industria italiana. Per questo sia il futuro di Terni, sia la situazione particolarmente difficile dell’Ilva, sia la situazione di Piombino e della Lucchini, cioè tre grandissime realtà degli acciai italiani, oggi richiede da parte del governo una particolare attenzione».

L’Unità 28.05.13

******

Il governo: Letta respira: gli elettori hanno capito, di Ninni Andriolo

Quello che a molti sembrava scontato non lo è. E i risultati di ieri dimostrano che il presidente del Consiglio si è scrollato la «croce che gli era stata gettata addosso», quella cioè di voler guidare un’alleanza «innaturale» con il Pdl che avrebbe fatto pagare al Pd prezzi elevatissimi. Si ragiona così dalle parti del governo, mentre le percentuali di Roma e delle altre città scorrono sugli schermi tv dando la misura delle difficoltà che l’intesa con i democratici al contrario scarica sul partito di Berlusconi e Alfano. «I risultati dimostrano che gli elettori del centrosinistra comprendono le scelte che il Pd ha fatto», così un premier «soddisfatto» ha commentato con i suoi i dati di ieri.
Il primo turno delle amministrative non chiude la partita, naturalmente. Né quella elettorale né quella «per l’Italia» che Letta ha avviato dalla postazione di Palazzo Chigi. Ma la giornata di ieri dimostra che «i giochi sono aperti» e che non sta scritto da nessuna parte che il risultato che il centrodestra riprenderà in mano le redini del Paese. Certo «chi ha votato Pd non pensava di ritrovarsi alleato del Pdl» ricordano dalle parti del governo «ma il dato di ieri dimostra che lo stato di necessità non permetteva alternative» al governo di servizio. Stato di necessità appunto. Dalle parti del governo si comprende benissimo che l’intesa Pd-Pdl non sarà «eterna» e dovrà essere «a tempo». Le elezioni di ieri, tra l’altro, «dimostrano che si tornerà al bipolarismo centrosinistra-centrodestra». Gli elettori del Pd «con responsabilità concedono credito», ma il loro banco di prova sarà costituito «dalle risposte che il governo darà alle emergenze, alla disoccupazione innanzitutto».
E l’interrogativo sulla «durata» dell’esperienza di governo si ripropone anche alla luce delle amministrative. A Palazzo Chigi sono ben presenti i rischi che potrebbe comportare il dato elettorale deludente del Pdl. Come reagiranno i «falchi» che non hanno mai digerito l’alleanza con il Pd e che spingevano Berlusconi verso nuove elezioni anticipate? E come reagirà il Cavaliere, certo fino a ieri di sondaggi che premiavano «il senso dello Stato» ostentato dopo le politiche? Il patto Letta-Alfano («qualunque sarà il risultato, le amministrative non produrranno scosse al governo») non basterà ad arginare un Cavaliere abituato a rivoltare i tavoli sulla base alle convenienze del momento.
E come inciderà sulla stabilità del governo la necessità del Pdl di recuperare nei ballottaggi? Impensabili scosse che terremotino Palazzo Chigi, ma fibrillazioni che mettano in difficoltà il governo Letta sono sempre possibili. Gli argomenti da cavalcare non mancano: dall’Imu, all’Iva, fino alla proroga delle detrazioni fiscali sulle ristrutturazioni edilizie. A dispetto delle coperture difficili da trovare il Pdl potrebbe marcare le distanze per provare a recuperare elettoralmente.
Ed è anche per ammortizzare questi rischi che da Palazzo Chigi filtrano interpretazioni del voto che tendono a dare atto sia al Pd che al Pdl di aver guadagnato «i ballottaggi quasi ovunque» e a mettere in risalto i risultati positivi delle larghe intese che «oscurano» il Movimento 5 Stelle. Il governo per dirla con Letta «non esce sconfitto» dalle amministrative, mentre il populismo di Grillo subisce un ridimensionamento evidente. L’astensionismo? La prima risposta di Enrico Letta sarà l’accelerazione sulle riforme. Domani alla Camera e al Senato sono previste due sedute importanti con la presenza del presidente del Consiglio. Letta prenderà la parola nelle due Aule per rimarcare l’esigenza di portare a compimento il percorso riformatore in breve tempo. Il governo auspica che il Parlamento possa sancire con atti formali l’avvio della fase «costituente». Si prevedono più risoluzioni che avranno una «base comune», come annuncia il ministro Quagliariello.
Al di là della polemica sulla clausola di salvaguardia che l’esecutivo vorrebbe far passare per correggere il Porcellum, Letta «non intende giocare al ribasso». I risultati di ieri, anzi, possono favorire sia le modifiche al sistema di voto sia il raggiungimento dell’obiettivo «massimo» che il premier intende perseguire»: una compiuta riforma elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, una nuova forma di governo.

L’Unità 28.05.13

Condividi