attualità, politica italiana

"La protesta è diventata alienazione", di Elisabetta Gualmini

Li hanno provati e hanno capito che non sono tanto diversi da tutti gli altri. I grillini dalle facce nuove e sconosciute alla politica, quelli «troppo inesperti per poter rubare», i politici-cittadini «proprio come noi» non hanno convinto gli elettori a chiedere il bis.

Il Movimento 5 Stelle ha perso un po’ dovunque nei comuni in cui si è presentato, dopo lo straordinario successo di tre mesi fa. Una nemesi storica a velocità supersonica, di proporzioni vistose. E lo sboom più che andare agli altri partiti è andato verso l’astensione. Se a febbraio Grillo aveva tirato per i capelli cittadini spazientiti, ma disponibili a fare il tentativo più estremo, buttandosi pancia a terra su una novità, ieri nemmeno le urla e i cori sbracati di tutti-a-casa non sono bastati. Più che rinunciatari o ribelli, in gruppi ora cospicui, i cittadini italiani tenderanno a cadere nella categoria dei «politicamente alienati». Di chi si sente totalmente estraneo rispetto alle istituzioni della democrazia rappresentativa. E non se ne cura più.

Il caso di Roma è emblematico. Solo un cittadino su due ha votato e i 5 Stelle hanno dimezzato il loro peso rispetto alle politiche. Avevano già dimostrato di soffrire sul voto amministrativo rispetto a quello nazionale, basato sull’opinione creata dal leader attraverso i media. La vittoria di Pizzarotti a Parma non deve trarre in inganno. Nel febbraio 2013, a Roma, presero il 27,3% sulle liste per il Parlamento. Ma lo stesso giorno, il candidato grillino alla presidenza della Regione guadagnò il 20,1 (e la lista con i candidati al consiglio comunale del Movimento solo il 16,8%). Oggi, però, è caduto al 13!

Il cyberpartito di Grillo, poi placcatosi saldamente a terra per mettere radici nei palazzi del potere, rimane pur sempre un partito di protesta. E i partiti di protesta raramente arrivano a ottenere una maggioranza utile per governare, o a mutare natura e diventare parte integrante del sistema. Il ridimensionamento che pare portare i 5 Stelle verso una taglia media, sembra dovuto a due fattori. Il congelamento del voto dato alle politiche ad opera di gruppi parlamentari che hanno perso troppo tempo a discutere di micro-strategie, scontrini del caffè, e organizzazione interna. E la mancanza di candidati alle amministrative con qualche appeal che non sia la sola luce riflessa del capo. Non si è visto in giro nessun altro Pizzarotti, in grado di essere a suo modo personaggio, e di farsi portavoce politico di movimenti locali già esistenti e già fortemente legati alla città. Dove Pizzarotti non c’è, come nella maggioranza dei luoghi, i «politici-gente-comune» sono solo degli sconosciuti, i 5 Stelle rimangono Grillo-dipendenti. Ma davanti al capo sfigurano. Di fronte alla violenza delle sue sparate colossali contro tutti, alla concretezza sanguigna del turpiloquio buttato addosso a chiunque e all’energia ciclopica che nemmeno il corpo elastico di Grillo riesce a contenere, il mondo mite e naïf degli aspiranti-politici che vogliono realizzare un Sogno (Come De Vito che è sceso in politica per cambiare il mondo per la sua bambina) semplicemente sparisce.

La politica corre veloce e le cose cambiano in fretta. Nel giro di pochissimo, l’antivoto è diventato non voto. Per quanto i dati vadano rispettati e non si debba indulgere con le esagerazioni. Ad esempio, alle regionali del 2010, la partecipazione a Roma era stata del 56,6%, solo di poco superiore a quella registrata ieri. Ma soprattutto, molti dei comuni in cui si è votato domenica scorsa, nel 2008 avevano votato nello stesso giorno delle politiche. Il termine di comparazione era quindi alterato. Tanto che se si considerano separatamente i comuni capoluogo che nel 2008 avevano votato lo stesso giorno delle politiche registrano un calo di 18 punti nel tasso di partecipazione. Ma in quelli che avevano votato in una data diversa, il calo è ben differente, di 8 punti. Molti lo stesso, naturalmente.

Insomma dalla «voice» (la protesta), si è passati all’exit (alla uscita dal gioco). Il suo fallimento ha fatto di Grillo il traghettatore da una forma di rifiuto a un’altra. Facendo prima lievitare la stizza per poi trasformarla in alienazione. E’ una indubbia battuta di arresto. Se il flop avrà ripercussioni sul plotoncino di parlamentari che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, lo vedremo a breve.

La Stampa 28.05.13

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