attualità, politica italiana

"Voglio la verità sulle stragi impunite", di Pietro Grasso

Caro direttore, nella storia della nostra democrazia è maggio il più crudele dei mesi. Il primo giorno, oltre che per la Festa del lavoro, è ricordato per la prima strage del secondo dopoguerra, quella di Portella della Ginestra, nel 1947. Il 3 maggio del 1982 a Reggio Calabria la ‘ndrangheta fa saltare in aria Gennaro Musella. Il 4 maggio del 1980 viene assassinato il capitano Emanuele Basile. Il giorno dopo, ma nel 1960, il giornalista Cosimo Cristina. Il 9 maggio 1978 vengono ritrovati, a centinaia di chilometri di distanza e uccisi per mano diversa, i corpi di Aldo Moro e di Peppino Impastato. Il 17 maggio 1972 viene ucciso Luigi Calabresi; il 20 maggio 1999 Massimo D’Antona. Tutti gli italiani nati prima del 1980 si ricordano i dettagli di dove erano, e con chi, e a far cosa, quando hanno avuto la notizia della Strage di Capaci del 23 maggio 1992. Il 27 maggio 1993 la mafia ha colpito Firenze, i suoi cittadini e i suoi tesori artistici; il 28 maggio 1974 una manifestazione in Piazza della Loggia a Brescia è stata sconvolta dallo scoppio di una bomba. Lo stesso giorno, nel 1980, viene assassinato Walter Tobagi. Un lungo elenco, probabilmente incompleto, sicuramente doloroso.
All’elenco dei morti e dei feriti andrebbero aggiunti anche tutti coloro che sono vittime morali degli omicidi e delle stragi mafiose e terroristiche. Mi riferisco ai familiari, alle mogli, ai figli, agli amici, privati violentemente dei loro affetti e del futuro che avevano immaginato e che non hanno potuto vivere. Vittime sono anche le città ferite, le comunità frustrate e spaventate che da decenni invocano una giustizia che spesso non è riuscita a fornire risposte certe e a dare condanne esemplari.
Il tempo passa, e noi abbiamo, tutti insieme, il dovere di far conoscere anche a coloro che a distanza di tanti anni sentono quello che è successo, e quello che è costato, troppo lontano, come una pagina di storia e non una realtà viva e ancora dolente; abbiamo il dovere di dire, di ripetere, di trasmettere la comprensione del dolore, la consapevolezza del morire dentro con l’obbligo di conservare forza per ricostruire. Non dobbiamo dimenticare. In questo sforzo attori instancabili sono proprio i familiari e le associazioni che li riuniscono, che con amore raccontano le storie di vita e di sacrificio proprie e dei loro cari perché si trasformino in memoria collettiva e lezione di vita, nonostante sia un compito difficile, penoso, duro. Il loro sforzo è fondamentale e diventa patrimonio comune.
Il ricordo collettivo ha infatti un valore importante. La memoria condivisa ricostruisce l’identità di ciascuno di noi. La comprensione del passato ci permette di capire chi siamo, che cosa vogliamo, ci consente di dare uno spessore diverso alla nostra esistenza. Ci consente di pesare il valore dei giorni di ieri, di valutarne gli intrecci con la nostra storia personale, nella consapevolezza che ciò che è andato perduto ci ha reso più forti. Più vigili. Più determinati. È necessario per i nostri giovani, perché siano forti in loro lo spirito di unità, il senso dello Stato e la consapevolezza che uniti si vince sempre.
Molto si è lavorato sulla genesi e sulla natura dei fenomeni di stragismo e terrorismo politico, su come siano nati, quali siano state le radici, le ideologie e le strategie di supporto. Ma bisogna andare avanti, illuminare tutti i punti oscuri, non smettere di cercare la verità: giudiziaria se ancora possibile, o storica. Dobbiamo avere il coraggio di guardare al nostro passato senza paura e senza omissioni, perché un Paese che nasconde e teme la propria storia è un Paese senza futuro. Solo la verità può permettere di fare luce sulle nostre pagine buie e di rendere, così, giustizia ai morti e ai sopravvissuti.
L’impegno per la ricerca della verità, che ha sempre animato la mia attività di magistrato, non è cambiato. Nella mia nuova veste di presidente del Senato provo un senso di responsabilità forse ancora maggiore nell’affrontare le sfide che la lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo pone quotidianamente. In questa nuova funzione ho più volte detto che sarebbe opportuno allargare i compiti della commissione d’inchiesta antimafia anche alle stragi e al terrorismo per comprendere esattamente le convergenze tra organizzazioni di stampo mafioso e eversivo. Se le forze del male si compattano lo Stato deve poter rispondere con altrettanta compattezza e forza per capire il passato recente e scongiurare ogni rischio di riproduzione di quei fenomeni che tanto sono costati agli italiani. Anzi, è necessario rafforzare la democrazia e promuovere la cultura della legalità in ogni ambito. Mai come oggi il nostro Paese ci chiede di agire. Bisogna intervenire al più presto, sul piano dello sviluppo, dell’economia legale, della lotta politica, dell’impegno quotidiano. La cultura della legalità deve essere il fulcro di un progetto di cambiamento della società. Deve diventare il motore di una politica di rinnovamento, con forze politiche che ridefiniscano la loro identità in questa direzione e una società civile capace di darsi un progetto e una reale autonomia.
In questi giorni di maggio ho partecipato con grande commozione alle cerimonie di commemorazione tenute a Portella della Ginestra, a Reggio Calabria, al Senato il 9 maggio scorso per la giornata in memoria delle vittime del terrorismo, così fortemente voluta dal presidente della Repubblica, sotto la casa di Massimo D’Antona, a Palermo con le navi della legalità e nell’Aula bunker del maxiprocesso, a Firenze e Brescia. Sono giorni che giro l’Italia parlando di questo, confrontandomi con le persone che erano presenti in quei momenti, con i sopravvissuti e con i familiari, ma soprattutto con i giovani studenti delle scuole di tutta Italia che, grazie al lavoro di centinaia di insegnanti appassionati, hanno dubbi, domande, voglia di capire.
Posso dire che parto ogni volta pensando di offrire io parole di coraggio e speranza mentre sono io a riceverne. Il dolore che il nostro Paese ha subito è stato trasformato in impegno civile e in una costante voglia di ricordare e di cercare verità e giustizia, in nome dei tanti martiri civili della nostra storia. È un’aspettativa che non dobbiamo deludere, è un impegno che le istituzioni debbono portare
avanti, a qualunque costo.

L’autore è presidente del Senato

La Repubblica 29.05.13

Condividi