attualità, economia, politica italiana
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"Chi paga il conto", di Massimo Giannini

Quello del governatore «è il mestiere più facile del mondo: stringi la
liquidità, la allarghi, e in tutti i casi non devi rispondere davanti all’
elettore degli effetti concreti delle tue scelte ». Era una vecchia lezione di
Guido Carli, che negli anni ’70 e ’80 temeva il «vuoto», politico e
anche sociale in cui la Banca d’Italia finiva spesso per rinchiudersi, mentre
“fuori” dilagava la democrazia del deficit, la partitocrazia usava la spesa
pubblica per comprare consensi, e la tecnocrazia di Via Nazionale non poteva
far altro che restringere il credito per frenare il disastro. Il grafico dell’
inflazione e quello della massa monetaria erano un’arma di difesa, l’unica e l’
ultima, da brandire contro le «invasioni barbariche» dell’epoca. Era un bene,
perché così si tutelava l’economia nazionale. Ma per alcuni era anche un male,
perché la Banca finiva per essere percepita come un corpo a sé, distinto e
distante dal Paese.
Quarant’anni dopo molto è cambiato. La lira non c’è più. Sui tassi di
interesse decide l’Eurotower, non più Palazzo Koch. Ma quella sottile
sensazione di «straniamento» che percepiva a suo tempo Carli si percepisce
anche oggi, ad ascoltare le Considerazioni finali che il suo erede Ignazio
Visco legge di fronte a quello che una volta si chiamava il «gotha» dell’
industria e della finanza.
Una bella relazione, quella del governatore. Stringata e asciutta, com’è nel
nuovo stile della casa. Ma oggi come allora (e come è accaduto anche all’
assemblea di Confindustria una settimana fa), l’establishment celebra i suoi
riti autoreferenziali lanciando speranzosi messaggi in bottiglia a una politica
che non li raccoglierà. Parlando a se stesso di un altro «anno difficile», di
«gravi prove» che la collettività ha dovuto affrontare, di «progressi
insufficienti». Ma intanto, «fuori», svaniscono un milione e 400 mila posti di
lavoro, la disoccupazione giovanile supera il tetto del 40%, i prestiti delle
banche si contraggono di 60 miliardi, falliscono 14 mila imprese all’anno,
bruciano 230 miliardi di Pil in cinque anni.
In queste condizioni non deve essere più tanto facile fare il banchiere
centrale, senza sentire il peso di una situazione drammatica che, come dice
giustamente Visco, in teoria chiama in causa tutti (dai «rappresentanti
politici » che «stentano a mediare tra interesse generale e interessi
particolari», alle «imprese, le banche, le istituzioni »). Ma in pratica
presenta il conto solo ai tanti che, in quel salone di Via Nazionale, non ci
sono, non si vedono e non si sentono. Le famiglie mono- reddito, i pensionati
al minimo, i precari, le finte partite Iva, i disoccupati, i cassintegrati. Qui
non si tratta di fare populismo un tanto al chilo. L’auto-rappresentazione
delle classi dirigenti è fisiologica nelle democrazie moderne dell’Occidente.
Ma non può e non deve diventare auto-assoluzione delle élite, che tutt’al più
si rimpallano le colpe tra di loro.
Nella relazione del governatore non c’è una sola riga che non sia
condivisibile, e improntata al rigore scientifico, analitico ed etico che da
sempre contraddistingue la Banca d’Italia e ne fa (insieme al Quirinale) l’
istituzione più autorevole del Paese, al quale presta, non a caso, da decenni
le sue migliori risorse umane e professionali. La criticità dell’euro e la
centralità dell’Europa. Il ruolo insostituibile della Bce, che finora ha
salvato da sola la moneta unica e persino l’Italia, dove gli interventi «non
convenzionali » decisi da Draghi hanno contribuito a sostenere il Pil per
almeno 2 punti percentuali e mezzo negli ultimi due anni. La necessità di
completare il processo di integrazione «monetaria, bancaria, di bilancio e
infine politica ». Ma quando l’orizzonte si restringe sull’Italia, subentra uno
sconforto che l’intero «Sistema» (non solo quello politico, ma anche quello
industrial-finanziario) non può non avvertire come risultato di una sua
inadeguatezza.
E se oggi è davvero a rischio «la coesione sociale», questo non può dipendere
sempre e soltanto da una politica sorda e codarda. Dall’osservatorio di Palazzo
Koch la Prima Repubblica non è mai finita. L’Italia si è fermata «a venticinque
anni fa». Siamo cioè nello stesso Jurassic Park del 1988-89, quando governava l’
Andreotti VI, Tangentopoli covava sotto la cenere, esplodeva lo scandalo Bnl-
Atlanta, infuriavano le proteste sulla chiusura dello stabilimento Italsider di
Bagnoli, le lettere del corvo ammorbavano il pool antimafia, e proprio Carli da
neo-ministro del Tesoro sbatteva i pugni e la testa contro il «partito
trasversale della spesa». Basta sostituire il penta-partito di Andreotti con il
«governo di servizio» di Letta e Alfano, Bnl-Atlanta con il Montepaschi, l’
Italsider di Bagnoli con l’Ilva di Taranto, i veleni del corvo di Palermo con i
miasmi della trattativa Statomafia, Carli con Fabrizio Saccomanni. E il gioco è
fatto.
Da lì, da quelle «debolezze strutturali», non ci siamo quasi più mossi.
Abbiamo rinviato il risanamento del bilancio. Non abbiamo qualificato la scuola
e l’università. Non abbiamo lottato abbastanza contro la corruzione e l’
evasione. Non abbiamo riformato il mercato del lavoro. Non abbiamo semplificato
la nostra burocrazia, per rendere la vita più facile ai cittadini e l’ambiente
più propizio alle imprese. Quello che Visco dice, ed ha perfettamente ragione,
è che tanta parte della nostra arretratezza è imputabile a un capitalismo senza
capitali, a un tessuto industriale che ha rifiutato la sfida del libero mercato
e dell’innovazione di prodotto e di processo, privilegiando la rendita agli
investimenti. Quello che Visco non dice, e ha torto a non farlo, è che nella
crisi le banche hanno avuto ed hanno un ruolo cruciale, non meno «critico» di
quello delle imprese. Il credit crunch è un nodo scorsoio che si stringe al collo delle famiglie e delle aziende. È vero che le sofferenze esplodono, ma una parola di più ai Signori del Credito il governatore avrebbe potuto e dovuto spenderla, per spiegare come si può allentare quella morsa.
Dietro l’angolo non c’è molto di buono. In un anno non se ne possono
recuperare venticinque. Non aspettiamoci che la Ue, chiusa la procedura d’
infrazione, ci proietti nelle verdi vallate del deficit spending. Non andrà
così. L’austerità non può finire, non si esce dalla crisi «con la leva del
disavanzo». La ricetta del governatore è di assoluto buon senso. Possiamo
ridurre le imposte solo in modo selettivo, tagliando la spesa corrente e
privilegiando il lavoro e la produzione (magari non trasformando l’Imu in un
feticcio ideologico). Dobbiamo spostare l’attività industriale dai settori in
declino a quelli in espansione, rassegnandoci all’idea che molte occupazioni
scompariranno per sempre. E senza un piano di lungo periodo sul lavoro e la
formazione, a salvare i giovani non basterà il miraggio della «staffetta
generazionale ». In definitiva, serve «un programma credibile », che incida
sulle aspettative e ridia la fiducia necessaria. Così, alla fine, si torna all’
inizio: in tutti i settori della vita pubblica, servono leadership all’altezza
del compito, che diano l’esempio e inoculino civismo in un tessuto sociale,
imprenditoriale e sindacale, irrigato dal cinismo. Ma nell’Italia di oggi c’è
traccia, di un establishment siffatto? La stagione delle Larghe Intese sarà
anche quella delle Lunghe Attese.

La Repubblica 01.06.13

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