attualità, lavoro

"Un esempio per l'Ilva", di Luciano Gallino

La sentenza di Torino sulla Eternit pone un punto fermo, con una condanna di severità senza precedenti, a una terribile storia durata centoquindici anni. La elevata nocività dell’amianto fu infatti scoperta da un’ispettrice del lavoro inglese nel 1898. Sulle prime aveva qualche dubbio, ma un medico del lavoro da lei interpellato, che studiò al microscopio le particelle di amianto sospese nell’aria degli ambienti in cui veniva lavorato, concluse che per la loro forma tagliente e frastagliata esse potevano risultare estremamente dannose per chi le ispirava. Nei primi anni del Novecento medici francesi misero in relazione la morte di decine di operaie tessili con la polvere di amianto diffusa nei loro reparti.
Negli anni Venti e Trenta le morti imputate dai medici alla lavorazione dell’amianto diventano migliaia. Negli anni 60 si scopre che muoiono anche i parenti di coloro che lavorano a prodotti amiantiferi, nonché gli abitanti di quartieri situati nella vicinanza degli impianti che li fabbricavano. Verso la fine degli anni 90 uno studio della Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea) stima che da quel tempo al 2035 i casi di tumori al polmone e mesotelioma si aggireranno sui 3-400 mila, quasi tutti mortali. In totale, si stima che soltanto in Europa le morti riconducibili all’amianto siano state, in oltre un secolo, alcuni milioni, e secondo le stime dell’Eea non sono affatto finite. L’uso dell’amianto nelle lavorazioni industriali è stato vietato dall’Unione Europea nel 1999. Appena centouno anni dopo che un’ispettrice del lavoro a due sterline la settimana aveva lanciato l’allarme.
Com’è possibile che una simile tragedia non sia stata fermata prima, i responsabili individuati e condannati, le fabbriche e i siti inquinati sottoposti decine di anni addietro a un’opera radicale di disinquinamento? Un fattore è stato il tempo. Diversamente da altre sostanze nocive – tipo, per dire, la diossina – l’amianto non uccide quasi subito. Ci si ammala, e si muore, perfino decine di anni dopo essere stati esposti alle sue polveri. Tale circostanza è stata sfruttata dalle direzioni delle corporation
attive nel settore dell’amianto, da falangi di legali da esse impiegati, come pure da centinaia di medici di parere opposto a quello dei loro colleghi, per sostenere nel corso di quasi un secolo che tra l’esposizione all’amianto e la patologia che colpiva chi lo aveva maneggiato o toccato o ispirato non era possibile stabilire con sicurezza una relazione causale. I tribunali americani ed europei hanno molto spesso dato loro ragione. Quello di Torino no.
La sentenza torinese ha spezzato tale muro di negazionismo quanto a tutela della salute sui luoghi di lavoro. È un salto nella incisività
dell’azione giudiziaria la cui portata va perfino al di là del problema amianto. Essa impone ai dirigenti delle imprese, ma anche ai loro principali proprietari, di prendere molto più sul serio di quanto non abbia fatto finora la maggioranza di loro il cosiddetto principio di precauzione. Esso dice che quando le conseguenze di un dato modo di operare possono essere estremamente gravi, la sola possibilità che esse intervengano debbono indurre a studiare d’urgenza quel modo stesso di operare, e a fronte di prove anche non certe sospenderlo. Se la Eternit avesse adottato tale principio, per non parlare delle tante imprese del medesimo settore, vi sarebbero state migliaia di morti in meno. È probabile che molte persone, nei prossimi anni, debbano essere grate, senza magari saperlo, al tribunale di Torino e ai suoi pm, per il fatto che le imprese avranno d’ora innanzi un solido motivo per guardarsi bene dall’ignorare il principio di precauzione. E questo vale per tutti. A partire dall’Ilva di Taranto.

La Repubblica 04.06.13

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