attualità, politica italiana
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"Le parole che Beppe dovrebbe conoscere", di Claudio Tito

«Il popolo italiano — nella sua parte migliore — si è dato un governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del Parlamento ». Molto probabilmente Beppe Grillo non ha mai letto queste parole. Si tratta di Benito Mussolini in un famoso discorso pronunciato nel 1922. Ovviamente il paragone tra il capo del Movimento 5Stelle e il dittatore fascista è soprattutto un paradosso. E del resto nelle parole scriteriate dell’ex comico c’è un inconsapevole paradosso che impedisce un confronto autentico con un precedente tanto inquietante.
Eppure quando un leader politico – e Grillo è un leader politico – si esprime in pubblico o in piazza, come è quella virtuale del suo blog, non può fare a meno di soppesare bene le parole che sta usando. La politica non è il palcoscenico in cui si recita una gag. Aver raccolto tanti voti alle ultime elezioni politiche impone delle responsabilità che sono superiori a quelle che si assumono quando si recita una parte. Paragonare le Camere ad una tomba, invocare la chiusura del Parlamento, ossia il simbolo e l’espressione più alta di ogni democrazia, significa insultare in primo luogo tutte le moderne conquiste di libertà.
Il portavoce del Movimento 5Stelle, invece, si sente alleggerito da ogni scrupolosità, autorizzato a violare le norme minime del rispetto democratico. Sembra quasi che non si renda conto di quello che sta dicendo. È come se andasse alla continua ricerca della battuta e dello stupore altrui anche a costo di dire delle incredibili baggianate.
In questo modo, però, Grillo appare sempre più allergico al confronto. I suoi obiettivi, anzi, prescindono dal dialogo con chiunque non la pensi a suo modo. Ignora il dissenso all’interno del suo Movimento, minaccia espulsioni, addita al pubblico ludibrio chi prova a contraddirlo. Metodi che fanno tornare alla memoria episodi drammatici. Del resto ogni qual volta, qualcuno tenta di prendere le distanze, ecco che parte il suo ukase. Lo ha fatto – in modo davvero contraddittorio – anche di recente rinnegando i suoi due candidati al Quirinale. Stefano Rodotà e Milena Gabanelli sono stati prima promossi come competitor “anti-partiti” per la corsa al Colle. Poi, non appena hanno mostrato la loro autonomia intellettuale, sono stati brutalmente scaricati. Il leader del M5S non sopporta dunque alcun tipo di divergenza. E quel che sta avvenendo nei suoi gruppi parlamentari ne sono la dimostrazione. Nel giro di tre mesi, le assemblee dei grillini si sono trasformate in una vuota e burocratica adunata in cui non si decide assolutamente niente. Tutto avviene negli uffici milanesi di Casaleggio. Senza alcun preavviso lo staff ha deciso pochi giorni fa che gli aborriti talk show sono diventati improvvisamente frequentabili. Dovevano essere i gruppi parlamentari – avevano promesso – a valutare la svolta e le modalità di partecipazione. Invece Grillo e Casaleggio hanno convocato a Milano una dozzina
di senatori e deputati e hanno fatto tutto.
È chiaro che in un contesto del genere viene facile dire che il Parlamento è la «tomba della Prima Repubblica ». Forse l’ex comico non sa nemmeno che un giudizio analogo – sebbene molto meno violento e molto meno eversivo – lo emise qualche tempo fa il suo acerrimo nemico, Silvio Berlusconi, che voleva far partecipare al voto d’aula solo i capigruppo per snellire le procedure.
La lezione che gli italiani gli hanno impartito alle ultime amministrative – quelle in cui a suo giudizio hanno votato soprattutto i cittadini di serie B – evidentemente non ha lasciato alcun segno. Ha dimezzato nel giro di due mesi i voti raccolti a febbraio. Aver messo nel surgelatore della politica il 25% per cento di elettori non ha funzionato. Così come non può funzionare l’idea che siccome in Parlamento non riesce a vincere, allora meglio chiuderlo. Come quei bambini che quando perdono a calcio, si portano via il pallone. Magari dovrebbe andarsi a rileggere Voltaire («Non sono d’accordo con te ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee») o magari, come terribile memento, il discorso letto dal Duce proprio alla Camera nel 1922: «Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangarlo e costituire un governo di soli fascisti». Quando si parla di Parlamento, dunque, è bene fare un uso prudente dei paradossi.

La Repubblica 08.06.13

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