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"Intervista a Massimo Monaci. Giù il sipario", di Francesca De Sanctis

Video, petizioni, lettere, perfino proteste sui tetti. I piccoli e grandi Teatri d’Italia, pubblici e privati, mettono in campo tutti gli strumenti che hanno a disposizione per dire “NO alla chiusura”. La crisi sta ammazzando anche loro. Basta fare un rapido giro d’Italia, dal nord al sud, per capire che in molti casi è già andato in scena l’ultimo spettacolo. Se n’è accorto pure Maurizio Crozza, che di recente, in un monologo sulla crisi della cultura aveva denunciato: «Centinaia di teatri stanno chiudendo in tutta Italia!». Spesso quelli in difficoltà sono spazi storici, con anni e anni di esperienza alle spalle: parliamo dell’Arena del Sole Bologna, dell’Archivolto di Genova, dell’Eliseo di Roma, e poi il Sancarluccio di Napoli, il Teatro Bellini e lo Stabile di Catania… L’elenco è molto più lungo e fa una certa impressione. Gestire gli spazi è sempre più faticoso, dunque. Cos ì succede anche che molte sale romane chiedano un affitto da pagare alle compagnie ospiti. Di conseguenza, per gli attori che non lavorano nella capitale, trovare una «piazza» a Roma è diventata un’impresa ardua. E questo vale non solo per le giovani compagnie, ma anche per i grandi nomi. Il problema serio è che il tutto si traduce in un abbassamento del livello qualitativo dell’offerta, che solo in parte riesce ad essere compensato dai mille e vitali festival che pur autoproducendosi ce la mettono davvero tutta per presentare programmi originali.
Che la crisi avesse messo in ginocchio un po’ tutto il settore culturale, in verità ce ne eravamo accorti già da tempo. E i dati Siae dello scorso anno, relativi al settore spettacoli, ce lo avevano confermato. Dallo studio di oltre 4 milioni di spettacoli censiti dalla Siae nel 2011 emerge una generale diminuzione della spesa al botteghino (-0,98%) e della spesa del pubblico (-1,90%). In particolare, per quanto riguarda l’attività teatrale, si registra una flessione in tutti gli indicatori: l’offerta di spettacoli segna un -3,1%, gli ingressi -2,31%, la spesa al botteghino -4,73%, la spesa del pubblico -4,29% e il volume d’affari -2,74%.
Ma come si è arrivati a queste cifre? E quando è iniziata la crisi? «È cominciata senza dubbio con i tagli al Fus e poi è andata avanti senza tregua» ci dice Massimo Monaci, presidente di Agis Lazio (l’associazione di categoria che annovera tra i propri associati 80 teatri, 45 compagnie di prosa e 18 istituzioni musicali e 70 parchi divertimento in tutto il Lazio) nonché direttore artistico dello storico Teatro Eliseo di Roma, purtroppo in forte difficoltà, tanto da aver lanciato un appello per la ricerca di nuovi soci e sponsor. «È vero dice Monaci l’Eliseo cerca nuovi soci. Il periodo è molto complicato, dunque lo è anche per noi. Ci sono due livelli secondo me da considerare in questa crisi: il primo è la crisi generale che il nostro Paese sta attraversando da circa un anno e mezzo, il secondo riguarda il nostro sistema teatrale, che ormai non regge più perché gli enti istituzionali (Comune, Provincia, Regione), che un tempo facevano rete, ora non hanno la forza, il peso, la volontà di intervenire. Tutto questo per il Teatro Eliseo, come per tanti altri teatri privati, si è tradotto nel venir meno di tanti sponsor, per noi essenziali. L’80% del budget dei privati è fatto proprio di sponsor e ricavi del botteghino, gli Stabili pubblici, invece, soffrono della lentezza e dei tagli agli enti locali. Inoltre, arriva ora la notizia che il Fus per il 2013 subirà un nuovo taglio per oltre il 5%!».
A tutto questo va anche aggiunto il calo dei ricavi, «dovuto non a una diminuzione del pubblico pagante precisa Monaci -, che è rimasto sostanzialmente lo stesso, ma ad un aumento di biglietti last minute, offerti a prezzi ridotti». E a Roma e nel Lazio, a differenza di altre regioni come la Lombardia (dove tuttavia la scorsa estate ha chiuso i battenti un sala storica come il Teatro Smeraldo) più attrezzata dal punto di vista legislativo, la situazione è sempre meno gestibile a causa dell’alto numero di teatri presenti. «Qui non c’è una legge quadro per lo spettacolo dal vivo, dunque è la giungla. Attraverso l’Agis abbiamo cercato di fare rete, ma se non c’è un interlocutore reale diventa difficile».
Ed ecco che la politica entra in gioco: «la politica deve decidere che la cultura è anche rilancio economico. Le modalità di assegnazione delle risorse economiche sono poco trasparenti. A Milano esistono convenzioni con parametri chiari, in Puglia c’è una legge regionale… Ci vorrebbe una buona politica, segnali concreti però».
È quello che chiede anche Giorgio Gallione, direttore artistico con Pina Rando del Teatro dell’Archivolto di Genova, in serio pericolo a causa dei tagli ai contributi pubblici: «Chiediamo al Ministero un adeguamenti del contributo annuale e al Comune di Genova e alla Regione Liguria di adoperarsi affinché il problema possa essere risolto». Intanto si raccolgono firme on-line: «Abbiamo superato le 5mila firme sul sito internet, alle quali vanno aggiunte altre duemila raccolte su carta. Questi numeri dimostrano che non siamo soli e ci fa molto piacere, significa che in questi anni abbiamo fatto un buon lavoro, purtroppo però capita spesso di dover lanciare degli allarmi. Anni fa ormai abbiamo restaurato il Teatro Gustavo Modena e la Sala Mercato, ora abbiamo bisogno di aiuti altrimenti è difficile andare avanti con una programmazione di qualità. Abbiamo avviato dei contratti di solidarietà per circa 20 persone, ma non molliamo, perché questo teatro è un presidio culturale in una zona difficile». Tra i primi firmatari dell’appello ci sono, tanto per citarne alcuni, Stefano Benni, Claudio Bisio, Stefano Bollani, Lella Costa, Maurizio Crozza, Angela Finocchiaro, Neri Marcorè, Marina Massironi, Michele Serra…
Ma appelli, raccolte firme, allarmi generali purtroppo da soli non bastano. Di certo il neo ministro Bray dovrà occuparsi, fra le tante questioni urgenti, anche del settore spettacoli, partendo magari proprio dal disegno di legge sul teatro che era stato presentato a fine 2012. Prevedeva, tra le altre cose, che gli Stabili dovessero lavorare di più sul territorio, che non ci potesse essere un mandato se non triennale e rinnovabile una sola volta, che i finanziamenti fossero triennali, che le direzioni artistiche dovessero essere date a organizzatori e non a registi che fanno solo i propri spettacoli. Insomma, potrebbe essere un buon punto di partenza per ricominciare a far vivere e a dare speranza a chi da anni lavora con passione e professionalità.

L’Unità 10.06.13

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