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"Quale futuro per l’eurosinistra", di Marc Lazar

Oggi a Parigi ha luogo il Forum dei progressisti europei, che riunisce i rappresentanti di vari partiti, tra cui il Partito Socialista francese, l’Spd tedesco, il Partito Democratico, il Partito Socialista portoghese, il Pasok greco, il Partito Socialista Operaio spagnolo. La sinistra europea tenta così di disporsi in ordine di combattimento in vista delle elezioni del giugno 2014. Nel suo seno continuano a sussistere motivi di disaccordo. C’è chi da tempo si pronuncia nettamente in favore di un’Europa federale, mentre altri si mostrano più riservati. Come i socialisti francesi, sempre divisi su questo tema.
Nonostante alcune dichiarazioni del presidente Hollande, che con la sua abituale prudenza cerca di convertire a questa prospettiva i suoi compagni di partito. Alcuni continuano a richiamarsi alla socialdemocrazia; se i francesi si proclamano tuttora socialisti, altri preferiscono il termine di progressisti. Tutti però condividono gli obiettivi generali, che saranno riaffermati nel corso di quest’incontro: favorire la crescita e l’occupazione in Europa, in via prioritaria per i giovani, e rifondare un’Unione europea più democratica, ecologica e sociale.
Queste proposte costituiscono peraltro i capisaldi delle politiche della sinistra quando è al potere, come ad esempio in Francia e in Italia – seppure in situazioni del tutto diverse. In Francia i socialisti, alleati agli ecologisti, governano con un presidente della Repubblica che dispone di considerevoli poteri, di una maggioranza parlamentare, del controllo di quasi tutte le regioni e di moltissimi comuni; mentre in Italia i Democratici operano nel quadro di un governo di larghe intese, instabile e incerto, minacciato ogni giorno di paralisi. In entrambi i casi le difficoltà sono comunque notevoli, sia per le limitazioni dei margini di manovra imposte dai vincoli di bilancio, sia perché a livello europeo una politica comune di rilancio della crescita stenta a decollare, nonostante alcuni piccoli progressi registrati in quest’ultimo anno, che attendono conferma al Consiglio europeo del 27 giugno. Per di più, la sinistra è chiamata ad affrontare una serie di sfide di grande rilievo: tre in particolare, che si impongono in maniera sempre più netta, e rappresentano altrettanti dilemmi da risolvere.
Innanzitutto, come agire in un contesto caratterizzato da contrasti e forze centrifughe? Da un lato le società europee sono tentate a chiudersi, a ripiegarsi su se stesse: egoismo sfrenato, xenofobia, paura della globalizzazione, contrasti identitari. La crisi economica e la disoccupazione crescente accentuano queste tendenze, provocando una forma di radicalizzazione verso destra, percepibile in particolare – e qui sta il grosso problema per la sinistra – nei ceti popolari, che però al tempo stesso vorrebbero il mantenimento delle politiche sociali e di welfare, escludendone gli immigrati. Ma d’altra parte si manifestano anche tendenze di segno opposto: apertura al mondo, aspirazione al cosmopolitismo, propensione al
métissage, volontà di liberalizzazione dei costumi, tolleranza, desiderio di riattivare la solidarietà sociale e la fratellanza umana. La necessità di tener conto di queste aspirazioni contraddittorie, presenti nelle due principali componenti della sua base elettorale — da un lato le fasce popolari, dall’altro i ceti medi urbani e istruiti, in buona parte giovani – rappresenta per la sinistra una scommessa rischiosa ma ineludibile.
Un’altra sfida è quella di rispondere alla “crisi della politica”. Come è noto, la sinistra è in difficoltà: criticata incessantemente dalla sua ala più radicale, delude chi la sostiene, soffre di un deficit di idee, di strategie e di leadership, e non è sempre impermeabile alla corruzione. Di fatto, però, la situazione della destra non è migliore, come dimostra il disastro del Pdl alle ultime elezioni locali, o le forti turbolenze in seno all’Unione del Movimento popolare in Francia, dilaniato dopo il ritiro – provvisorio? definitivo? solo il futuro lo dirà – di Nicolas Sarkozy. I populisti hanno il vento in poppa, ma l’attuale disintegrazione del Movimento 5 Stelle mette a nudo la fragilità politica e strutturale di questi gruppi. Una fragilità che ritroviamo, sia pure in forme diverse, al di là delle Alpi, nel Fronte nazionale, dove Marine Le Pen guadagna in popolarità ma non riesce a dissimulare lo scarso radicamento del suo partito sul territorio, né la mancanza di professionalità dei suoi amici. Perché la politica è anche un mestiere, che dev’essere rinnovato e reinventato in un’epoca in cui i partiti, pur senza scomparire, sono chiamati a evolvere considerevolmente. Un altro cantiere per la sinistra, e di grande rilievo, poiché è in gioco la stessa democrazia che talora, come in Italia, passa per una serie di riforme istituzionali di vasta portata.
Infine, la sinistra riformista è chiamata a riformulare il suo progetto. Nel XIX e nel XX secolo – a differenza delle forze rivoluzionarie che ripetono a iosa le stesse ricette – ha saputo adattarsi alle mutazioni del capitalismo, della politica e delle società. E oggi tenta di ripensare le modalità del compromesso tra le forze del lavoro, trasformate e assai più complesse, e quelle del capitale, in un’economia aperta e globalizzata, con un capitalismo finanziario potente e spietato, ma al tempo stesso foriero di continue innovazioni. Il compito della sinistra consiste nel conciliare tra loro gli incentivi all’efficienza economica delle imprese, le misure in favore dell’attrattività dei Paesi europei e le esigenze della solidarietà sociale. Deve dunque affrontare una rivoluzione culturale che richiede coraggio e audacia.
Traduzione di Elisabetta Horvat

La Repubblica 15.06.13

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