attualità, politica italiana

"Lunga la strada, stretta la via ma la marcia è cominciata", di Eugenio Scalfari

Fabrizio Saccomanni non è semplicemente un banchiere che conosce a menadito le tecniche della politica monetaria. È anche dotato di fiuto politico, rafforzato da una lunga esperienza di contatti con uomini di governo e istituzioni internazionali come le altre Banche centrali, il Fondo monetario internazionale, la Banca dei regolamenti, la Banca europea degli investimenti, la Commissione di Bruxelles e soprattutto la Bce guidata da Mario Draghi, di cui la Banca d’Italia è una costola.
Chi lo conosce sa o è in grado di prevedere quali sono i suoi comportamenti di fronte alla crisi recessiva che attanaglia l’Europa e l’Italia. In questa fase ha due problemi da risolvere: come gestire la questione dell’Imu e dell’Iva nell’ambito degli impegni europei e come ottenere dall’Europa (e dalla Germania) la maggiore flessibilità compatibile per attuare una concreta crescita in Italia e nel continente e un aumento della base occupazionale e giovanile.
Ha un ottimo punto di riferimento nel suo presidente del Consiglio, Enrico Letta, che a sua volta, può contare sull’appoggio sistematico di Giorgio Napolitano.
La strada che il nostro governo – e Saccomanni in particolare – stanno percorrendo è la seguente: rinviare l’aumento dell’Iva per tre-sei mesi; rinviare di altrettanto le rate di pagamento dell’Imu. Questi due rinvii hanno un costo, ma non molto elevato, tre o quattro miliardi che possono esser coperti almeno in parte con operazioni di tesoreria.
Ad ottobre l’Imu sarà interamente abolita e sostituita con un’imposta immobiliare comprensiva dell’imposta sui rifiuti ed altre minori, su basi nettamente progressive. Altrettanto avverrà per l’Iva che non riguarda soltanto le aliquote ma soprattutto i settori merceologici ai quali si applica, movimentando le aliquote al rialzo e al ribasso, anche qui su basi progressive in modo da gravare di più su settori di più alto reddito (o rendite) e meno sui consumi e i servizi primari.
C’è un gioco politico per guadagnare questi mesi e il tandem Letta-Saccomanni lo sta conducendo con consumata abilità. L’importante per ora è di gravare il meno possibile sulle scarse risorse esistenti.

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Nel frattempo bisogna intervenire sulla crescita e sul lavoro. Il decreto del “fare” è stato approvato dal Consiglio dei ministri e prevede investimenti in infrastrutture locali (in gran parte già predisposti da Fabrizio Barca quando era ministro della Coesione territoriale nel precedente governo), incentivi alle piccole imprese per l’acquisto di macchinari produttivi, pagamenti della pubblica amministrazione ai Comuni e alle imprese, semplificazioni e liberalizzazioni che tagliano inutili lungaggini burocratiche.
Le risorse sono in parte già disponibili, in parte anticipate dalla Cassa depositi e prestiti, in parte fornite dal sistema bancario sotto forma di anticipazioni su fatture autocertificate e “mini bond” emessi dalle imprese. A occhio il complesso di questi interventi ammonta a 8-10 miliardi. Le coperture previste sono all’esame della Ragioneria e della Banca d’Italia. Un primo sollievo per il sistema che si avrà entro un paio di settimane.
Ma il secondo terreno di gioco – anch’esso già in corso – riguarda la politica economica europea. L’Italia non accetterà compromessi sul tema dell’unione bancaria. L’incontro a quattro di venerdì scorso è andato bene, il fronte comune dei quattro più importanti Stati dell’Eurozona (Germania, Francia, Italia, Spagna) sosterrà negli incontri imminenti europei il criterio della crescita e della flessibilità, fermo restando il mantenimento del “fiscal compact” e del controllo sul deficit. Perfino il ministro tedesco Schäuble è d’accordo su questa linea che, da parte italiana, prevede misure europee per l’occupazione giovanile. Non saranno immediate, ma l’importante è che siano approvate e messe in calendario per il 2014.
È tuttavia chiaro che tutto questo non basta. L’Italia chiederà di poter avviare investimenti pubblici e incentivare quelli privati anticipando l’uso dei fondi europei, attivando la Bei a mobilitare una leva di 60 miliardi per investimenti e ottenendo che le risorse italiane necessarie siano tenute fuori dal patto di stabilità.
Questi obiettivi non sono chimerici, esistono concrete probabilità che siano raggiunti. Ma esiste tuttavia un’incognita che già esercita una forte tensione sui mercati: l’incognita viene dal processo già in corso da mercoledì scorso della Corte costituzionale di Karlsruhe che dovrà sentenziare sulla politica economica tedesca rispetto al patto di stabilità di Maastricht e se la Bce da parte sua non sia andata al di là di quanto il suo statuto e le norme europee prevedono. Questo procedimento apre una fase nuova nei rapporti della Germania con le istituzioni europee. Maggiore crescita e maggiore flessibilità europea nonché il mantenimento della politica di liquidità della Banca centrale sono evidentemente condizionati da quanto sarà sentenziato a Karlsruhe nei prossimi mesi.
Una cosa è certa e la si ricava dall’articolo 3 del trattato di Lisbona: le direttive europee per quanto riguarda la politica economica e in particolare quella monetaria non possono essere condizionate o modificate da uno degli Stati membri o da istituzioni nazionali; soltanto gli statuti delle istituzioni europee configurano le norme di comportamento; la loro interpretazione in caso di dubbi di legalità spetta unicamente alla Corte di giustizia di Strasburgo. Le sentenze di Corti di giustizia nazionale, qualora intervenissero su queste materie, sarebbero invalide e addirittura censurabili.
Come si vede, il terreno di gioco è accidentato ma la posizione sostenuta dall’Italia, dalla Francia e dalla Spagna è incomparabilmente la più favorita nell’eventuale partita che dovesse aprirsi.
Sarebbe opportuno che i governi nazionali dell’Eurozona cominciassero fin d’ora a prender posizione sulla base del trattato di Lisbona e stimolassero la Corte di Strasburgo a pronunciarsi anche preventivamente rispetto al Karlsruhe. Quanto alla cancelliera Angela Merkel, sembrerebbe più solidale con la Bce che con la Corte del proprio paese. Forse -ce lo auguriamo – è più attratta dall’obiettivo di un’Europa federale che si muova col peso d’un continente nell’economia globale, piuttosto che da
una Germania isolata di fronte agli altri paesi europei e soprattutto di fronte ai paesi emergenti del pianeta.

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Il nostro governo, che è più esatto chiamare di necessità anche se si autodefinisce di “larghe intese” per evidenti ragioni di opportunità, si sta muovendo nel modo migliore tra questi scogli della crisi economica e delle incertezze europee. Immaginare che la necessità venga meno tra pochi mesi è del tutto illusorio. Altrettanto illusorio, anzi assai pericoloso, è supporre che una nuova maggioranza di cui il Pd sia il perno e la dissidenza dei 5Stelle il nuovo alleato, significa sognare ad occhi aperti. Pd più dissidenza grillina possono essere un governo adatto quando la crisi economica sarà superata, non prima. La sola eventualità che questo avvenga potrebbe sconvolgere i mercati, quello italiano e di riflesso quelli europei.
Vendola non si rende conto di questa realtà? Renzi capisce quello che ho fin qui scritto con informata coscienza? Preparare il campo di gioco per una futura competizione e rinnovare nel frattempo la sinistra italiana è un compito degno d’esser portato avanti, ma pensare che quel futuro sia dietro l’angolo oppure operare addirittura per affrettarlo con le proprie querimonie sarebbe un caso grave di irresponsabilità.
Il Movimento 5Stelle sta vivendo una fase di ricerca di libertà. Non sappiamo quanto sia estesa tra i cittadini entrati in Parlamento. È comunque giusto dire che Grillo e il suo iniziale successo sono stati utili al risveglio della democrazia italiana così come è utile oggi che gli eletti delle 5Stelle rivendichino la loro dignità di teste pensanti e scoprano la politica.
La politica – lo dice la parola stessa — è una visione del bene comune, la visione di una società al cui
servizio la politica si pone. Attenzione: il “demos” cioè il popolo, esprime una società, cioè un insieme di comportamenti che spesso non collimano con la visione del bene comune di una parte politica. Questa distinzione non va dimenticata da quanti riflettono su ciò che avviene intorno a loro.
Tra il “demos” e le diverse parti politiche che competono c’è sempre un rapporto interrelazionale: il “demos” modifica le parti politiche e queste a loro volta modificano il “demos”, ciascuna a proprio modo. Questa è l’etica della politica: quella di Aristotele, non quella di Platone. Il resto è futile chiacchiera o esperta demagogia.
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Un campo molto agitato si è aperto anche nel centrodestra. Lì non c’è alcuna visione del bene comune. Ci sono interessi coalizzati attorno ad un proprietario che è l’asso dei venditori e c’è un “demos” emotivo e dominato dall’imbonitore. Impaurito dai comunisti (pensa un po’!), impaurito dal fisco (qualche ragione ce l’ha), impaurito dagli immigrati, impaurito dai gay, impaurito dallo Stato, ostile all’euro, ostile all’Europa.
Alle elezioni amministrative il Pdl è letteralmente crollato. Scomparso. Come i grillini. Molti elettori si sono astenuti, alcuni per indifferenza, altri come atto politico, per incidere sui partiti e scuoterli dal loro abbattimento. L’astensione in Italia in queste dimensioni è un fatto nuovo ma non chiudiamo gli occhi di fronte alla realtà: nella Russia di Putin vota circa il 90 per cento degli elettori, ma in Usa e nelle democrazie di Francia, Gran Bretagna e Germania votano dal 40 al 55 per cento degli aventi diritto.
Comunque, da noi è un fatto nuovo e auguriamoci che il Pd operi su se stesso come si conviene. Quanto a Berlusconi, sta pensando a una nuova Forza Italia, guidata ovviamente da lui, con Alfano
segretario e imprenditori famosi e facoltosi come quadri regionali. Gli piacerebbero Montezemolo, Marchini, Malagò, Marcegaglia e perfino Totti; insomma personalità di spicco dallo sport all’industria alle finanze. Purtroppo per lui, gli hanno tutti chiuso la porta in faccia.
Comunque finirà quella partita, un’altra ce n’è che preoccupa un po’ tutti: che cosa farà il Cavaliere quando, tra pochissimi giorni, si aprirà il Festiva delle sentenze a cominciare da quella attesa per il prossimo 19 della Corte costituzionale sul legittimo impedimento? Manderà per aria il governo? Chiederà le elezioni anticipate? Con le conseguenze che è facile immaginare?
Personalmente penso che non accadrà nulla di tutto questo. Ci sarà naturalmente un gran fracasso e il circuito mediatico — come è inevitabile — lo amplificherà. Santanchè sarà in primo piano ma, con maggior “aplomb” anche Alfano e Schifani. Ma altro non accadrà.
Elezioni adesso con un partito a pezzi? Impensabile. Scioglimento delle Camere? Dovrebbe scioglierle Napolitano. Pensate che lo faccia? Con un “Porcellum” ancora in piedi? E allora, che cos’altro può accadere?
Non accadrà nulla. Sentenze definitive ancora non ci sono e la più vicina è tra un anno, prescrizione permettendo. Pensiamo dunque a cose più serie: lavoro, investimenti, Europa, riforma del Senato, lotta all’evasione, riforma elettorale, magari provvisoria.
Buona domenica e buona fortuna.
Post scriputm.
Ho visto e ascoltato a “Otto e mezzo” Dario Fo che parlava di Grillo. Con tutto il rispetto: ma è mai possibile? Un attore con una degna storia di teatro alle spalle e anche di pensiero. È mai possibile? Ah, Narciso! Quanti guai combini nella vita delle persone.

La Repubblica 16.06.13

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