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"Un nuovo New Deal per creare lavoro", di Laura Pennacchi

Dopo l’allarmato vertice di Roma e nell’imminenza del Consiglio Europeo di fine giugno, ora che tutti in Italia e in Europa finalmente riconoscono l’emergenza lavoro e il governo Letta con il «decreto del fare» pare avere acquisita la consapevolezza che l’asse strategico debba essere il rilancio della domanda interna, chi da molti mesi lancia l’allarme non può certo essere tacciato – è l’accusa di Renzi – di «terrorismo psicologico». L’indicazione della Cgil – secondo cui, in assenza di interventi e limitandosi a proiettare nel futuro i gravi trend in atto, solo nel 2076 si tornerebbe ai livelli occupazionali del 2007 – costituisce la pura e semplice estrapolazione ai prossimi sessanta anni di tendenze già denunziate nello scorso gennaio nel «Libro Bianco per un Piano del lavoro 2013 Tra crisi e grande trasformazione» edito da Ediesse. Ora, semmai, il problema è l’opposto: che, cioè, le proposte che vengono avanzate siano all’altezza dell’eccezionalità della situazione occupazionale denunziata e unanimemente riconosciuta, siano cioè proposte di aggressione del problema e non di mero aggiustamento rimanendo alla sua superficie. Occorre superare prudenze e timidezze, senza limitarsi a ricette – quali incentivi fiscali e decontribuzioni per favorire le assunzioni e ridurre il costo del lavoro, maggiore concorrenza, ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro – del tutto tradizionali, rivelatesi già largamente inadeguate e insufficienti a produrre lo scarto occupazionale richiesto. Non è che manchino anche proposte innovative, quali la «garanzia giovani» propugnata dall’Unione europea o la staffetta in job sharing giovani/anziani. Quello che manca è una visione d’insieme che collochi una «terapia occupazionale shock» entro il rovesciamento di paradigma, richiedente politiche pubbliche fortemente innovative, necessario a rompere con l’ortodossia deflazionistica dell’austerità autodistruttiva. Per questo la relazione va invertita. Non bisogna partire da un indiretto shock fiscale richiedente risorse finanziarie immense, nell’ipotesi di Brunetta per di più da coprire con un enorme taglio di spesa pubblica per servizi e prestazioni secondo il più classico modello neoliberista «meno tasse, meno Stato, più mercato». Bisogna partire da un diretto shock occupazionale, il quale richiederebbe, in proporzione, molto meno risorse e sarebbe assai più efficace, posto che le simulazioni del Cer contenute nel Libro Bianco mostrano la maggiore costosità degli incentivi fiscali rispetto alle misure di spesa e la minore efficacia in termini di impatto sul Pil e sull’occupazione. Il carattere solo «indiretto» e «permissivo », piuttosto che «diretto» e «promotore », che assume lo stimolo pubblico nelle misure tradizionali ricordate parla di una persistente prudenza e timidezza. Ma la gravità, la durata, la straordinarietà dell’impatto occupazionale di una crisi che in Italia anche nel 2013 porterà a una caduta del Pil vicina al 2% reclamano l’adozione di un approccio alternativo, che si distacchi dalla tradizione, rompa con i tabù, rovesci il paradigma dominante. In questione è, primariamente, il carattere «diretto» e «promotore» che il Piano del lavoro deve avere, conseguente al suo essere parte di una strategia pubblica espansiva complessiva, una strategia da big push trainato dall’operatore pubblico, l’unico in questa fase – in cui gli operatori privati sono paralizzati da aspettative negative di reddito e di profitto – in grado di rilanciare gli investimenti (del resto drammaticamente caduti negli ultimi anni) e di creare occupazione. Deve risuonare forte e chiaro il monito di Keynes che per situazioni eccezionali ideava politiche eccezionali, fondate sulla triplice idea di «socializzazione dell’investimento, socializzazione della “banca”, socializzazione dell’occupazione », idee seguite anche oggi negli Usa da Obama, il quale punta sugli investimenti pubblici, crea una banca pubblica nelle infrastrutture, forza verso il basso il livello della disoccupazione. In sostanza, di fronte alle dimensioni raggiunte da quella che i democratici americani non esitano a definire job catastrophe la quale revoca in dubbio la «civiltà del lavoro» e con essa la legittimità del capitalismo, lo Stato non può limitarsi a creare le condizioni di contesto, deve guidare, indirizzare, trainare intervenendo direttamente. La sfida, infatti, è duplice, perché si tratta di rilanciare la crescita e l’occupazione e, al tempo stesso, cambiarne in corso d’opera qualità e natura, cogliendo l’occasione unica che con la crisi globale, insieme a mille difficoltà, ci si presenta: congiungere la spinta per la creazione diretta di lavoro con la spinta per la generazione di un nuovo modello di sviluppo. La scala di tutto ciò non può che essere europea e comporta una inversione dell’austerità deflazionistica, ma gli ambiti per i quali si può e si deve già agire a livello nazionale sono non marginali La creatività istituzionale del New Deal, così come l’inventiva del Piano del lavoro della Cgil del 1949 e quella con cui Ernesto Rossi coniugava la sua proposta di «Esercito del lavoro» alla generalizzazione del servizio civile, possono essere le fonti di inesauribile modernità a cui ispirarsi. L’idea del lavoro da creare deve essere molto ampia, comprensiva di attività spesso considerate non lavoro e non retribuite. I progetti vanno costruiti su una miriade di esigenze, dalle reti alla ristrutturazione urbanistica delle città, dalle infrastrutture alla riqualificazione del territorio, dai bisogni emergenti – attinenti all’infanzia, l’adolescenza, la non autosufficienza – al rilancio a fini di sviluppo del welfare state, per il quale, invece, vanno contrastate le persistenti intenzioni di privatizzazione, per esempio in sanità. Si può partire dai bisogni più urgenti: riassetto idrogeologico del territorio, risparmio energetico, ristrutturazione edilizia, approfondimento della riqualificazione e manutenzione del patrimonio scolastico (due edifici su tre hanno più di trenta anni di cui solo il 22% è stato ristrutturato, mille scuole sono state costruite nell’Ottocento e più di tremila tra la fine del 1800 e il 1920, di quasi settemila edifici non si conosce neanche la data di costruzione). L’apporto occupazionale che può dare la pubblica amministrazione può essere immediato e a costo zero. Per avere 90mila giovani occupati in più, basterebbe estendere a tutta Italia la proposta che il presidente Enrico Rossi, in aggiunta al progetto GiovaniSì (tirocini e praticantati retribuiti, contributo per l’affitto, servizio civile, aiuti per attività autonome e professionali) ha formulato per la Toscana: consentire di andare in pensione nei prossimi tre anni a 20mila dipendenti pubblici oggi costretti dalla riforma Fornero a prolungare l’attività lavorativa, con una riduzione del loro costo medio da 32mila euro a testa a 24mila e un risparmio medio di 8mila, ogni tre lavoratori in pensione si recupererebbero 24mila euro, pari al costo di un giovane appena assunto, con la possibilità di assumere nel triennio 7mila giovani

L’Unità 18.06.13

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