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"Il congresso e il partito che vorrei", di Alfredo Reichlin

Il problema che sta davanti al congresso è quello di un grande cambiamento. Si tratta del fatto che noi non possiamo continuare a restare così come siamo: un amalgama di culture riformiste ed esperienze di una fase precedente a quella attuale. Ivi compresa quella delle «terze vie» alla Tony Blair. Il problema principale del Pd sta esattamente in ciò: nel ridefinire il nuovo «campo storico» del suo pensare e del suo agire.

Ciò non significa affatto ignorare le emergenze e le strette della situazione. Ma per affrontarle dobbiamo collocarci in una prospettiva più ampia. La crisi italiana non è solo una crisi economica. È di identità. È crisi della rappresentanza politica democratica. È il distacco della società civile dallo Stato. Non dobbiamo stupirci se il disprezzo della politica è arrivato a questo punto. È finita una storia e anche la decadenza economica si spiega con ragioni geo-economiche e geo-politiche. L’Italia non sa più chi è. Non vede il suo futuro. In sostanza non ha una classe dirigente che sia in grado di pensare l’interesse generale e di dare al Paese una missione.

Di qui l’enorme responsabilità che pesa sul Pd. È quella (come dice anche Castagnetti) di capire che a fronte di una realtà come questa il problema del Pd è che esso può pensare se stesso solo se salverà la democrazia del nostro Paese. Che senso ha una discussione congressuale che parli del governo senza affrontare questo nodo?

La nostra immagine è incerta. Non si capisce dove vogliamo andare. Si parla di nuovi leader ma non si dice che prima di tutto bisognerebbe ridare un’anima a questo Paese e che per insediarsi nella sua nuova storia non si può cancellare il passato. Il compito della sinistra è affermarsi come il nuovo «partito nazionale». Cosa vana se non ripartiamo dagli ultimi e se non ritroviamo radici forti nel popolo.

Politica interna e politica estera non si possono più separare. Cominciamo quindi col dire che l’effettiva capacità del Pd di rappresentare una alternativa reale dipenderà sempre più dal ruolo che saremo in grado di svolgere nel vivo del travaglio di proporzioni storiche che scuote l’Europa. Qui, in realtà, si gioca la partita contro la potenza delle grandi oligarchie che dominano il mondo. Qui si gioca anche il nostro destino. Solo con l’Europa possiamo affrontare i pericoli estremi che l’Italia sta correndo. Solo in questo quadro possiamo pensare a come ricostruire il Paese.

DEBITO E DISEGUAGLIANZE

Tutto è molto difficile ma l’obiettivo di portare nel mondo globale la forza di 450 milioni di europei, il loro enorme patrimonio di idee e di creatività umana, il loro immenso retaggio culturale è esaltante. Ma è credibile solo se questo compito lo prendono in mano le forze politiche europee democratiche, e non le burocrazie tecnocratiche.

Bisogna capire meglio perché la crisi italiana è arrivata al rischio di esiti così catastrofici. Al fondo, ci sono tutte le storture del nostro sviluppo ineguale e ingiusto. Il debito pubblico italiano si è accumulato in queste dimensioni enormi per colpa degli italiani. Soprattutto delle loro disuguaglianze. Ma nessun nuovo rifo mismo sta in piedi se non tiene conto di ciò che è avvenuto nella storia del mondo con l’avvento della mondializzazione e delle forze che finora l’hanno guidata. Non ritorno su analisi note. Ma è evidente che questo sistema è arrivato al termine della corsa. Se ne è accorto anche il collegio cardinalizio.

Come se ne esce? Un grande partito della sinistra europea non può non porsi questo interrogativo. Deve sapere che il fatto che ha più pesato non è di natura economica. È il disfacimento del grande compromesso storico (non economico soltanto) che è stato per quasi un secolo alla base della democrazia occidentale. Il compromesso tra il capitalismo industriale e la democrazia. Ma non si può più tornare indietro. Perciò – piaccia o no – lo sviluppo del Paese non ci sarà se esso non viene posto su una nuova base sociale, non tecnica.

Al posto del vecchio blocco italiano delle rendite e delle consorterie noi dobbiamo puntare sulla formazione di un nuovo blocco storico, cioè su una grande alleanza tra le forze che in vari modi rappresentano il lavoro, l’impegno produttivo e l’eno me deposito di cultura, di bellezza e di vita «buona» rappresentato dalla civiltà italiana.

La discussione sul nuovo leader non può oscurare la grande scelta che sta di fronte a noi. Quali spazi reali si aprono, a questo punto, a una forza riformista la quale si muove in una società che in questi anni è stata negata come tale, cioè come insieme di legami storici, culturali, anche ancestrali? Con l’idea, addirittura teorizzata, che il mondo è fatto solo di individui immersi in un eterno presente, i quali definiscono la loro identità in un modo solo, nel rapporto che hanno col consumo e quindi col denaro.

Chi dice che ciò che sto dicendo è «fuori tema» non capisce nulla. Non vede il rischio molto concreto che la sinistra e le forze democratiche si riducano a «flatus vocis», a poco più che combinazione elettorali. Non capisce che annunciare programmi è cosa vana se essi restano inapplicabili in quanto non riescono a ridare cittadinanza ai ceti popolari. Nessun progetto è credibile se invece di restituire alla democrazia gli strumenti per decidere persiste nell’idea che domina da anni secondo cui la società è poco più che la somma degli individui, per cui il solo modo per tenerla insieme è la demagogia del populismo oppure il «lasciar fare al mercato».

COS’È UN PARTITO

Purtroppo è da qui che è venuta anche l’idea di sostituire il partito dei militanti con il partito degli elettori. È vero che gli elettori contano perché votare significa decidere. Ma non bastano gli elettori per costruire associazioni, strumenti di partecipazione collettiva, insediamento, cultura, ideologia.

Il cuore dello scontro è qui. Lo scopo di queste note che riassumono un testo più ampio e che pubblico on line è mettere in campo un’idea meno oligarchica della democrazia. Io parto dal riconoscimento che il lavoro è il luogo della realizzazione di sé non solo come soggetto sociale ma anche come fondamento della cittadinanza.

È evidente, però, che la figura del lavoro è una figura larga, che include l’attività umana nelle sue diverse forme, e non si esaurisce nello schema tradizionale del conflitto di classe. Il lavoro è insieme il luogo della relazione e il luogo dell’autonomia, della possibilità cioè di dominare la complessità sociale e l’incertezza che le è connaturata.

Il passaggio da costruire è il superamento di ogni forma di lavoro servile, di precarizzazione, per realizzare una condizione di autonomia, senza di che – senza cioè creare una condizione umana segnata da una più forte conoscenza, responsabilità e partecipazione alle decisioni – diventa impossibile governare l’economia di un mondo globalizzato. Questo è il punto.

Io vedo qui il nuovo campo di iniziativa politica ed economica per il partito riformista moderno. Un compito vasto proprio perché non si rivolge solo a una parte, ma all’intera società. E non a parole ma perché mette concretamente in relazione le ragioni della libertà individuale e quelle della comunità, costruisce la comunità contro le spinte dissolutive e difende l’autonomia e la dignità della persona contro i meccanismi di alienazione. Questo è il riformismo. Perciò la presenza cattolica è parte costitutiva del Partito democratico.

Dopotutto il tanto invocato «nuovo» significa in Italia tenere insieme laicità, umanesimo cristiano e la lotta per l’emancipazione dell’uomo che fu propria del socialismo. Sottolineo «lotta». Sarà diversa dal passato ma sempre lotta deve essere e non la chiacchiera sulle persone o su valori astratti.

L’Unità 27.06.13

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