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"Un passo è stato fatto", di Nicola Cacace

Per capire le soddisfazioni contenute insieme alle proteste di chi voleva di più dal pacchetto lavoro, dobbiamo guardare i dati dell’occupazione e le risorse limitate. Confrontando il tasso di occupazione italiano con quello medio europeo (il 56% contro il 64%) significa che in Italia ci sono tre milioni di occupati in meno rispetto all’Europa.̀ E’ evidente che rispetto a questi dati i provvedimenti Letta-Giovannini sono un pannicello caldo, forse l’unico oggi possibile, limitati a un miliardo di euro per sgravi fiscali per giovani sino a 29 anni, assunti in aggiunta agli occupati in essere, oltre ad una serie di provvedimenti «post-Fornero» come la riduzione degli intervalli per passare da un contratto a tempo determinato ad un altro, dai 2-3 mesi di oggi ai 10-20 giorni stabiliti dalle nuove normative.

Intanto va detto che le nuove norme non peggiorano l’esistente come spesso è successo in passato, ad esempio con la defiscalizzazione degli straordinari considerati in tutta Europa norma anti occupazione e tuttora valida solo in Italia. Se però vogliamo lavorare per un futuro meno nero dell’attuale quadro occupazionale italiano, allora dobbiamo alzare un po’ lo sguardo per imparare dalle buone pratiche straniere, che non sono poche, maturate in Paesi culturalmente più avanzati di noi. Faccio qui solo due esempi di comportamenti pro occupazione: la formazione continua e l’orario di lavoro.

Quasi negli stessi mesi in cui in Italia si firmava (con l’eccezione della Cgil) un importante accordo interconfederale sulla produttività, in Francia se ne firmava uno analogo ma distante anni luce dal nostro. Il confronto tra l’accordo italiano e l’Accordfrancese è impietoso. Mentre in entrambi è previsto l’intervento dello Stato per finanziare i bonus di produttività aziendali, nell’Accord sono individuati molti strumenti per la competitività, tra cui un Compte personnel de formation (da 20 a 120 ore annue di formazione obbligatoria per tutti i lavoratori) e la presenza di rappresentati del personale nei consigli d’amministrazione della grandi aziende, sul modello della cogestione tedesca. Nell’accordo italiano, dove si parla di produttività ma mai del come realizzarla, si menziona solo una serie di deroghe possibili ai contratti nazionali, in materie delicate come orari, salari, turni, mobilità professionale e geografica, senza alcuna garanzia di vantaggi certi conseguenti alla crescita di produttività. L’altro esempio è quello relativo alla Germania, che, sostituendo gli straordinari con una banca delle ore e utilizzando contratti di solidarietà a orario ridotto al posto dei licenziamenti, hanno conseguito un doppio miracolo, nel 2009 col Pil calato del 5,5% l’occupazione rimase stabile, oggi, dopo 10 an- ni di crescita del Pil inferiore all’1% medio, hanno un tasso di occupazione superiore al 70% ed una disoccupazione giovanile del 7,5%.

Se l’Italia vuole invertire la disastrosa rotta in atto, deve usare orizzonti più ampi di quelli che hanno guidato Letta e Giovannini, rompendo antichi tabù antistorici come quelli della formazione e dell’orario. Se i Paesi del nord Europa non avessero capito l’importanza della formazione continua per seguire i cambiamenti e se non avessero dimezzato in cent’anni, da 3000 a 1500 ore, gli orari annui di lavoro, oggi avrebbero tutti tassi di disoccupazione come quelli italiani.

l’Unità 27.06.13

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