attualità, politica italiana

"Il paradosso delle nomine", di Massimo Mucchetti

In un Paese normale, consapevole di quello che vuole, non ci sarebbe bisogno di una mozione parlamentare che aiuti il ministero dell’Economia a emanare una direttiva sulle nomine degli amministratori delle società controllate di diritto o di fatto dal Tesoro Ma l’Italia non è un Paese normale. E non lo è perché non vuole sapere quello che le converrebbe volere.

Per vent’anni l’Italia ha rinunciato ad avere una politica industriale dichiarabile e dichiarata, preferendo lasciar fare a un mercato mitizzato più che praticato, dove la ricerca dello shareholder value si è accompagnata a sussidi pubblici diversamente giustificati e a rendite para-monopolistiche. Un compromesso all’amatriciana che ha portato al successo personale un certo numero di capi azienda variamente legati tra loro, e con eminenze grigie della politica, grazie anche alle pierre di faccendieri co- me Luigi Bisignani. È questa storia equivoca che, nell’Italia del 2013, genera il bisogno di una procedura straordinaria per riuscire a prendere decisioni ordinarie come nominare persone capaci, di buona reputazione, in ordine con la giustizia, ai vertici di Eni, Enel, Finmeccanica, Cassa depositi e prestiti, Ferrovie, Poste.

IN UN PAESE NORMALE

In un Paese normale, i consigli di queste grandi aziende e delle loro controllate restano in carica per la durata del mandato e poi possono essere cambiati, e magari anche revocati prima della scadenza, sulla base di una valutazione della performance in relazione agli obiettivi prefissati. Nelle gran- di società per azioni, l’azionista di riferimento ha il compito di sapere quando il gerente ha fatto il suo tempo. Non sempre ci riesce, ma quello è il suo dovere.

Ferdinand Piech è ai vertici della Volkswagen da tutta la vita e la casa di Wolfsburg non sembra ne abbia mai sofferto. Taluni chief executive officer della Fiat sono durati lo spazio di un mattino, ma il celere rinnovamento non era un punto di forza, segnalava semmai una debolezza. Si tratta, naturalmente, di caso estremi che, provando troppo, non provano nulla. E tuttavia bastano per dire che certe regole di corporate governance come i limiti di età o la fuoriuscita obbligatoria al secondo o terzo mandato hanno un loro preciso senso istituzionale laddove l’azionariato non esprime una leadership propria come nel caso delle public com- pany o laddove la leadership sia sequestrata da un socio forte, ma incapace o corrotto.

Con quella mozione parlamentare e con quella direttiva ministeriale, l’azionista pubblico italiano confessa i suoi problemi. I principali dei quali non sono né la professionalità, né l’assenza di conflitti d’interesse, né la buona reputazione dei suoi massimi manager, ancorché l’esperienza sia stata talvolta deludente sotto questi profili. No, il primo problema che tarpa ancora le ali allo Stato azionista è la mancanza di un disegno industriale. Che i manager possono sviluppare o proporre, ma che sta all’azionista scegliere. Non stiamo pensando a uno Stato impiccione, ma a uno Stato che o vende le sue partecipazioni e toglie di mezzo potenziali equivoci oppure se le tiene e se ne occupa.

Prendiamo il caso Finmeccanica. Non si scelgono gli amministratori per sistemare gli amici o chi abbia ben meritato in campi estranei al business. Non si scelgono nemmeno i candidati sulla base di piani troppo dettagliati, sui quali l’azionista, mancando un Iri, non ha più le competenze per giudicare. E però capire i conti del settore civile e del settore militare si può. Così come si può valutare se siano possibili e convenienti o meno travasi di risorse tra i due settori. Oppure prendiamo l’Eni. Come ha reagito il cane a sei zampe alla rivoluzione annunciata dello shale gas e che rapporto c’è stato in materia tra management e azionista per le evidenti conseguenze che quella rivoluzione ha sulla dotazione infrastrutturale del Paese? Che rapporti ci devono essere tra le holding e le società operative? È su queste basi che si danno mandati e poi si fanno le verifiche. E, per quanto utili, non saranno i cacciatori di teste a sollevare lo Stato azionista dalle sue responsabilità.

Ma oggi come ieri la politica industriale viene ridotta alla elargizione degli incentivi. Che spesso hanno il solo effetto di anticipare le decisioni di spesa della clientela, e questo può anche non essere male, ma non di rado hanno l’effetto perverso, com’è avvenuto con talune fonti energetiche rinnovabili, di rendere economico, anzi profittevoli per pochi, magari legati alla politica, ciò che economico non è. Con i denari elargiti al solo fotovoltaico avremmo avuto ben più di una Iri.

Dilaniarsi sulla quantità di incentivi ai settori industriali in difficoltà senza porsi il problema degli strumenti, anche finanziari, anche bancari, per rilanciare l’industria all’uscita dal tunnel, o dilaniarsi su quanti debbano essere i denari da mettere sull’occupazione giovanile senza accorgersi che, se non hanno clienti, le imprese non possono né produrre né assumere dà la misura del ritardo, prima di tutto culturale, che l’Italia ha accumulato negli ultimi vent’an- ni.

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