attualità, politica italiana

“Ora sciogliere il nodo fiscale”, di Ruggero Paladini

«Autunno. Già lo sentimmo venire/nel vento d’agosto,/nelle piogge di settembre/ torrenziali e piangenti/e un brivido percorse la terra…». Quando Vincenzo Cardarelli scriveva questi versi non pensava alle nubi fiscali che si addensano sul Paese, ma forse alla vecchiaia. Per il momento il governo sta guadagnando tempo. Ha rinviato la rata dell’Imu sulla «prima casa» e l’aumento dell’Iva al 22%. Soprattutto il rinvio dell’Iva è sacrosanto; ci manca solo che in un momento in cui la fase recessiva non è ancora terminata si aumenti l’imposta che ha l’impatto più pesante sulla domanda interna.

In realtà in una fase come questa la misura dovrebbe essere quella opposta: una diminuzione temporanea (fino alla fine dell’anno, ad esempio) dell’Iva, per stimolare i consumi, sperando che nel 2014 inizi una ripresa.

Ovviamente ciò non è possibile, visto gli impegni presi dal governo in sede europea. La difficoltà di rispettare il vincolo del 3% sul deficit si vede chiaramente dalla copertura del miliardo di minori entrate per il rinvio dell’Iva, in buona misura basato sull’aumento degli acconti delle imposte dirette. Un acconto è semplicemente un anticipo: un miliardo in più quest’anno e un miliardo in meno l’anno prossimo. Ma quando l’acconto arriva al 100% o più, vuol dire che si sta raschiando il fondo del barile. E questo è ancora poco; infatti nel 2013 un aumento dell’Iva, per metà anno, vale un paio di miliardi, mentre l’eliminazione dell’Imu sulla «prima casa», richiesta a grande voce dalla destra, ne vale quattro. Per ora i mancati introiti della prima rata sono stati coperti con manovre di tesoreria, in quanto se vogliamo si è trattato di un rinvio della rata d’acconto. Ma è facile dedurre che, se sono emerse difficoltà nel coprire un miliardo di mancate entrate dell’Iva, le difficoltà si moltiplicherebbero per quattro nel coprire le mancate entrate dell’Imu. Si levano lamentele sul fatto che il governo non riesca a tagliare la spesa pubblica. Basta definirla improduttiva ed il gioco è fatto: un taglio alla spesa improduttiva per definizione è un fatto positivo, che non può che fare del bene all’economia. Purtroppo nel bilancio dello Stato non ci sono capitoli contrassegnati dalla scritta «spesa non produttiva», e guarda caso, coloro che sostengono i tagli di spesa poi sono estremamente vaghi nell’indicare di che cosa si tratti. Vedremo cosa accadrà in Parlamento, visto che il governo si è detto disponibile ad esaminare eventuali alternative per la copertura dell’Iva.

Entro la fine di agosto devono essere prese decisioni che riguardano cinque miliardi, che impattano sul deficit di quest’anno: quattro riguardano l’Imu (della restituzione dell’Imu 2012 sembra che non se ne ricordi più nessuno a destra) e uno riguarda lo spostamento dell’Iva fino a fine anno (per il 2014 si vedrà). È molto improbabile che si trovino coperture dal lato della spesa; non perché non ci siano settori dove è possibile realizzare significativi risparmi, come è il caso degli acquisti di beni e servizi a livello di tutta la Pubblica amministrazione, ma perché è difficile che le misure di una vera spending review diano frutti immediati.

Si parla di ritornare sulle varie forme di sgravi fiscali, detrazioni, e via enumerando (le cosiddette tax expenditures). In effetti quando il governo Berlusconi stabilì l’aumento dell’Iva, lo fece come alternativa ad un taglio delle tax expenditures. Ora anche in questo caso è necessario chiarire che il grosso di queste minori entrate
derivano da poche voci: le detrazioni Irpef per lavoro o per familiari a carico, e le aliquote Iva al 4% e 10%. Si tratta di voci che hanno un impatto redistributivo molto forte, in quanto costituiscono un elemento essenziale del carattere progressivo della nostra Irpef, e attenuano significativamente il carattere regressivo dell’Iva.
A mio avviso, il nodo gordiano va tagliato dicendo che l’eliminazione dell’Imu non è possibile, né è coerente con l’impostazione federalista della quale, a chiacchiere, la destra si riempie la bocca. L’Imu va ristrutturata, come del resto ha dichiarato Letta in Parlamento. Vanno riviste le rendite catastali, in modo da rendere l’imposta più equa; vanno detratti i mutui ipotecari e vanno risolti i problemi di tutti quelli che, per vari motivi, si trovano a pagare un Imu non «prima casa», anche se hanno solo un immobile.

L’Unità 01.07.13

Condividi