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“Il faraone rimasto solo”, di Bernardo Valli

Quel che accade in Egitto in queste ore è un disastro e una grande lezione. Da un lato c’è il rischio di un dissenso prolungato. Con un aggravamento della crisi economica e sociale; e dall’altro si è arrivati a una tappa inevitabile, a un appuntamento previsto, nel processo avviato dalla primavera araba. Il fallimento degli islamisti, usciti vittoriosi dalle urne ma rivelatisi incapaci di gestire la cosa pubblica, è infatti la scontata dimostrazione che lo zelo religioso non abilita a governare. L’illusione su un possibile passaggio dalla moschea al potere non è svanito del tutto, ma è senz’altro appassita. I Fratelli musulmani non sono stati capaci di rispondere alle aspirazioni di piazza Tahrir, che si è riempita di nuovo per recuperare la rivoluzione tradita. Dopo avere votato lo scorso anno per Mohammed Morsi molti egiziani chiedono adesso le sue dimissioni, la formazione di un governo provvisorio e nuove elezioni. Più che un presidente dimezzato Morsi è un presidente via via spennato. Perde un ministro dopo l’altro. Il quinto ad abbandonarlo è stato quello degli esteri, Mohammed Kamel Amr. Persino il procuratore generale Talaat Abdallah, appena nominato, è stato rimosso dall’Alta Corte, che ha ridato l’incarico al predecessore. E per Morsi è stato uno schiaffo. Come non è stato piacevole ricevere le brutali dimissioni di Alaa el-Hadidi, il suo portavoce, passato all’opposizione.
Il dramma investe il palazzo presidenziale, dove si moltiplicano le diserzioni. Il ministero degli interni non è neppure in grado di fornire uomini per difendere i luoghi pubblici perché i poliziotti non ubbidiscono agli ordini. In quanto all’esercito non sembra ansioso di ritornare al governo, dopo la pessima prova che ha dato di sé nell’anno successivo alla destituzione di Hosni Mubarak. Vuole esercitare il potere ma stando tra le quinte. Un privilegio non facile da imporre. Il quiz politico egiziano, cos ì come si presenta in questi giorni, non è di facile soluzione.
Per ora non è tanto evidente la lezione di realismo, sull’impossibilit à di governare col Corano, quanto il disastro politico, sociale ed economico. Con l’annesso rischio di uno scontro frontale tra le forze in campo. Entro oggi Mohammed Morsi, stando all’ultimatum delle Forze armate, dovrebbe allacciare un dialogo, se non proprio raggiungere un’intesa, con l’opposizione, raccolta sotto il nome di “tamarod”, la ribellione. Ma quest’ultima rifiuta. Dice: né fratelli musulmani, né ritorno al vecchio regime, né esercito. In realtà le forze laiche non sono insensibili all’atteggiamento dei militari giudicato favorevole a una rapida rinuncia di Mohammed Morsi alla presidenza. Dopo avere denunciato a lungo il potere dei generali, l’opposizione applaude gli elicotteri militari che sventolano la bandiera egiziana. Il generale Abdul Fattah el-Sisi, capo del Consiglio supremo delle Forze Armate, si è lanciato in dichiarazioni che hanno suscitato l’approvazione di piazza Tahrir. Ma in queste ore egli deve comportarsi più da diplomatico che da militare.
I generali, che gestiscono direttamente più di un terzo dell’economia nazionale (dal turismo al petrolio), sono coscienti dell’incapacit à di governare degli islamisti. Ma scartando dal potere i Fratelli musulmani rischiano di far precipitare la situazione. Per quanto spennato, con le dimissioni che gli piovono addosso da tutte le parti, Mohammed Morsi resta il leader, sia pur provvisorio della confraternita, la quale continua a rappresentare la più importante forza politica dell’Egitto. I comizi dei partigiani di Morsi si moltiplicano. Mohammed Baltagy, un esponente di rango, ha difeso davanti a un pubblico armato di bastoni e spranghe di ferro, la legittimità del presidente eletto e ha detto che gli oppositori dovranno passare sui corpi dei suoi sostenitori. I Fratelli musulmani non possono rinunciare a un potere conquistato dopo ottant’anni di lotta. Guardano con diffidenza le incerte, ambigue prese di posizione dei generali e denunciano il “colpo militare”. Si sentono assediati anche dagli islamisti radicali del partito Nur, unitisi ai laici nel chiedere le elezioni anticipate. L’impressione è che il fronte religioso stia franando.
I militari sono la sola forza stabile, da cui dipende l’immediato futuro del paese. Ma essi si trovano davanti a un’equazione in apparenza insolubile: salvare la legittimità rappresentativa, di cui Morsi è l’espressione, e rispondere al tempo stesso alle richieste di un’opposizione imponente, le cui radici affondano nella rivoluzione del 2011, che ne chiede le dimissioni. È l’impossibile formula evocata anche da Barack Obama, trasformatosi in una Sfinge americana. Come salvare il risultato del suffragio universale, quindi Morsi, e soddisfare i manifestanti che non lo vogliono? Se la situazione dovesse precipitare, e gli scontri si trasformassero in qualcosa di simile a una guerra civile, l’esercito dovrà assumersi, sia pur riluttante, le responsabilità di governo, imponendo l’ordine. Un’uscita di scena di Morsi, con il consenso degli stessi responsabili dei Fratelli musulmani, potrebbe essere una soluzione provvisoria. La più opportuna ma non la più facile. Il generale Abdul Fattah el – Sisi punta probabilmente su questo. Spetta a lui trovare il compromesso per far ripartire una primavera araba bloccata.

La Repubblica 03.07.13