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“Perché ridurre gli ordini di acquisto”, di Claudio Sardo

Il Parlamento è il luogo democratico dove si assumono le decisioni politiche più importanti per il Paese, comprese quelle che riguardano il modello di Difesa e le linee di ammodernamento della tecnostruttura militare. Non sempre è stato così, ma la legge 244 approvata nella passata legislatura ha rafforzato il ruolo delle Camere, pur in presenza di una crescente interdipendenza dei sistemi d’arma.

La riunione di ieri del Consiglio supremo di Difesa ha aperto una polemica perché il suo comunicato finale si riferiva, in modo esplicito, a una recente decisione del Parlamento sugli F-35 (avviare un’«indagine conoscitiva» prima di deliberare l’acquisto di nuovi velivoli). Tuttavia, se l’intento era ribadire il carattere ormai definitivo dell’impegno italiano sul programma F-35, il bersaglio polemico non può essere soltanto la larga maggioranza della Camera che ha votato la mozione, ma ad essa va aggiunto il governo stesso, che ha dato parere favorevole e non ha fatto valere le prerogative ora rivendicate dal Consiglio supremo.

Al di là della polemica, però, resta il groviglio di un dossier molto controverso, che rischia di diventare politicamente esplosivo. L’esigenza di ridurre le spese militari e, dunque, di ridimensionare il programma iniziale di ammodernamento della nostra flotta area nasce anzitutto da evidenti, incontestabili ragioni di redistribuzione della spesa pubblica, sotto l’incalzare di questa drammatica crisi. È ovvio che non c’è alcuna relazione tra i soldi da reperire per scongiurare l’aumento dell’Iva e l’acquisto di uno o due F-35 (anche perché i nuovi aerei rimpiazzeranno i vecchi a partire dalla fine del decennio). Ma è altrettanto vero che tutti i Paesi partecipanti al programma F-35 stanno modificando ordini e tempi di acquisto, chiedendo peraltro di risolvere al più presto alcuni dubbi di funzionalità di questi aerei e comunque riducendo, nell’insieme, il complesso degli ordinativi.

Non si scappa alla necessità di ammodernare la flotta aerea e le strutture militari. Sempreché vogliamo restare in Europa e svolgere un ruolo internazionale di pace, come è scritto nella Costituzione e come, ad esempio, è avvenuto in Libano con la missione Unifil 2, guidata appunto dal nostro Paese. Ma non è giusto, né possibile concepire la politica di Difesa come separata dal contesto nazionale, e dunque come una variabile indipendente della politica. Se è tempo di sacrifici, questi devono valere per tutti. E non c’è nulla di strano, né di pericoloso per l’Italia se il Parlamento si propone di verificare modalità e misure del nostro impegno nel programma F-35 (o in quello degli aerei Eurofighter, al quale pure partecipiamo con minore opposizione da parte di alcuni). Piuttosto, sarebbe bene discutere e migliorare la nostra posizione – in termini di partecipazione alla ricerca e alla produzione – in questi programmi di grande valenza tecnologica, mentre vengono aggiornati gli ordini in relazione alle necessità.

Ultima notazione, già sviluppata dall’ambasciatore Rocco Cangelosi sul nostro giornale: più l’Europa sarà capace di rafforzare i piani di difesa integrata, minore sarà l’apporto dei Paesi in termini di risorse umane ed economiche. Il prossimo Consiglio europeo sarà dedicato proprio ai problemi della sicurezza e della difesa. Non è ragionevole illudersi: tuttavia, maggiore saranno gli accordi di integrazione, minore sarà il numero degli F-35 o dei caccia Eurofighter che dovremo acquistare. Oltre una certa soglia, tenere aerei inefficienti diventa persino un costo maggiore. Ma oggi sono molti, anche nelle Forze armate, a pensare che l’acquisto degli F-35 vada ridotto di molte unità e che vada procrastinato nel tempo. L’indagine del Parlamento può essere utile. Anche il governo può trarne vantaggio nei suoi negoziati.

l’Unità 04.07.13

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Gian Paolo Scanu
Il capogruppo Pd in commissione Difesa: «La mozione è chiara, è uno stop all’acquisto dei caccia. Il Parlamento ha l’ultima parola»
«L’esecutivo dovrà attenersi a quanto deciso in Aula»
di Simone Collini

«La sovranità del Parlamento non può essere derubricata come mero esercizio di veto», dice Gian Paolo Scanu ricordando tra l’altro che è in vigore una legge dello Stato che attribuisce alle Camere la «competenza primaria in materia di acquisizione e riordino dei sistemi d’arma». Per il capogruppo del Pd in commissione Difesa di Montecitorio, quindi, la nota del Consiglio supremo di difesa «nulla cambia» sulla vicenda dell’acquisto dei caccia F35: «Semplicemente perché nulla può cambiare. Il governo si dovrà scrupolosamente attenere a quanto decide il Parlamento. E a quanto ha già deciso il Parlamento».
Lei come si spiega l’uscita dell’organismo presieduto dal Presidente della Repubblica?
«Sinceramente, mi sto ancora chiedendo quale possa essere la ragione di quel comunicato».
Nel senso?
«Nel senso che con tutto il rispetto per questo organo, che svolge un ruolo di equilibrio e di garanzia secondo i principi costituzionali, sono le Camere a decidere in materia di armamenti. Lo prevede la legge di riforma dello strumento militare approvata nel dicembre 2012 e controfirmata dal Capo dello Stato».
E il Consiglio supremo di difesa?
«Non ha alcun tipo di competenza in questo campo».
Il Parlamento dovrà tener comunque conto di quanto sostenuto, rispetto alla vicenda degli F35, o no?
«Ne potrà tener conto come di un contributo importante al dibattito in corso, ma nulla cambia rispetto a prima che ci fosse questa nota».
Potrebbe spiegare perché?
«La legge 244 approvata nel dicembre scorso, con il contributo fondamentale del Pd, ha interrotto un sistema inaudito. Quello cioè previsto dalla legge Giacchè, che attribuiva al governo la titolarità di decidere in materia di armamenti. Secondo quel sistema il Parlamento poteva esprimere soltanto un parere consultivo, che però poteva essere disatteso. Ecco, oggi non è più così. Il potere esecutivo non può essere sovraordinato rispetto al potere legislativo. Il Parlamento ha l’ultima parola su qualità e quantità degli armamenti. Il governo può fare proposte, ma non può andare oltre».
Se però il Consiglio supremo di difesa ora fa quest’uscita, la mozione di maggioranza sugli F35 approvata la scorsa settimana presenta delle ambiguità, non crede?
«No, quella mozione è chiara. Impegna il governo a non acquistare alcun F35 fino a quando eventualmente non verrà ritenuto opportuno dal Parlamento. È uno stop all’acquisto dei caccia fondato sulla base della potestà in questa materia conferita alle Camere dalla riforma dello strumento militare. Che, ripeto, è stata controfirmata dal Capo dello Stato. Da questo non si torna indietro». C’è il rischio di uno scontro istituzionale? «Questo è un momento in cui non si sente bisogno non dico di scontri ma nemmeno di leggere frizioni a livello istituzionale. Il Parlamento andrà avanti doverosamente esercitando la propria sovranità».
Rimane quella parola: veto.
«Il Parlamento svolge il ruolo che gli è proprio, non fa uso di veti».
Non teme però che il governo possa utilizzare il pronunciamento del Consiglio supremo di difesa per superare la mozione sugli F35 approvata la scorsa settimana?
«No perché il governo aveva dato parere favorevole rispetto a quella mozione, perché il Parlamento è sovrano e perché il governo si dovrà scrupolosamente attenere a quanto hanno già deciso e decideranno le Camere».
La Lega chiede al governo di riferire, lo farà anche il Pd?
«E perché? Il Consiglio superiore della difesa non ha competenza in questa materia e non ha titolo per interferire né in quanto stabilito per legge né in quanto deciso dal Parlamento. Ribadisco, nulla cambia. Quindi non ravviso l’utilità di un chiarimento da fornire da parte del governo».
Dice che tutti la pensano come lei nel Pd?
«Abbiamo votato in modo compatto la mozione di maggioranza sugli F35. Anche chi aveva firmato quella di Sel si è espresso poi a favore. Non vedo motivi di divisione adesso».

L’Unità 04.07.13

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