attualità

“Il Copernico della cocaina”, di Roberto Saviano

Conosciamo ogni cosa, anche le più morbose curiosità, sulle famiglie dei grandi imprenditori italiani. Conosciamo ogni cosa degli Agnelli, dei Moratti, di Briatore, conosciamo Montezemolo. Eppure nessuno sa chi sia Roberto Pannunzi. Stiamo parlando di un “imprenditore” i cui affari, superano di gran lunga i fatturati delle famiglie che ho appena elencato. Stiamo parlando di un imprenditore che condiziona la vita del Paese da molto tempo, senza alcuna ribalta e senza la necessità di interloquire, per essere competitivo, con banche e politica. Non conoscere Roberto Pannunzi significa non capire dove arrivino denaro contante, mediazione internazionale, investimenti in ogni settore, fino alla gestione dei porti. Il denaro liquido che Pannunzi in questi anni ha generato e immesso nel tessuto economico italiano e mondiale lo rende a pieno titolo il più grande brokerd’Occidente.
Può competere, forse, con lui solo un altro sconosciuto, Pasquale Locatelli, broker di coca, narcotrafficante di Bergamo, che sta scontando la sua detenzione in Spagna: spero che presto il nostro governo ottenga il suo trasferimento in Italia per iniziare a conoscere sino in fondo la ragnatela delle sue attività.
Anche Pannunzi aveva fatto di Madrid la sede centrale dei suoi affari europei. Anche lui è un broker di coca. Una figura moderna che ha totalmente trasformato il narcotraffico mondiale: riesce a costruire con facilità operazioni finanziarie enormi e a spostare quantità di droga non gestibili per una sola cosca. Senza questa nuova figura, l’acquisto di coca avrebbe continuato a funzionare alla vecchia maniera: la famiglia mafiosa manda un uomo di fiducia in Sudamerica, paga in anticipo una parte del carico, lascia il suo uomo come pegno nelle mani dei
narcos, rischiando di farlo ammazzare se qualcosa va storto. Pannunzi cambia tutto. Raccoglie i soldi di cosche e privati, di imprenditori fidati e mafiosi. Con questi soldi acquista enormi quantità di coca a un prezzo assai conveniente e la gira nei territori dei suoi clienti. Lui nemmeno la vede la polvere, nemmeno conosce i reati dei suoi partner finanziari. Lui vuole solo la garanzia del business e del silenzio. Nasce con lui la mulgestione
tinazionale moderna del narcotraffico: è per questo che gli ho dedicato un capitolo di Zero Zero Zero.
È stato chiamato “il Pablo Escobar della ‘ndrangheta”, ma è una definizione che non posso condividere. Pannunzi non ha mai ucciso e non intende farlo. Perché non è un affiliato: lui tratta con tutti, anche con famiglie tra loro nemiche. Un affiliato, questo, non potrebbe farlo. È in contatto con più organizzazioni, ed essendo esterno a esse, ha un profilo molto più pericoloso rispetto a quello di
El Magico, il vecchio Pablito Escobar. Non obbedisce a nessun boss. Non deve rendere conto della dei denaro che gli viene affidato, ma solo del risultato. Coca buona a prezzi competitivi. Lo definirei invece “il Copernico della coca” perché ha compreso ciò che nessuno prima aveva capito: non è il mondo della coca che deve girare intorno ai mercati, ma sono i mercati che devono girare intorno alla coca.
La sua biografia spiega come si diventa il più anomalo e moderno signore della coca globale. Roberto è il nome di Pannunzi ma nessuno lo chiama cosi. Per tutti è “Bebè”. È romano, ma di madre calabrese. È un ex dipendente Alitalia che da ragazzo, con la famiglia, si è trasferito in Canada. A Toronto diventa allievo di Antonio Macrì, detto
Zzi ‘Ntoni, boss calabrese che aveva impiantato in Canada il traffico di droga senza pestare i piedi alla mafia newyorchese. Sempre a Toronto, Pannunzi, conosce Salvatore Miceli, siciliano, punto di riferimento di Cosa Nostra in quegli anni per il traffico degli stupefacenti. I due diventano amici e attraverso Miceli, Pannunzi ottiene da Cosa Nostra eroina raffinata a Palermo. Pannunzi diventa abile; vuole il migliore rapporto qualitàprezzo e riesce a ottenerlo, perché ha imparato a utilizzare nel modo migliore i contatti di Macrì nei porti di mezzo mondo. La roba di Pannunzi passa nei porti canadesi e italiani senza intoppi.
Pannunzi è disponibile per tutti, organizza spedizioni, fa giungere i carichi in zone del mondo dove l’eroina non arrivava. Fa da mediatore tra la cosca siciliana degli Alberti e i “marsigliesi” che invieranno a Palermo, convinti da Bebè, un loro chimico per allestire la prima raffineria di eroina a Punta Raisi. Fa da tramite tra le famiglie ‘ndranghetiste della costa ionica e quelle di Platì, perché lui ha una dote rara: unisce tutti e non divide. Lavora per tutti ma non appartiene a nessuno.
Rientrato in Italia sposa Adriana Diano che fa parte di una delle più importanti famiglie di Siderno ( Zzi ‘Ntoni, il suo mentore, era proprio di Siderno). Si separeranno presto, ma Pannunzi comprende che mischiare il sangue è fondamentale nel mondo in cui si muove: mischiare il sangue è più vincolante di un contratto. Poi, come copertura e in omaggio alla sua collaborazione con i più importanti trafficanti d’eroina turchi, apre a Roma un negozio d’abbigliamento che chiama Il Papavero.
Ora Bebè, nonostante il nomignolo, è maturo e lavora da solo: i soldi che la ‘ndrangheta ha raccolto con i sequestri devono moltiplicarsi attraverso il narcotraffico. Pannunzi è pronto a investirli. Si comporta esattamente come i top manager ingaggiati dalle grandi holding: agisce seguendo il proprio intuito. Ecco perché, quando ancora il mercato dell’eroina è florido e nessuno crede possa perdere colpi, inizia a investire in coca. Capisce che è la nuova droga, che è l’affare su cui puntare, e mette le basi per la gestione di una joint venture.
È un passo davanti a tutti.
Nei suoi affari, è fondamentale il linguaggio. Utilizza sempre e solo nomi di copertura: Lupin, il Giovanottino, la Ragazza, il Ragioniere, il Lungo, il Nipote, l’Orologiaio, il Cagnolino, il Vecchietto, il Tintore, Coppo-lettone, il Biondo, il Topino, il Fratello del parente, la Zia, lo Scemo, il Compare, Sangue, Alberto Sordi, i fratelli Rotoloni, il Ragazzo, Miguel, lo Zio, il Parente dello Zio, l’Amico, il Gozzo, il Signore, il Piccoletto, il Geometra. Temendo di essere intercettato, non utilizza mai toponimi, numeri di telefono realmente esistenti, indirizzi. Per organizzare un appuntamento, nomi, luoghi, orari, soldi e merce saranno sempre e solo numeri. Ascoltare una sua conversazione e leggere un codice cifrato in tempo di
guerra: «21.14 – 8.22.81.33 – 73.7.15.: Sono iniziali, tre iniziali, hai capito?»
«Poi a capo, trattino: 18.11.33. – K 8.22.22.16 – 7.22.42.81.22. K.11.9.14.22.23. 18.81.33.9.22.8.23.25.14.11.11.25 – (+6) (+6): è il numero».
«Poi ancora 11.21.23.25.22.14.9.11.21.11. Questa è la città».
«Poi, a capo; il numero dell’ufficio: +1,- 2, (non so se ci vuole lo zero o meno) – 3, – 7, =, -7, +6, – 3, +5, +3, +4».
Ora forse questi codici potranno finalmente essere decifrati.
Nell’arresto di Roberto Pannunzi ha giocato un ruolo fondamentale quello di Massimiliano Avesani, avvenuto solo due giorni prima grazie agli uomini della polizia di Renato Cortese. Avesani, detto “il Principe” è il narcosborghese
che conosce i flussi di investimento dei soldi della cocaina nella capitale. Avvezzo ai grossi carichi fu arrestato nel 2011, ma riuscì a scappare. È considerato cerniera tra ’ndrangheta e criminalità romana. Questi due arresti nel giro di una manciata di ore, fanno pensare che, arrestato il Principe, Pannunzi abbia perso la protezione. Ma non è la prima volta che i due finiscono in manette. Ma entrambi sono sempre riusciti — presumibilmente corrompendo — a evadere.
Bebè, per esempio, era già stato arrestato nel 2004 a Madrid. Ma tradotto in Italia, del tutto sconosciuto all’opinione pubblica — la politica come sempre era concentrata su altro — era stato messo ai domiciliari in una clinica privata romana, Villa Sandra perché cardiopatico. Nonostante una condanna a 16 anni e mezzo non era considerato un pericolo pubblico, non era piantonato e riuscì facilmente — troppo facilmente — a scappare. L’arresto di Pannunzi ha un significato unico in questo momento perché è stato preso un manager in grado di versare nel sistema arterioso legale il sangue dei flussi economici del narcotraffico. In grado di gestire flotte di navi per far arrivare la coca ovunque. In grado di gestire quantità di denaro inimmaginabili. Potrebbe cambiare la storia del narcotraffico internazionale. Se collaborasse con la giustizia, conosceremmo i meccanismi sin nel dettaglio della sua attività. Scopriremmo in quali settori legali finivano i soldi, quale parte politica interloquiva con le sue aziende.
Come dice Gratteri, Pannunzi non ha mai contato i soldi perché chi li conta non ne ha abbastanza a ne vuole di più. Pannunzi i soldi li ha sempre pesati. Solo chi pesa i soldi ha denaro e quindi potere. L’Italia continuerà a guardare alle grandi famiglie d’imprenditori talvolta con speranza, altre con disprezzo, altre ancora semplicemente con spirito d’attesa, senza capire che la vera potenza economica è altrove. Ora che è arrivato in Italia in manette il romano Bebè Pannunzi, gli italiani potranno vedere finalmente in volto un rappresentate del vero potere finanziario.

La Repubblica 07.07.13

Condividi