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“Viminale e Ps, tutti sapevano”, di Carlo Bonini

Con la certezza dell’indicativo e la promessa di un severo redde rationem, il ministro Alfano ripete come un mantra di essere stato tenuto all’oscuro dell’operazione Ablyazov. Ebbene, è un fatto che in quell’operazione, su sollecitazione del capo di gabinetto del ministro, venne coinvolto l’intero Dipartimento della Pubblica sicurezza. Vale a dire il vertice della Polizia di questo Paese. La novità, infatti, è che ai nomi del prefetto Alessandro Valeri, segretario del Dipartimento, e del prefetto Francesco Cirillo, capo della Criminalpol (di cui Repubblica ha già dato conto ieri), si aggiunge ora anche quello del prefetto Alessandro Marangoni, che in quell’ultima settimana del maggio scorso aveva l’incarico di Capo della Polizia pro-tempore. L’intera catena di comando sapeva, dunque. E lavorò perché la “pratica” venisse celermente evasa. Come era stato chiesto, appunto, dal gabinetto del ministro su sollecitazione dell’ambasciatore kazako in Italia.
IL CAPO INFORMATO
Ad informare Marangoni, il 28 maggio, è proprio Valeri, un prefetto prossimo alla pensione, cresciuto nei ranghi della Polizia e molto legato a Gianni De Gennaro. Il colloquio nell’ufficio di Procaccini alla presenza dell’ambasciatore kazako e del suo primo consigliere convince infatti Valeri che la richiesta kazaka va collocata in cima all’agenda del Dipartimento. Sa — perché è prassi del Viminale — che una convocazione di quel genere ha un solo significato e in un solo modo va interpretata. Che la sollecitazione ha l’imprimatur del ministro dell’Interno. Dunque, si comporta di conseguenza. Informa “il Capo” Alessandro Marangoni, che, a sua volta, dà il suo nulla-osta a procedere con rapidità. Per altro — per quanto ne riferiscono fonti qualificate — senza porre particolari vincoli all’operazione. Raggiunto telefonicamente, Marangoni invoca lo stesso «obbligo alla riservatezza» invocato da Procaccini due giorni fa. Non è di alcun aiuto, insomma. Neppure su una circostanza cruciale. Comprendere per quale ragione il ministro dell’Interno Alfano insista nel sostenere che tra il 28 maggio e il 3 giugno nessuno — l’intero Dipartimento, il capo della Polizia, il capo di gabinetto del ministro — trovò il tempo o ritenne opportuno informarlo di che fine aveva fatto quella richiesta.
“I CANDIDATI AL SACRIFICIO”
Davvero dunque Alfano venne tagliato fuori? E’ certo che, a operazione conclusa, Marangoni non interloquì direttamente con il capo di gabinetto di Alfano. Mentre le mosse di Valeri rimangono nebulose. In ogni caso, è evidente, a questo punto, che la salvezza politica del ministro Alfano, oggi, passa necessariamente attraverso il sacrificio del suo capo di gabinetto Procaccini e di almeno due prefetti del Dipartimento (Valeri e, forse, lo stesso Marangoni). A meno che non abbiano ancora carte da giocare in grado di metterli in salvo dalla purga.
LA SECONDA PERQUISIZIONE NELLA VILLA
Accade infatti che il protagonismo del Dipartimento di Pubblica sicurezza in questa vicenda sia decisivo. Non solo per l’eccitazione
con cui investe il lavoro della Questura e dei suoi dirigenti (dal questore Fulvio Della Rocca, al capo della Squadra mobile Renato Cortese, al capo dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta), ma anche per l’invadenza nelle scelte operative. Dopo il blitz della notte tra il 28 e il 29 in cui vengono fermate Alma Shalabayeva e sua figlia Alua, è infatti proprio il Dipartimento a premere sul questore per una seconda perquisizione all’interno della villa di via di Casal Palocco 3. Decisione di cui si spiega la ratio
solo evidentemente in ragione della pressione che l’ambasciatore kazako ha potuto continuare a esercitare sul vertice della nostra Polizia.
LA RELAZIONE DEL 3 GIUGNO
Un protagonismo, quello del Dipartimento, che non si chiude con la fine dell’operazione. Il 2 giugno, infatti, dopo il colloquio telefonico con cui il ministro degli esteri Bonino ha sollecitato il ministro Alfano a darle spiegazioni su quanto accaduto, è di nuovo il Dipartimento a chiedere e ricevere le 3 pagine e gli 11 allegati della nota con cui il questore di Roma Della Rocca ricostruisce la catena degli eventi tra il 28 e il 31 maggio. E’ un dossier che, questa volta, finisce sul tavolo di Alessandro Pansa, Capo della Polizia appena insediato. Lo stesso che, di qui a 48 ore, dovrebbe rassegnare le conclusioni sulle responsabilità interne alla Polizia. Un esercizio logicamente faticoso. Perché da condurre sulla base di quegli stessi atti che, da quel 3 giugno, non hanno sin qui prodotto alcuna conseguenza. Anzi, che convinsero proprio Alfano a sostenere che, nella vicenda Ablyazov, «prassi e norme» erano state «correttamente rispettate». Insomma, sarà interessante vedere come il nuovo capo della Polizia e il ministro riusciranno a sostenere che ciò che era apparso a entrambi cristallino 45 giorni fa, diventi oggi indizio di infedeltà che merita una punizione esemplare.
I SERVIZI CHE NULLA SANNO
In questo affaire non manca infine un’appendice sulla nostra Intelligence. Anche se, questa volta, la questione appare capovolta. Perché non è della loro invadenza che si parla, ma della loro singolare assenza. Prima, durante, dopo. Possibile che l’Aisi (il nostro controspionaggio) nulla sapesse che, a Casal Palocco, risiedeva la moglie di uno dei più noti dissidenti e ricercati kazaki, al centro di una vicenda giudiziaria che aveva già investito l’Inghilterra? Possibile, a quanto pare. Possibile, soprattutto, che nella notte tra il 28 e il 29 a Casalpalocco di agente segreto ce ne fosse in realtà uno solo. Un pensionato dell’Aise (il nostro spionaggio militare) passato a lavorare per quella società di investigazioni private assoldata dai kazaki per individuare il rifugio di Mukhtar Ablyazov.

La Repubblica 15.07.13

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