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“Siria, i timori della Bonino”, di Antonella Rampino

Con i fantasmi dell’Iraq che agitano sul proscenio tutto il carico di marchiani errori e vergognose bugie ancora vivo nella coscienza delle opinioni pubbliche europee, l’intervento in Siria sembra ormai certo, anche se la guerra americana si derubrica a strike. Le Grandi Potenze, dopo la spettacolare débâcle di David Cameron che ai Comuni non trova né il consenso tory né quello labour, sembrano -come disse Emma Bonino- pulci di fronte alle emergenti potenze arabe e ai loro inesauribili petrodollari. Ad averla vista giusta, più della Francia di Hollande mossa ancora dall’idea di riscattare il proprio onore dall’antico atto mancato di Léon Blum in difesa della Spagna repubblicana dai franchisti, sembra essere una «potenza intermedia», secondo l’eufemismo che si usa per l’Italia -un peso leggerino- nel contesto internazionale.

Le cause, saranno pure tutte arcinote e necessitate da intrinseca debolezza, ma sono state maneggiate con lungimiranza geo-strategica. Emma Bonino, ministro da poco più di cento giorni, conosce dal vivo e come pochi altri politici quella regione del mondo e ha subito avvertito il rischio che una guerra a Damasco esploda, e diventi vincolo globale. Altro che Iraq: se si attacca la Siria, tanto vale puntare direttamente sull’Iran. Il suo ottimo rapporto col russo Lavrov e con il turco Davutoglü, due ministri degli Esteri di lunga navigazione, le ha consentito di verificare rischi e prospettive. Anzitutto di sondare la granitica volontà di veto che Mosca avrebbe esercitato all’Onu, clamorosamente sottovalutata da Cameron e Hague. Da interlocutore affidabile degli americani, Bonino sapeva da mesi delle divergenze Kerry/Obama, quanto fosse interventista il primo e quanto riluttante l’altro. Obama oggi «prigioniero delle red line da lui stesso stabilite sulla Siria, ma pronunciate a fini di politica interna», come ci dice un’alta fonte diplomatica. E non a caso, Bonino l’ha scandito, «i più contrari all’intervento in Siria sono al Pentagono».

Poi c’è la posizione necessitata: il dibattito pubblico di Roma, mentre Londra Washington Parigi discutevano di Siria, era ipnotizzato dal solito problema-Berlusconi e, a cascata, dall’Imu. Il Paese vive la peggiore stagione della sua economia reale, temendo un autunno bollente. Le casse sono vuote, e l’impegno nelle missioni militari stanti i tagli alla Difesa non è espandibile oltre Libano, Afghanistan, Libia. Saremmo in quelle regioni particolarmente esposti al terrorismo. Tutte ottime ragione collaterali.

Ma la compattezza che si è verificata nella war room di Palazzo Chigi attorno alla proposta di Bonino -dopo una discussione, ovvio- e la coralità simmetricamente prodottasi in Parlamento, dimostra che una politica estera diversa si può fare, se si ha il coraggio di spiegarla con trasparenza alla pubblica opinione e agli alleati anche transatlantici.

Le ragioni sono poche e semplici, e vengono esposte dal ministro -parli con Hollande o con Amanpour su CNN- con la consueta bruciante chiarezza: «A volte ci vuole più coraggio a non fare, che a fare peggio», perché le conseguenze involontarie di un intervento in Siria sono incalcolabili «e potrebbero arrivare sino a una guerra mondiale». E poi Bonino, nutrendo in cuor suo un neanche malcelato disincanto per quei paesi che propugnano l’ «intervento umanitario», mettendo in chiaro però «no boots on the ground», ha riconnesso le parole «multilaterale» e «democrazia parlamentare» ai loro significati: nessuna partecipazione italiana senza un via libera del Consiglio di Sicurezza Onu, da sottoporre poi al vaglio del Parlamento. I prossimi giorni ci diranno valore e risultati di una politica internazionale non di discontinuità, ma condotta attraverso la forza delle idee, e dunque decisamente .

La Stampa 31..08.13

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